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  • Le bugiarderie dei partiti meridionalisti. Invece che difenderlo, affossano il Sud. Com’è avvenuto a Palazzo Madama

    sabato 23 luglio 2011

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    I partiti sono popolati da meridionalisti. Ce ne sono perfino in Padania, ma pullulano, soprattutto al Sud, com’è normale che sia. È una generazione di politici generalmente rampanti, di forte ingegno e dalla vista lunga, che salgono sul ring per combattere la battaglia della vita (politica, s’intende) con l’audacia, la determinazione e la volontà dei mitici samurai. Si comportano come se la loro causa fosse di quelle che scolpiscono sul marmo della storia. Usano un vocabolario definitivo, promettono mari e monti, e poi fanno un partito. Piccolo o grande, movimentato o stanziale, il partito meridionale, o meridionalista, traccia la curva delle sue potenzialità con bravura giottesca, scansando ogni trappola che il contesto riserva agli audaci.
    Prendiamo il caso di Forza del Sud, Io Sud e Noi Sud (ci aspettiamo anche “Voi Sud, Loro Sud,, Essi Sud e così via…). La sua storia è nota: nasce da una volontà i crollabile di Gianfranco Miccichè, che ha vocazione rivoluzionaria ma vive gli stessi affetti delle grandi famiglie ottocentesche. Sostiene, è cosa nota a tutti, che occorre copiare il leghismo per spuntarla, e stare accanto a Silvio Berlusconi per dare una chance seria al Sud. Aiutandolo a dissequestrarsi da Umberto Bossi, che guida la baracca delle risorse per il tramite di Giulio Tremonti, si arriverebbe al successo.È un ragionamento che non sta né in cielo né in terra? Può darsi, ma così stanno le cose. Per queste ragioni è nato e si sviluppa Forza del Sud, obbediente a Berlusconi ma non al governo a trazione leghista, nemico del Pdl, ma non della sua missione politica, disamorato del centrodestra, ma persuaso della sua missione.
    E fin qui, niente di nuovo. Miccichè è un ossimoro. Se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, altrimenti è una noia mortale con i Castiglione, Romano, Nania e tutto il resto che non cambiano nemmeno i vocaboli quando ripetono le loro litanie.
    Ciò che invece grida vendetta è altro, l’atteggiamento dei meridionalisti di complemento nei momenti cruciali. Invece che stare dalla parte del Sud, sorpassano i leghisti in tutto e per tutto, com’è avvenuto quando in Commissione bilancio del Senato, i due senatori forza-sudisti Ferrara e Fleres hanno alzato il semaforo rosso per evitare che il 25 per cento dei Fondi per le aree sottosviluppate potessero essere pagate per pagare debiti della sanità siciliana. Inaudito, ma vero.
    I fondi sono serviti per pagare le aule delle quote latte degli imprenditori padani, ma non possono essere usati per mettere in sesto il bilancio della regione siciliana.
    Se i meridionalisti sono tutti come Fleres e Ferrara, siciliani veraci, siamo alla frutta. Anzi, alle pagliacciate (politiche).
    Il meridionalismo non è un partito, né un movimento o una categoria dello spirito. È una politica, una cultura di buonsenso. È coesione sociale, è fare sistema, è giustizia sociale, buona economia, lotta agli squilibri. Si può appartenere a qualunque schieramento e nutrire queste idee, opinioni, sentimenti, volontà. 

     
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