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  • Il 42% dei giovani lavoratori dipendenti andrà in pensione con meno di mille euro al mese

    lunedì 11 luglio 2011

    Il 42% dei giovani (25-34 anni) lavoratori dipendenti di oggi andrà in pensione intorno al 2050 con meno di mille euro al mese. È quanto emerge dai risultati del primo anno di lavoro del progetto "Welfare, Italia. Laboratorio per le nuove politiche sociali" di Censis e Unipol. Che spiega che attualmente i dipendenti in questa fascia di età che guadagnano una cifra inferiore a mille euro sono il 31,9 per cento. Molti, quindi, si troveranno ad avere dalla pensione pubblica un reddito addirittura più basso di quello che avevano a inizio carriera. E la previsione, spiega la relazione, riguarda i più «fortunati», cioè i 4 milioni di giovani oggi ben inseriti nel mercato del lavoro, con contratti standard: poi ci sono un milione di giovani autonomi o con contratti atipici e 2 milioni di giovani che non studiano né lavorano.

    Sacconi: pronti a modifiche sulle pensioniSulla norma relativa alla rivalutazione parziale delle pensioni, inserita nella manovra, «siamo pronti a modifiche». Lo ha assicurato il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. «Siamo apertissimi a discuterne, come abbiamo detto da subito». A margine del convegno il ministro si è detto favorevole a modifiche sull'indicizzazione delle pensioni. «Non dimentichiamo che le fasce più basse hanno un'indicizzazione al 100%: si tratta di guardare alle fasce medie e alte. Siamo pronti a modifiche, ma non dimentichiamo che norme di questo tipo sono state fatte da tutti i governi di centrosinistra, quindi eviterei qualsiasi polemica ideologica a questo proposito». Critica l'analisi del Censis il ministro del Welfare. «Non si possono divinare i percorsi lavorativi: credo che neanche una zingara sarebbe in grado di disegnare una proiezione di questo tipo». Il ministro ha anche annunciato una convocazione, a breve, delle parti sociali per un rilancio delle pensioni integrative e una grande campagna di adesione.
    Troppi pensionati e pochi lavoratori attivi
    Nel 2030, ricorda il report, gli anziani over 64 anni saranno più del 26% della popolazione totale: ci saranno 4 milioni di persone non attive in più e 2 milioni di attivi in meno. Il sistema pensionistico, dunque, dovrà confrontarsi con seri problemi di compatibilità ed equità. Se le riforme delle pensioni degli anni '90 hanno garantito la sostenibilità finanziaria a medio termine del sistema, oggi preoccupa il costo sociale della riduzione delle tutele per le generazioni future. A fronte di un tasso di sostituzione del 72,7% calcolato per il 2010, nel 2040 i lavoratori dipendenti beneficeranno di una pensione pari a poco più del 60% dell'ultima retribuzione (andando in pensione a 67 anni con 37 anni di contributi), mentre gli autonomi vedranno ridursi il tasso fino a meno del 40% (a 68 anni con 38 anni di contributi).
    Le paure più diffuse
    Se l'eventualità di essere colpiti da una malattia rappresenta la paura per il futuro più diffusa (preoccupa il 38,4%), la non autosufficienza è il principale timore delle persone con più di 65 anni (53,1%), mentre i giovani temono di più la perdita del lavoro (46,7%). Il valore dell'assegno pensionistico futuro preoccupa meno: solo il 12%. Ma non c'è un'idea chiara di quanto ammonterà la propria pensione: quasi il 70% non sa a quanto corrisponderà rispetto all'ultimo stipendio percepito. Nell'immaginare il proprio portafoglio nel futuro il 93,5% cita la risorsa della pensione pubblica, cui si accompagnano i risparmi (36,2%), l'eredità (18%) e il reddito da lavoro protratto dopo l'età pensionabile (11,9%). Risorse come gli investimenti finanziari, l'assicurazione privata e la previdenza integrativa vengono indicate ciascuna dal 10% circa. In definitiva, per sostenersi il 35,6% delle famiglie potrà contare esclusivamente sulla pensione pubblica, mentre solo il 27,5% include nella propria strategia previdenziale anche forme di integrazione (fondi pensione, polizze private, rendite da investimenti). Per affrontare le necessità sanitarie nel futuro, il 36,7% delle famiglie ritiene che la copertura pubblica sarà sufficiente, la maggioranza (il 54,7%) si affiderà a un modello di «welfare mix» autogestito, integrando la copertura pubblica con prestazioni private pagate direttamente di tasca propria, mentre l'intenzione di ricorrere a strumenti integrativi a copertura dei bisogni sanitari viene esplicitata solo dal 7,7% delle famiglie.
    Non decollano gli strumenti integrativi
    Strumenti integrativi indispensabili, dunque, che però non decollano. Il dato più alto si registra a proposito della polizza pensionistica integrativa (ce l'ha già il 9,1%): l'intenzione di attivarne una in futuro è espressa solo dal 6,3%, mentre la maggioranza manifesta disinteresse (74,7%) o la non conoscenza di questo strumento (9,9 per cento). L'80% non intende aderire a un fondo pensione di categoria e il 13,7% non sa nemmeno cosa sia. Il 78,4% non vuole stipulare un'assicurazione sanitaria privata e il 14,4% non la conosce. Il 78,5% non intende accendere un'assicurazione per la non autosufficienza e il 19,7% ne ignora l'esistenza. «Sebbene il sistema di welfare sia inevitabilmente destinato a ridurre i livelli di copertura – soprattutto il sistema previdenziale, con il passaggio dal modello retributivo a quello contributivo», ha sottolineato Carlo Cimbri, amministratore delegato del Gruppo Unipol, «gli italiani non sembrano percepire il reale impatto che queste trasformazioni avranno sulla loro qualità della vita, e ancor meno sembrano attrezzati per affrontarlo»,

    Servizi sanitari di tasca propria: in media 958 euro a famiglia
    Il ricorso a prestazioni sanitarie totalmente private è oggi molto diffuso. Nell'ultimo anno solo il 19,4% delle famiglie ne ha potuto fare a meno. Invece, più del 70% ha acquistato medicinali a prezzo pieno in farmacia, più del 40% è ricorso a sedute odontoiatriche, quasi il 35% a visite mediche specialistiche, più del 18% a prestazioni diagnostiche. Tutto ciò è costato in media 958 euro a famiglia. La spesa privata complessiva sale fino a 1.418 euro in media per le famiglie in cui un componente ha avuto bisogno del dentista. «Oggi la spesa privata per prestazioni sociali delle famiglie è ondivaga e disorganizzata», ha detto Giuseppe De Rita, Presidente del Censis. «Occorre utilizzare al meglio le risorse private facendole convergere in un sistema organizzato che razionalizzi il sistema di offerta - ha spiegato De Rita - induca una riduzione dei costi e dunque ponga le condizioni per un incremento delle prestazioni e un allargamento della platea dei possibili beneficiari». Sarebbe necessario lo sviluppo di ulteriori incentivi fiscali mirati, per offrire ai cittadini migliori opportunità di adesione e sollecitare le imprese a mettere a punto prodotti più efficaci.
    In oltre il 30% dei nuclei c'è un bisogno assistenziale
    Già oggi nel 30,8% dei nuclei familiari si riscontra un bisogno assistenziale, legato soprattutto all'accudimento dei figli, anche se per il 6,9% dipende dalla disabilità o non autosufficienza di un membro della famiglia. A questi bisogni la risposta arriva soprattutto dall'interno della famiglia stessa. E dall'universo femminile. Se in famiglia ci sono bambini sono le madri a ridurre più frequentamente il lavoro fuori casa: nel 40% dei casi quando il figlio è piccolo (con meno di 6 anni), nel 21,9% dei casi quando il figlio è più grande. Ma il 7,1% delle madri con bambini piccoli e il 5% di quelle con figli grandi sono costrette a lasciare del tutto il lavoro. I bisogni più complessi, legati alla disabilità e alla non autosufficienza, vengono anch'essi affrontati soprattutto da mogli e madri (36,9%), nel 6,8% dei casi i figli ritardano per questo motivo l'uscita da casa, ma è frequentissimo il ricorso all'aiuto a pagamento delle badanti (30,1 per cento). Complessivamente, è il 14,9% delle famiglie ad esprimere il bisogno di servizi di assistenza pubblici (dall'asilo nido all'assistenza domiciliare), ma solo il 5,8% ha trovato risposte adeguate nel sistema pubblico. (N.Co.) 

     
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