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    Storia segreta della razza umana: Piramide ed Occhio Onniveggente (Video)

    lunedì 23 luglio 2012

    I misteri irrisolti dell'umanità: carte geografiche incredibilmente dettagliate e risalenti a 12.000 anni fa,uomini alti oltre 2,80 m,incredibili scoperte e tanto altro in questo stupendo video tratto dal documentario di Klaus Dona!




    Il mistero di Göbekli Tepe/ Un mondo perduto di 12000 anni fa sepolto dai suoi costruttori

    giovedì 19 luglio 2012



    Difficile immaginare cosa pensasse Klaus Schmidt quando fece il suo primo sopralluogo nel 1994 intorno a quella singolare “collina con la pancia” certamente non avrebbe mai potuto immaginare di scoprire il più antico tempio mai costruito dalla razza umana. Una maestosa opera architettonica che ha iniziato ad essere eretta intorno al 10000 a. C. e destinata a frantumare le fondamenta della storia.
    Göbekli Tepe (letteralmente collina con la pancia) è un sito dell’odierna Turchia Sud-orientale nella provincia di Sanliurfa segnato dagli addetti ai lavori fin dal finire degli anni 50 dopo gli iniziali sopralluoghi era stato bocciato nel 1960 sia dall’università di Chicago che da quella di Istanbul considerandolo semplicemente un grande tumulo medievale in cui affioravano delle “singolari” lapidi in
    Nel 1994 nuove segnalazioni degli abitanti del luogo riguardo i frequenti affioramenti di frammenti di manufatti fanno muovere il museo di Sanliurfa che solletica con insistenza una nuova verifica ed è proprio Klaus Schmidt (che in quel momento stava lavorando in alcuni siti neolitici più a nord), che dopo aver letto la lapidaria relazione del 1960 dell’archeologo Peter Benedict si incuriosisce alla vicenda e si reca con la sua squadra a fare un sopralluogo nella “Collina con la pancia”.
    Schmidt ricorda che appena giunto con la sua spedizione non aveva avuto il minimo dubbio su cosa celasse il ventre della collina, “era evidente fin da subito che quello era stato un gigantesco sito dell’età della pietra”. “Avevo due possibilità” ricorda Schmidt “Andare via senza dirlo a nessuno o passare il resto della mia vita lavorativa qui”.
    Appena iniziarono gli scavi Schmidt si rese conto immediatamente che i bianchi megaliti affioranti che erano stati considerati decenni prima semplici lapidi tombali (d’epoca medievale) erano in realtà degli imponenti pilastri a forma di T d’epoca neolitica. Questo tipo di manufatto era noto all’archeologo che ne aveva studiati alcuni di simili qualche anno prima nel sito neolitico di Nevali Çori ma la grandiosità dei pilastri di Göbekli Tepe non aveva pari. Gli scavi ne portarono alla luce decine di dimensione variabile dai 2 ai 7 metri d’altezza. In qualche anno gli archeologi di Göbekli riuscirono a ricostruire quattro grandi cerchi megalitici dal diametro variabile dai 10 ai 30 metri composti interamente da questi pilastri a forma di T spesso sostenuti (e recintati) da dei muri a secco strettamente adiacenti.
    Secondo Schmidt i pilastri rappresenterebbero degli esseri umani stilizzati a cui venivano scolpiti dei tratti umanoidi, ma l’archeologo tedesco va oltre ipotizzando in quelle immagini una prima forma di “religione moderna” “penso che qui siamo faccia a faccia con la prima rappresentazione degli dei. I pilastri non hanno né occhi né bocca ma hanno le armi e le mani. Essi sono quindi responsabili”.
    L’elemento più stupefacente del sito neolitico è rappresentato senza dubbio dalla moltitudine di bassorilievi scolpiti che decorano gli stessi Pilastri. Serpenti, volpi, avvoltoi, leoni, cinghiali e tori si intrecciano sulla pietra calcarea insieme ad animali meno feroci come Ibis, gru, anatre, asini senza dimenticare le grandi immagini di ragni e scorpioni. Un vero e proprio “zoo dell’età della pietra” secondo gli archeologi.
    Gli uomini di Göbekli scolpivano la pietra calcarea con dei semplici utensili di selce scheggiata ma con una straordinaria abilità raffigurando il mondo che vedevano dinanzi ai loro occhi di cacciatori-raccoglitori, un mondo che assomigliava a un antico Paradiso Perduto ricco di flora e fauna di cui l’uomo era parte integrante. Tra i cerchi megalitici sono state anche disseppellite statue vere proprie (come una testa umana e un uomo con il pene eretto) ma anche complessi altorilievi vennero scolpiti direttamente sulle pareti dei pilastri stessi spesso nella forma di animali feroci.
    Per quanto ciascun cerchio megalitico abbia al suo interno due imponenti pilasti-umanoidi a forma di T Schmidt non crede (come ipotizzato da molti) che questi rappresentassero un uomo e una donna né che il tipo di culto praticato a Göbekli Tepe si avvicinasse ai riti della fertilità ritrovati nelle comunità vicine (molto più tarde). In tutte le raffigurazioni fin’ora portate alla luce non ci sono chiari simboli della fertilità simili agli altri siti neolitici e persino gli animali raffigurati hanno per buona parte chiari tratti maschili, mentre le colonne risultano totalmente asessuate.
    Sotto queste imponenti immagini è possibile distinguere bassorilievi molto più piccoli in cui i soggetti sono combinati tra loro in una successione che appare molto simile ai geroglifici che potremmo trovare in Egitto 7000 anni più tardi. In queste composizioni simboliche animali di tutte le specie indicate vengono affiancati a simboli arcaici come il cerchio, la mezzaluna e un segno indecifrabile che assomiglia molto alla nostra H. “Probabilmente si tratta di pittogrammi da cui le persone del luogo potevano trarre informazioni” ipotizza Schmidt, costringendo il mondo a far anticipare l’idea della scrittura di migliaia d’anni. Gli uomini si sarebbero mossi verso la strada della comunicazione scritta prima ancora di fondare insediamenti stabili.
    Ciò che sconvolse l’intero mondo accademico (e non) è la datazione che si riuscì a dare al sito attraverso il dissotterramento delle ossa di animali presenti nei vari strati. L’insediamento risaliva a circa 12000 anni fa in un periodo storico chiamato Neolitico Preceramico A, un periodo che si conclude circa nel 8700 a.C. e il sito è continuato ad essere sviluppato per più di 2000 anni prima di essere seppellito per opera degli stessi autori. Oltre all’incomprensibile domanda sul perché di un atto simile, su cosa spinge una società a sotterrare la sua opera più maestosa ciò che è apparso quantomeno singolare nella datazione dei reperti è che quelli più antichi, antecedenti al 9000 a.C., sono visibilmente più accurati e imponenti mentre le costruzioni successive che si avvicinano temporalmente al Neolitico Preceramico B appaiono molto meno elaborate tanto da far pensare a una progressiva decadenza di quella società neolitica. Una decadenza o un cambiamento d’abitudini che può aver condotto alla traumatica decisione di sotterrare il loro imponente tempio.
    Come è stata però possibile il realizzarsi di una simile opera architettonica da parte di una società che tutti hanno creduto fin’ora vivere in piccoli gruppi in un’economia di stretta sussistenza? Una società basata sulla caccia e il raccolto occasionale? Schmidt frantuma questo schema evolutivo “I blocchi di calcare dei pilastri (il cui peso varia dalle 40 alle 60 tonnellate) sono stati estratti e scolpiti da migliaia di persone che non conoscevano ancora la ruota né la ceramica o i metalli, ma non avevano inventato nemmeno l’agricoltura o l’allevamento”, questa evidenza dei fatti risulta inconciliabile con la visione classica dei cacciatori-raccoglitori in quanto per un simile compito era necessario un governo centrale in grado di coordinare masse di lavoratori indispensabili per la realizzazione di grandi monumenti.
    Quindi non sarebbe stata l’agricoltura con il conseguente surplus di cibo a portare gli uomini a una vita sedentaria in gruppi che con il passare dei secoli sono cresciuti ma il desiderio di grandezza nel costruire questi imponenti monumenti a portare questa grande massa d’uomini a scegliere la vita sedentaria.
    “Per mantenere le migliaia di persone che costruivano il monumento a un certo punto la caccia non deve essere più bastata” rivela Klaus Schmidt e la sua approfondita conoscenza del territorio della “Mezzaluna fertile” lo porta a formulare una precisa ipotesi sulla nascita dell’agricoltura “A pochi chilometri da Göbekli Tepe c’è il Monte Karaca Da, il luogo in cui sono stati rinvenuti i capostipiti selvatici del grano coltivato. Da quei campi naturali di cereali gli uomini devono aver cominciato a raccogliere i semi, per aver cibo abbondante e facile da conservare. Poi dalla raccolta si è passati alla coltivazione”.
    Quindi gli uomini accumunati nella decisione di erigere Göbekli Tepe hanno modificato il loro status e le loro abitudini diventando sedentari e iniziando così a erigere le loro comunità in quell’antica mezzaluna fertile che è poi diventata la culla di tutte le civiltà. Il prezzo di questa scelta che ha forgiato la società umana nella forma in cui la conosciamo ha però spezzato l’equilibrio che esisteva fino ad allora tra uomo e natura modificando con l’agricoltura la flora rigogliosa dell’antica mezzaluna e trasformandola in un territorio molto più arido. La caduta dell’innocenza nomade dell’uomo era avvenuta, in quelle nuove condizioni i Pilastri-totem sarebbero stati sostituiti da divinità da temere, divinità plasmate su quel nuovo paesaggio. Il mondo paradisiaco di Göbekli Tepe era perduto.

    fonte

    SCOPERTA UN'ANTICA CITTÁ SOMMERSA SUL FONDO DEI CARAIBI

    venerdì 13 luglio 2012


    Port Royal era una piccola città giamaicana che venne colonizzata dagli inglese all’inizio del 1600. Il 7 Giugno del 1692 un terremoto, molto forte, ma non violento, interessò la colonia britannica che per le particolari condizioni geologiche su cui si fondava sprofondò in mare, portando dietro di se l’intero centro abitato e i suoi abitanti. Questo evento disastroso ha fatto si che gran parte della città si sia conservata intatta fino ai giorni nostri sui fondali del mare Caraibico, trasformandosi in una sorta di “Atlantide” dei Caraibi, un autentico tesoro archeologico sommerso, tuttora metà di importanti immersioni.



    La città di di Port Royal allora era il più ricco possedimento inglese nel Nuovo Mondo e aveva raggiunto questo status sia grazie all’azione dei pirati delle “Indie Occidentali” che al commercio del rum e alla tratta degli schiavi provenienti dalle coste dell’Africa occidentale. Il mattino di mercoledì 7 Giugno 1692 il reverendo Heath, pastore della più grande chiesa del porto, stava pregando quando d’improvviso la terra cominciò a tremare in maniera violenta. Il reverendo riuscì a salvarsi fuggendo mentre il terreno cominciava a sprofondare sotto i suoi piedi.
    I pirati inglesi, parecchi decenni addietro, avevano costruito Port Royal sopra un terreno molto instabile. Difatti la colonia era ubicata sopra una lingua di terra in forte declivio verso il mare, caratterizzata da sabbie, ghiaie fluviali, spesse oltre 30 metri. Un terreno molto soffice e poco consolidato. Cosi quando si verificò il forte sisma gli strati di sabbia e ghiaia, scossi dalle onde sismiche, scivolarono in mare, trascinando con se pure l’abitato di Port Royal. Poi, dopo il forte terremoto, fece seguito uno tsunami che inondò le uniche aree della città che rimasero sopra la superficie dell’acqua. In pochi minuti, dopo il terremoto e lo tsunami, Port Royal piombò su un fondale al di sotto dei 15 metri. Quando finì tutto oltre 2000 persone erano morte, mentre del fiorente porto non restavano solo che rovine ormai inabissate.



    Qualche settimana dopo il tremendo disastro il reverendo Heath, scampato miracolosamente a quel tragico evento, riferendosi ai cosiddetti “malfattori” che rimanevano in quel luogo, scriveva cosi; “Spero che questo terribile giudizio di Dio li indica a cambiare vita, poichè non penso che esistano persone cosi prive di timor di Dio sulla faccia della terra”. A circa due secoli di distanza, precisamente nel 1959, due archeologi statunitensi cominciarono a scandagliare i fondali attorno le coste della Giamaica, scavando sotto uno strato di due e tre metri di limo e sabbia.
    Ciò che scoprirono, dopo giornate di intensa ricerca, i resti della città, ancora integra sotto i fondali della Giamaica. Nonostante molte costruzioni e edifici sono rimasti distrutti dalle scosse, interi isolati di case e negozi di Port Royal erano stati trasportati dai lembi di terreno scivolati in mare, ancora integri, sui fondali marini. Rimossi i sedimenti che li ricoprivano gli archeologi scoprirono costruzioni con i muri ancora in piedi e le porte e le finestre ancora al loro posto.

    Fu una scoperta davvero sorprendente che colse di sorpresa gli stessi archeologi. Addirittura in una cucina di una abitazione, nel fondo di un recipiente di rame, furono rinvenute le ossa di una tartaruga, presumibilmente i resti di un pasto iniziato ma mai terminato. In un negozio di falegnameria si trovò un letto quasi terminato, mentre all’interno di una piccola farmacia erano ancora allineati dei flaconi di medicanti e albarelli che contenevano medicinali pronti all’uso.
    Nuotando fra le rovine i sommozzatori trovarono pure bottiglie di acqua di rose ancora chiuse, un anello nuziale d’oro con tanto di iscrizione. Inoltre, fra i resti della vecchia città dei pirati, fu rinvenuto pure un forziere, ormai corroso dalla salsedine, con oltre 1536 monete d’argento sparpagliate tutto intorno. Le ricerche sottomarine degli anni successivi portarono alla scoperta di altri lembi di città, coperti dai detriti sabbiosi, ancora tutti intatti. Ma queste ricerche sottomarine costituiscono sempre una avventura molto rischiosa.


    Questo vale ancora di più per i resti sommersi di Port Royal, l’Atlantide dei Caraibi, visto che la Giamaica è una zona sismicamente attiva, dato che si trova lungo il margine della placca caraibica che si scontra con il bordo più meridionale della placca nord-americana. Spesso è interessata da scosse ed eventi tellurici periodici, anche di moderata o forte intensità, che possono mettere in pericolo i sommozzatori impiegati nelle ricerche. Inoltre il ripetersi di questi terremoti, assieme all’azione erosiva indotta dalle precipitazioni e dalle correnti marine, provoca l’aggiunta di nuovi strati di sabbia e limo che si depositano sopra il sito archeologico.
    Per evidenziare la sismicità dell’area caraibica basterebbe ricordare (l’ormai dimenticato) il forte terremoto, di 7.0 Richter di magnitudo, che il 12 Gennaio ha scosso la costa sud-occidentale di Haiti, distruggendo gran parte della capitale Port Au Prince (persino il Palazzo Presidenziale crollo) e cagionando la morte di oltre 200.000 persone. Allora il tremendo terremoto di Port Au Prince avvenne in corrispondenza del margine settentrionale della placca caraibica, che si sposta parallelamente verso est, rispetto a quella nord-americana, di circa 20 mm all’anno. Il margine tra le due placche, nella regione occidentale di Haiti, è costituito da due complessi sistemi di faglie trascorrenti, sub-parallele tra loro, con orientazione indicativa est-ovest

    FONTE

    Scoperta una gigantesca piramide sul fondo del Triangolo delle Bermuda - I resti della leggendaria civiltà di Atlantide?

    mercoledì 11 luglio 2012


    Il Triangolo delle Bermuda è uno dei luoghi più misteriosi, pericolosi e, talvolta, mortali di tutto il pianeta Terra. Per decenni, intrepidi esploratori hanno cercato di risolvere l'enigma che si cela dietro i misteriosi fenomeni generati in questa particolare zona del pianeta.

    Lo stesso Cristoforo Colombo registra nei suoi diari strani fenomeni luminosi e malfunzionamenti della bussola. Si racconta di bizzarri eventi metereologici, sparizioni di navi e di aerei e di altri accadimenti enigmatici che non possono essere liquidati come fenomeni naturali.

    Alcuni ricercatori indipendenti, sono convinti che i misteriosi fenomeni del Triangolo delle Bermuda siano causati da una qualche tecnologia antica - o aliena - sommersa nelle profondità dell'Oceano Atlantico, un dispositivo ad altissima energia in grado di creare dei veri e propri portali spazio-temporali capaci di trasportare uomini e cose verso altri mondi e altre dimensioni.

    Ora un team composto da esploratori americani e francesi ha confermato, in maniera indipendente, una scoperta incredibile che ai ricercatori è già nota dal 1968: una struttura gigantesca, una piramide di cristallo, forse più grande della Piramide di Cheope in Egitto, parzialmente trasparente, sembra poggiare sul fondo del Mar dei Caraibi e la sua origine, età e scopo sono del tutto sconosciute.



    La lunghezza della base della piramide è di 300 metri per 200 e il vertice della piramide si innalza a circa 100 metri dalla base. Una struttura gigantesca, forse più grande della Grande Piramide di Cheope in Egitto. Sulla cima della piramide ci sono due fori molto grandi, attraverso i quali l'acqua del mare si muoverebbe ad alta velocità generando dei vortici che influenzano fortemente anche la superficie del mare. I ricercatori impegnati sul luogo ipotizzano che questo movimento vorticoso di acque possa avere qualche effetto sul passaggio di barche e aerei, generando quell'alone di mistero che circonda l'area.

    Per quanto riguarda il materiale di composizione, dai risultati preliminari sembrerebbe che questa struttura sia fatta di vetro o di un simil-vetro (cristallo?), in quanto risulta completamente liscia e parzialmente traslucida. Comunque, per maggiori dettagli, i ricercatori rimandano ad uno studio più approfondito che offrirà risultati che al momento è difficile immaginare.


    Una scoperta o una ri-scoperta?

    In effetti, quella fatta dal team internazionale non è una scoperta ex-novo, ma una conferma di una scoperta avvenuta, quasi per caso, negli anni '60. Secondo le cronache del tempo, la piramide fu individuata per la prima volta nel 1968 da un medico, Ray Brown, Arizona. Brown si trovava in vacanza nei Caraibi a fare immersioni con i suoi amici al largo delle Bahamas, in una zona conosciuta come "La Lingua dell'Oceano", a causa della bizzarra conformazione del fondale marino.

    Nel bel mezzo di una immersione, il dott. Brown raccontò di essersi ritrovato solo e mentre tentava di raggiungere i suoi amici, guardando verso il basso, notò una massiccia struttura innalzarsi dal fondo dell'oceano: un oggetto lievemente illuminato dal sole e che sembrava avere la forma di una piramide. Siccome era a corto d'aria, non spese molto tempo a studiare l'oggetto, ma si diresse verso i suoi amici.

    Successivamente, nell'estate del 1991, il famoso oceanografo dott. Verlag Meyer, durante una conferenza stampa a Freeport fece una dichiarazione alquanto misteriosa. Meyer comunicò che durante una scansione con il sonar del fondale del famoso "Triangolo delle Bermuda", il suo team trovo ben due piramidi gigantesche, più grandi delle Piramidi di Giza, ad una profondità di 600 metri.


    Ma il fatto più sconcertante furono le dichiarazioni degli scienziati dell'epoca i quali, una volta osservati i dati e fatte le dovute considerazioni, affermarono che la tecnologia per produrre il materiale di costruzione delle piramidi era sconosciuta. Infatti, si trattava di un elemento simile al vetro di grosso spessore. Quindi le ipotesi erano due: o le piramidi erano state costruite in tempi recenti - circa mezzo secolo fa - con un qualche materiale di ultima generazione, oppure, se si vogliono collocarle in un tempo più remoto, bisogna ipotizzare che non sia di origine umana.


    Poche notizie, imprecise e frammentate

    Certo che se la notizia dovesse essere confermata anche dai media "ufficiali", non c'è dubbio che ci troviamo di fronte ad una scoperta sensazionale. Secondo il sito che ha lanciato la notizia, in Florida si è tenuta una conferenza di approfondimento al quale hanno anche partecipato i giornalisti locali. Eppure, al momento, aleggia una sorta di alone di segretezza o di studiato disinteresse. Sebbene la scoperta abbia sconvolto gli scienziati di tutto il mondo, pare che nessuno si stia affannando per organizzare una spedizione esplorativa di approfondimento.

    La vicenda è molto simile a quella dell'UFO sul fondo del Baltico, nella quale gli scopritori del misterioso oggetto hanno dovuto penare non poco per trovare i fondi e organizzare una missione esplorativa privata.

    La posizione ufficiale dell'archeologia classica sembra essere quella di un sarcastico scetticismo, teso a ridicolizzare la scoperta di queste amenità. Eppure non è la prima volta che si scoprirebbe una piramide sottomarina. Basti pensare alle piramidi di Yonaguni, Giappone, scoperte nel 1987, quando alcuni subacquei si immersero nelle acque a sud dell'isola per studiare la grande popolazione di squali martello che si radunano nella zona. Fu il giapponese Kihachiro Aratake, nel corso di queste immersioni, che scoprì per caso quella che gli sembrò una struttura architettonica, una parte della quale è stretta tra due pilastri che si innalzano a otto metri dalla superficie. Nel suo insieme, le strutture rinvenute richiamano le piramidi egiziane.


    Da allora molti sono gli scienziati che hanno studiato il fenomeno, malgrado la presenza di forti correnti oceaniche, che rendono proibitive le immersioni. I fondali marini contengono quelle che sembrano essere le rovine di una civiltà formatasi alla fine dell'era glaciale. Sono state rinvenute tracce di flora, fauna e stalattiti che si formano abitualmente solo in superficie. La loro somiglianza con altri reperti del mondo antico ha portato qualcuno a teorizzare che potrebbero essere i resti di un'antica civiltà risalente a 10.000 anni fa. Altre analisi indicano che l'origine della struttura, che misura 120 m in lunghezza, 40 m in ampiezza e 20–25 m in altezza, possa risalire ad 8.000 anni fa.

    Bisogna anche ricordare la piramide sommersa del lago Fuxian, in Cina, scoperta nel 2006 da Geng Wei, capo del dipartimento di ricerca di monumenti sottomarini del lago Fuxian a Yuxi e che già aveva scoperto una serie di edifici in questo lago: "Questa piramide è diversa da quelle che si trovano in Egitto dal momento che la sua sommità è piatta. Questo genere di piramide piuttosto ricorda maggiormente gli edifici maya che hanno uno sorta di piattaforma anzichè una punta", affermò Wei al momento della scoperta.

    Chiaramente, se la notizia della scoperta della piramide sul fondo del Triangolo delle Bermuda venisse ufficializzata, le conseguenze sarebbero enormi. Gli archeologi si troverebbero costretti a trovare una spiegazione logico-razionale alla presenza di una piramide di cristallo sul fondo del Mar dei Caraibi. "Che diavolo ci fa una piramide in quel posto? Lì non ci dovrebbe essere nessuna piramide, anzi, non c'è nessuna piramide!". Ovviamente, il passo successivo sarebbe quello di dover affrontare uno dei temi più scomodi per l'archeologia ufficiale: l'esistenza di Atlantide.

    La Piramide dei Caraibi potrebbe essere la prova dell'esistenza di un antico continente sprofondato nell'oceano a seguito di un cataclisma di proporzioni globali? E il fatto che ci sia una piramide, struttura presente in ogni sito archeologico del pianeta, potrebbe indicare che in passato, in un'era pre-cataclisma, esisteva una civiltà globale umana evoluta, andata poi perduta a causa di una qualche distruzione globale? Queste domande fanno venire il mal di testa agli archeologi classici.

    E' la piramide di cristallo a causare i fenomeni nel Triangolo?


    Alcuni ricercatori hanno ipotizzato per anni che sul fondo del Triangolo delle Bermuda vi fosse una fonte di energia capace di interferire con le radiotrasmittenti e i radar. Se la leggendaria Atlantide esisteva davvero, questa piramide potrebbe essere ciò che rimane di una potente macchina capace di produrre energia e che si trova ancora lì, intatta sul fondo dell'Oceano. Tale macchina, essendo di forma piramidale, potrebbe essere il modello storico originale al quale le culture successive si sono ispirate più tardi in tutto il mondo.

    La piramide è una costruzione scoperta in ogni angolo della Terra: Nord, Centro e Sud America, Est Europeo, Medioriente, Siberia, Cina settentrionale e centrale. Qualcuno ipotizza che ce ne sia una anche sotto i ghiacci del Polo Sud, ma lo spessore del ghiaccio - oltre 1 chilometro - non permette nè conferme, nè smentite. Si può affermare che le piramidi planetarie sono l'indizio più evidente dell'esistenza dell'antico continente di Atlantide. Sull'annoso problema dell'effettiva esistenza di Atlantide, Rich Hoffman, esploratore e ricercatore, consiglia di spolverare la storia dell'archeologo dilettante Heinrich Schliemann, l'uomo che trovò e scavò le famose rovine della città di Troia, nonostante gli storici pensavano fosse solo una leggenda.

    I ricercatori affermano che questa incredibile macchina energetica potrebbe essere in grado di attrarre e raccogliere i raggi cosmici dal cosiddetto "campo di energia" o "vuoto quantistico", e che potrebbe essere stata utilizzata come centrale energetica per la civiltà atlantidea (umani in pieno regola, solo più antichi di quanto crediamo!).


    Un reperto archeologico della mitica Atlantide?


    Forse la Piramide dei Caraibi non fa parte direttamente del centro di Atlantide, ma di una sua succursale decentrata. Il dott. Maxine Asher, direttore del Research Association Mediterraneo Antico a Los Angeles, in una intervista di qualche anno fa dichiarò di essere convinto che Atlantide era una super-civiltà globale che esisteva tra il 10.500 e il 10.000 a.C. e che sia stata sopraffatta da una catastrofe globale, forse quella registrata nella Bibbia e conosciuta come il Diluvio Universale di Noè.

    Se Atlantide è esistita, dunque, probabilmente è da collocarsi alla fine dell'ultima era glaciale. La storia del suo affondamento si riferisce a massicce inondazioni dovute ad un brusco innalzamento delle acque, innescato da uno scioglimento improvviso delle calotte polari. Le ricerche dimostrano che il livello del mare si è innalzato di quasi 400 metri e nessuna tecnologia avanzata avrebbe potuto salvare Atlantide da un simile disastro.

    Da questo punto di vista, il mistero delle Piramidi sul fondo del mare è risolto. Stiamo semplicemente prendendo atto dei risultati di un evento catastrofico che ha colpito la Terra migliaia di anni fa, generando un rialzamento del livello del mare che ha spazzato via molte civiltà. Gli abissi degli oceani restano la grande frontiera sconosciuta dell'esplorazione umana. Ci troviamo in un momento storico nel quale la scienza conosce più la superficie della Luna che non le profondità degli Oceani, e forse esplorare le profondità dell'Oceano ci aiuterà ad esplorare meglio le profondità del grande mistero dell'Uomo.

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