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  • LA CINA AVVERTE GLI USA: CI PREPARIAMO ALLA GUERRA.MOTIVO DEL CONTENDERE?IL MAR CINESE MERIDIONALE RICCO DI RISORSE ENERGETICHE..

    lunedì 6 febbraio 2012


    “Preparatevi a combattere”. Così Hu Jintao si è rivolto alla marina cinese in occasione del vertice della Commissione militare centrale tenutasi martedì 6 dicembre. Il Presidente cinese ha esortato le forze navali dell’Esercito di Liberazione Popolare ad accelerare la trasformazione e la modernizzazione della marina per “prepararsi a combattimenti militari in modo da dare un maggior contributo alla salvaguardia della sicurezza nazionale e della pace mondiale”.

    Il destinatario indiretto di tale appello è niente meno che l’amministrazione Obama. L’oggetto del contendere è il Mar Cinese Meridionale. La Repubblica Popolare Cinese pretende di estendere la propria sovranità su tutto il mare, nel quale si intrecciano anche le rivendicazioni di Vietnam, Filippine, Brunei, Taiwan e Malaysia. La disputa riguarda soprattutto le acque intorno alle isole Spratly e alle isole Paracel, due piccoli arcipelaghi disabitati. La loro importanza però risiede nei fondali, probabilmente ricchi di risorse energetiche, sui quali pesano gli interessi anche di India e USA. I piani di esplorazioni petrolifere di Nuova Delhi e di Exxon-Mobil sono stati duramente criticati da Pechino, che ha rilevato come l’area in questione costituisca un interesse “fondamentale” per la nazione: formula utilizzata in passato solo in riferimento a Taiwan e Tibet.

    Gli USA sono però determinati a sostenere le rivendicazioni dei propri alleati, all’interno di una più ampia strategia che vede la superpotenza americana spostare il baricentro dei propri interessi dall’Atlantico al Pacifico. Come ha sottolineato il Segretario di Stato Hillary Clinton in un lungo articolo apparso su Foreign Policy, questo sarà il “secolo Pacifico dell’America”.

    La Clinton ha delineato sei linee chiave d’azione: rafforzamento delle alleanze bilaterali di sicurezza esistenti; approfondimento delle relazioni con le potenze emergenti, inclusa la Cina; partecipazione alle istituzioni multilaterali regionali; espansione del commercio e degli investimenti; rafforzamento degli avamposti militari; promozione della democrazia e i diritti umani. La volontà è quella di creare una rete di interdipendenze nel Pacifico sul modello di quella che attraversa l’Atlantico e lega gli USA all’Europa.

    A sostegno di questa strategia, l’amministrazione Obama ha identificato tre cardini dell’azione statunitense. Mantenere il consenso politico tra gli alleati regionali negli obiettivi principali. Assicurarsi che gli alleati siano pronti ed elastici nei confronti delle nuove sfide e delle nuove opportunità che si verranno a creare. Predisporre un sistema di difesa e di infrastrutture di comunicazione tra gli alleati regionali, capace di far fronte a qualunque genere di minaccia proveniente da attori statali e anche non statali.

    Pechino percepisce le azioni americane nel Pacifico come misure di contenimento anti-cinese e ha avvertito che “se nei loro rapporti con i Paesi asiatici gli USA continueranno a utilizzare un approccio autoreferenziale e la solita Cold-War mentality finiranno per essere alienati dalla regione”.

    Operando su un doppio binario, militare ed economico, gli USA stanno infatti cercando di accerchiare la potenza asiatica. Se la Trans Pacific Partnership (TPP) ha creato un’area di libero scambio nel Pacifico con 21 Paesi membri a ridosso di Pechino, oltretutto esclusa dall’accordo, la notizia di un impegno congiunto di USA e Australia per rafforzare la presenza militare americana nel nord del Paese ha fatto infuriare la potenza asiatica. Entro il 2016 l’Australia ospiterà una task-force marittima statunitense con 2500 marines per sostenere gli alleati nell’area del Pacifico meridionale. Dopo il sostegno militare garantito ad Indonesia, Giappone e Taiwan, l’accordo di Canberra costituisce un nuovo passo nell’accerchiamento militare anti-cinese.

    L’immediata risposta cinese a metà del mese scorso – quando fu dato l’annuncio dell’accordo Australia-USA – fu secca: “Intensificare ed espandere le attività militari potrebbe non essere molto appropriato, ed è una mossa che non rientra nell’interesse delle nazioni di questa regione”. Tradotto, significa una cosa sola: il Pacifico è un’area d’interesse cinese, dalla quale gli USA devono rimanere fuori. La Clinton, riferendosi alla disputa nel Mar Cinese Meridionale, ha reso noto che gli Stati Uniti non interverranno nei contenziosi territoriali, ma che “nessuna nazione ha il diritto di affermare i propri diritti attraverso l’intimidazione”.

    Martedì scorso Pechino ha rilanciato, parlando esplicitamente di guerra. Il portavoce del Pentagono George Little ha voluto raffreddare le intemperanze e ha sostenuto che la Cina ha tutto il diritto di sviluppare il suo apparato militare, ma “l’importante è che ciò avvenga nella completa trasparenza”. Washington ha spesso accusato la Cina di non giocare secondo le regole, tanto per le politiche monetarie, quanto per quelle militari. Nonostante le dichiarazioni distensive che sono seguite al gelido avvertimento, la realtà rimane quella di una pericolosa corsa agli armamenti nell’area del Pacifico e nell’Asia sud-orientale.

    Non è realmente pensabile uno scontro armato tra le due potenze, ma è certa la determinazione cinese a non abbandonare la nuova politica marittima che, oltre ad appropriarsi del Mar Cinese Meridionale, punta a conquistare alcuni choke points sulle rotte mercantili, tutti sotto controllo americano.

    Venti di guerra fredda attraversano un Pacifico sempre più bollente. Siamo agli albori di una nuova balance of terror?

    Photo Credit: Photographer’s Mate 3rd Class Jordon R. Beesley / Wikimedia commons

    Fonte

     
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