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  • Calciatori, non chiamatelo sciopero

    domenica 28 agosto 2011


    Niente panem, niente circenses.
    I calciatori scoprono di essere dei lavoratori e protestano.
    Lo sciopero è uno strumento importante, che tutti i lavoratori possono utilizzare per rivendicare i propri diritti.
    Ma quello che sta accadendo in queste ore non può lasciare indifferenti.
    Già, perché mentre la crisi attanaglia sempre più precari, disoccupati e lavoratori, mentre ci prepariamo ad un autunno caldo, i giocatori di calcio sono i primi ad incrociare le braccia, pardon, le gambe e scioperare.
    Il casus belli è il contratto collettivo. Ma poco importa i reali motivi, anche perché in pochi hanno veramente capito il perché di questa scelta.
    Quello che lascia perplessi è che loro, i privilegiati che guadagnano in un anno quanto non riuscirebbe a fare un operaio in tutta la sua vita (siamo benevoli con le cifre)abbiano il coraggio di dire che stanno semplicemente cavalcando la crisi che sta affamando l’Italia (e non solo), tirando fuori dagli armadietti il loro diritto di scioperare.

    Non possiamo e non vogliamo rimangiarci quanto abbiamo appena detto: lo sciopero resta un diritto sacrosanto.
    Ma sentiamo la necessità di domandarci dov’è la coscienza sociale di questi signori quando a scendere in piazza sono i precari, i disoccupati, gli operai delle fabbriche, i lavoratori e le lavoratrici. Loro che hanno sempre un microfono davanti alla bocca non hanno mai pronunciato una parola per commentare ciò che gli accadde attorno. Però possono ribattere che non sono tenuti a farlo, perché non sono argomenti pertinenti al pallone.
    E allora chissà se si sono mai domandati se era giusto che le loro società calcistiche facessero pagare il biglietti per una partita cifre assurde, costringendo i tifosi, che la domenica nel calcio possono trovare un po’ di relax, spesso a sacrifici.
    Quante volte hanno scioperato per abbassare i prezzi dei biglietti o si sono opposti agli orari più assurdi dettati dalla televisione a pagamento? O quante volte hanno preso a braccetto un loro presidente e gli hanno chiesto “dai, riempiamo gli stadi con prezzi popolari e non facciamo togliere dalla polizia e dagli steward gli striscioni in solidarietà con gli operai…”?
    Non abbiamo voglia di fare i conti in tasca a questi lavoratori atipici (dipendente più atipico di uno che attualmente in Italia guadagna al mese cifre stratosferiche non c’è).
    Però ci sembra inopportuno chiamare la loro protesta “sciopero”.
    Perché nel nome di questa parola molte persone sono state licenziate, oppresse e arrestate.
    Ecco: per quel nome c’è gente che ha lottato duramente, sacrificando ogni cosa. E scrivendo questa frase ci tornano in mente i duri scioperi della Fiat, i picchetti, le buste paghe praticamente vuote, gli affitti e le bollette da pagare.
    Quindi consigliamo ai calciatori di Serie A di approfittare di questo weekend di riposo per studiare un po’ la storia degli scioperi. Partendo da quel settembre del 1904, dalle proteste nate dopo la morte dei minatori di Bugerru, in Sardegna. Quella fu la scintilla che accese il primo sciopero generale in Italia.
    E leggendo la storia di allora che arrivino ai giorni nostri e a quello che sarà domani.
    Allora forse impareranno il vero significato di questa parola e capiranno che probabilmente sarebbe stato meglio utilizzare un altro termine per descrivere la loro protesta, evitando così di insultare, seppure involontariamente, chi veramente crede nello sciopero e scoprire che ci sono uomini e donne che per difendere questo diritto sono disposti a tutto.
    Anche a morire.


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