Anche questa volta ho rubato il titolo ad un cartello apparso fra le immagini di una manifestazione degli Indignados spagnoli. Mi sono sempre chiesta perché vengo attratta da queste frasi lette velocemente, fotogrammi che per molti passano inosservati in filmati in cui succede di tutto ed io mi soffermo sulle parole. Forse perché credo nella loro forza, nella loro incisività. Penso che sia importante saperle usare, dosare, scegliere e credo che riuscire a riassumere in una frase il senso di un’intera protesta sia un’ardua impresa che quando si compie, non può che cogliere di sorpresa. Probabilmente le menti migliori sono proprio in strada a realizzare cartelli per le manifestazioni. Se solo avessero la possibilità di dimostrare il loro talento in altro modo… Ed è proprio questo il punto, la richiesta che arriva a gran voce dai cugini spagnoli è una richiesta di possibilità. Possibilità lavorative, possibilità di creare una famiglia, di avere un tetto sopra la testa. Tematiche per niente sconosciute, che trovano terreno fertile anche nel nostro Paese, ma che ancora qui da noi non attecchiscono, malgrado tutto.
Con molta probabilità chi ci ha praticato l’anestesia ha fatto un buon lavoro, perché l’Italia, soprattutto in questo momento storico, sembra in balìa di uno strano incantesimo e pur sentendosi braccata, non riesce a divincolarsi dalle catene immaginarie che ci hanno sapientemente costruito intorno. Visti dall’esterno siamo stupidi quasi quanto un cane che si morde la coda, sappiamo di dover uscire da questo circolo vizioso ma non facciamo niente. Forse per pigrizia intellettuale prima che fisica o magari per una profonda sfiducia di massa di una popolazione caduta in una sorta di depressione collettiva, per cui il bicchiere ormai è sempre mezzo vuoto e non esiste via d’uscita infondo al tunnel. Sommersi dai problemi in tutti i campi dell’ esistenza, con un governo che fa un baffo alla “società dei magnaccion”, sprovvisti di defibrillatore per rianimare l’economia, derisi dal resto del mondo per il collezionismo di figure di menta di pagliacci che si fanno chiamare ministri. Ci sentiamo passeggeri di un novello Titanic e quei pochi che riescono ad accaparrarsi delle scialuppe le usano per emigrare.
In questo scenario apocalittico serve una cura, una vigorosa spinta all’azione da parte di chi nutre ancora speranza per il futuro e non accetta di affondare. Probabilmente siamo sul Titanic, ma questo non è un film, perciò, se vogliamo evitare la fine di Jack/Di Caprio, è giunta l’ora di darsi una mossa.
La pensano cosi anche gli Indignati italiani che, all’insaputa di molti, si radunano nelle piazze, unendosi al grido di protesta degli amici spagnoli, islandesi, greci. Un movimento nato dall’esasperazione che porta a pensare un mondo completamente diverso, un movimento che non auspica miglioramenti, ma cambiamenti drastici. Vuole rivoluzionare abitudini malsane per l’uomo e per il pianeta, ribaltare logiche puramente consumistiche e disumane. Senza partiti e senza bandiere, combatte in maniera non violenta per la dignità di tutti gli individui, per una società più responsabile, per una Democrazia Reale Ora.
Il manifesto di questo movimento recita le priorità che sarebbero dovute essere al centro dell’attenzione politica in un Paese civile, che invece sono state brutalmente calpestate da altre esigenze che poco hanno a che vedere col bene comune. Uguaglianza, progresso, solidarietà, libertà di accesso alla cultura, sostenibilità ecologica e sviluppo, benessere e la felicità. Concetti poco conosciuti in quest’Italia alla deriva, che vanno riportati in auge urgentemente se si intende rianimare questa società in stato comatoso.
Siamo in tanti a pensarla in questo modo, ma lamentarsi non è una soluzione. Indignarsi seduti su un soffice divano è troppo comodo. Bisognerebbe spegnere la tv e accendere il cervello. Poi scendere in piazza in tanti e dirgliene quattro a chi se le merita.
Permettetemi di concludere come ho cominciato, con parole rubate sempre in una piazza, ma stavolta da un discorso dei manifestanti catalani: <Quando rifletteremo su questo secolo, ciò che ci sembrerà più grave, non saranno le azioni dei violenti, ma lo scandaloso silenzio delle brave persone>.
Se anche voi siete stanchi di uno sdegno silenzioso, iniziate a farvi sentire forte e chiaro.
Al “governo del fare” contrapponiamo il “popolo del fare”. Riprendiamoci il nostro futuro, prima che sia troppo tardi.
Con molta probabilità chi ci ha praticato l’anestesia ha fatto un buon lavoro, perché l’Italia, soprattutto in questo momento storico, sembra in balìa di uno strano incantesimo e pur sentendosi braccata, non riesce a divincolarsi dalle catene immaginarie che ci hanno sapientemente costruito intorno. Visti dall’esterno siamo stupidi quasi quanto un cane che si morde la coda, sappiamo di dover uscire da questo circolo vizioso ma non facciamo niente. Forse per pigrizia intellettuale prima che fisica o magari per una profonda sfiducia di massa di una popolazione caduta in una sorta di depressione collettiva, per cui il bicchiere ormai è sempre mezzo vuoto e non esiste via d’uscita infondo al tunnel. Sommersi dai problemi in tutti i campi dell’ esistenza, con un governo che fa un baffo alla “società dei magnaccion”, sprovvisti di defibrillatore per rianimare l’economia, derisi dal resto del mondo per il collezionismo di figure di menta di pagliacci che si fanno chiamare ministri. Ci sentiamo passeggeri di un novello Titanic e quei pochi che riescono ad accaparrarsi delle scialuppe le usano per emigrare.
In questo scenario apocalittico serve una cura, una vigorosa spinta all’azione da parte di chi nutre ancora speranza per il futuro e non accetta di affondare. Probabilmente siamo sul Titanic, ma questo non è un film, perciò, se vogliamo evitare la fine di Jack/Di Caprio, è giunta l’ora di darsi una mossa.
La pensano cosi anche gli Indignati italiani che, all’insaputa di molti, si radunano nelle piazze, unendosi al grido di protesta degli amici spagnoli, islandesi, greci. Un movimento nato dall’esasperazione che porta a pensare un mondo completamente diverso, un movimento che non auspica miglioramenti, ma cambiamenti drastici. Vuole rivoluzionare abitudini malsane per l’uomo e per il pianeta, ribaltare logiche puramente consumistiche e disumane. Senza partiti e senza bandiere, combatte in maniera non violenta per la dignità di tutti gli individui, per una società più responsabile, per una Democrazia Reale Ora.
Il manifesto di questo movimento recita le priorità che sarebbero dovute essere al centro dell’attenzione politica in un Paese civile, che invece sono state brutalmente calpestate da altre esigenze che poco hanno a che vedere col bene comune. Uguaglianza, progresso, solidarietà, libertà di accesso alla cultura, sostenibilità ecologica e sviluppo, benessere e la felicità. Concetti poco conosciuti in quest’Italia alla deriva, che vanno riportati in auge urgentemente se si intende rianimare questa società in stato comatoso.
Siamo in tanti a pensarla in questo modo, ma lamentarsi non è una soluzione. Indignarsi seduti su un soffice divano è troppo comodo. Bisognerebbe spegnere la tv e accendere il cervello. Poi scendere in piazza in tanti e dirgliene quattro a chi se le merita.
Permettetemi di concludere come ho cominciato, con parole rubate sempre in una piazza, ma stavolta da un discorso dei manifestanti catalani: <Quando rifletteremo su questo secolo, ciò che ci sembrerà più grave, non saranno le azioni dei violenti, ma lo scandaloso silenzio delle brave persone>.
Se anche voi siete stanchi di uno sdegno silenzioso, iniziate a farvi sentire forte e chiaro.
Al “governo del fare” contrapponiamo il “popolo del fare”. Riprendiamoci il nostro futuro, prima che sia troppo tardi.
Se volete seguire le iniziative del movimento, collegatevi al sito: Italian Revolution Roma
o sul gruppo facebook: Italian Revoltuion Democrazia Reale Ora
di Federica Giannone
