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    SISTEMA PER RISCALDARE L’ACQUA RICICLANDO VECCHIE BOTTIGLIE DI BIRRA

    giovedì 26 luglio 2012


    66 BOTTIGLIE DI BIRRA VUOTE POSSONO SEMBRARE UTILI PER UNA FOMA PIU’ CLASSICA DI RICICLAGGIO

    Ma un contadino in Cina li ha usati per creare un circuito ad energia solare per l’acqua calda. Ma Yanjun, che vive nel villaggio Qiqiao in Cina non aveva acqua in casa è ha dovuto ingegnarsi per creare acqua calda per l’anziana madre. “Ho inventato questo per mia madre. Voleva fare la doccia comodamente”. Sul tetto di casa ha costruito una griglia di 66 bottiglie di birra. Ogni bottiglia è collegata al sistema con alcuni tubi di gomma, che permettono all’acqua di scorrere tra le bottiglie di birra. L’acqua in bottiglia è riscaldata dal sole e convogliata nel bagno di casa. Il sistema fai da te fornisce acqua calda per fare la doccia a sufficienza per tre persone. Ma anche se le modalità di realizzazione tramite bottiglie può essere unica, la sua idea non lo è. Infatti gli scaldabagni ad energia solare esistono in varie forme da cento anni e si sono diffusi in alcuni paesi occidentali nel 1970. Ci sono diverse aziende che costruiscono e vendono pannelli solari termici per l’acqua calda. Un riscaldatore di acqua solare può far risparmiare diversi euro oltre al risparmio ambientale che tale dispositivo produce. Purtroppo in una giornata nuvolosa può solo produrre acqua tiepida nella migliore delle ipotesi, perché il sistema dipende dal calore del sole.

    I PANNELLI SOLARI FAI DA TE SONO COMUNI NELLE NAZIONI PIU’ POVERE

    In cui l’elettricità e altri servizi possono essere scarsi. Alcuni pannelli solari per l’acqua calda utilizzano grandi botti per raccogliere e immagazzinare l’acqua calda. Indipendentemente delle origini della sua invenzione, molti nel suo paese sono rimasti impressionati dalla sua singolare idea di produrre acqua calda. Dieci abitanti del villaggio hanno già installato questo sistema fai da te per il riscaldamento sui tetti delle loro case.

    Fonte: www.bcasa.it

    STRANO FENOMENO IN LOUISIANA – RIBOLLONO I FIUMI (ARTICOLO+ VIDEO)


    MISTERIOSE BOLLE STANNO AFFIORANDO IN SUPERFICIE LUNGO I CORSI D’ACQUA

    A Bayou Corne nello stato della Louisiana, i funzionari stanno cercando di individuarne le cause, che per il momento risultano ancora sconosciute.L’insolito fenomeno è stato scoperto dai residenti del luogo che hanno visto affiorare in superficie lungo un fiume delle enormi bolle.Alcuni di loro cominciano a preoccuparsi perché stanno associando l’evento alla serie di smottamenti e crepe che negli ultimi tempi hanno interessato il territorio della città.Infatti diversi abitanti hanno denunciato dei veri e propri spostamenti del sottosuolo che stanno mettendo a repentaglio la stabilità di alcune abitazioni.Per il momento gli esperti non riescono a trovare una correlazione tra questi due fenomeni che stanno allarmando i residenti della cittadina statunitense.

    VIDEO



    Fonte: terrarealtime.blogspot.it – http://www.ecplanet.com




    TREMITI: ISOLE DI BOMBE ALLEATE E NAVI DEI VELENI








    di Gianni Lannes
    Estate esplosiva nel Mare Adriatico, addirittura all’interno di un’area protetta. «Merde diable. Ci siamo immersi all’isola di Pianosa per ammirare le praterie di Posidonia ma abbiamo sfiorato con mano un tappeto di bombe inesplose - raccontano visibilmente storditi Antoine e Jean, due subacquei francesi - Potevamo saltare in aria. Perché nessuno segnala questo grave pericolo?». Eppure le autorità italiane sono ben al corrente dal 1945. Ma è possibile che una riserva naturale marina con fondali cristallini e una varietà di flora e fauna unica nel Mediterraneo covi un arsenale esplosivo? Pianosa è la più remota dell’arcipelago delle Diomedee - da cui dista 12 miglia - ultimo lembo di suolo italiano prima del confine con le acque internazionali e poco oltre della Croazia, si staglia a 18 miglia dal Gargano. La minuscola e disabitata isola prende il nome dal suo inconfondibile aspetto pianeggiante. Dal 14 luglio 1989 è zona A: il cuore delle Diomedee.
    Ordigni proibiti - Numerosi involucri esplosivi inclusi quelli risalenti al recente conflitto nei Balcani perdono il loro micidiale contenuto, alterando l’habitat marino con gravi conseguenze ambientali e sanitarie. La scoperta è dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale che ha censito una minima parte delle bombe Usa. «Le indagini hanno evidenziato un notevole stress per gli animali marini campionati - rivela Luigi Alcaro, ricercatore dell’Ispra - segni di sofferenza e alterazioni a livello biochimico e istologico che possono essere diretta conseguenza del Tnt disperso dalle bombe». Il Tnt - secondo la letteratura scientifica - è un composto solido, giallo e inodore prodotto dalla combinazione di acido nitrico e solforico. Numerose ricerche hanno dimostrato la tossicità di questa sostanza sull’organismo umano che si manifesta a diversi livelli provocando epatite e anemia emolitica, danni all’apparato respiratorio, eritemi e dermatiti. Inoltre, il Tnt è stato qualificato a livello internazionale anche come potenziale agente cancerogeno. Lo studio dell’Icram (Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare) datato maggio 2003, parla chiaro. Non a caso il rapporto è intitolato “Contaminanti rilasciati dalla corrosione di residuati bellici sui fondali dell’isola Pianosa”. Nonostante la gravità inaudita della situazione, l’opinione pubblica è tenuta all’oscuro dalle autorità. Presso la Capitaneria di Porto di Manfredonia - in provincia di Foggia - nonostante la mancata collaborazione istituzionale, scoviamo un faldone impolverato. La cartellina contiene l’ordinanza numero 27, risalente al 18 ottobre 1972. Il documento, firmato dal tenente colonnello Mariano Salemme, rende noto che «Nella zona di mare circostante l’isola di Pianosa, per una profondità di metri 100, sono depositate su fondo marino un numero imprecisato di bombe aeree che rendono quella zona pericolosa alla navigazione, ancoraggio e sosta di qualsiasi natante, la pesca, la pesca subacquea e balneazione». Pertanto «Dalla data odierna fino a nuovo ordine, nella zona di mare sopra indicata per una profondità di mare di metri 500 (cinquecento) è vietata la navigazione, l’ancoraggio e la sosta di qualsiasi natante, la pesca, la pesca subacquea e la balneazione». Strano. Il Portolano della navigazione non fa menzione degli ordigni e neppure le carte nautiche più aggiornate. Sull’isola e attorno ad essa è vietata «l’alterazione con qualsiasi mezzo dell’ambiente geofisico o delle caratteristiche biochimiche dell’acqua, nonché l’introduzione di armi, esplosivi e di qualsiasi mezzo distruttivo o di cattura, nonché sostanze tossiche o inquinanti» stabilisce il decreto interministeriale del 14 luglio 1989. Non è tutto. Sulla scogliera fa bella mostra un ordigno inesploso risalente alla guerra nei Balcani. Un esame più attento mostra al suolo tracce di deflagrazioni costituite da metallo fuso sulla roccia. Ma il Governo non interviene. L’unica risposta istituzionale risale al 14 ottobre 2005. L’allora ministro della Difesa, Antonio Martino, si limita ad ammettere «il rinvenimento di un numero imprecisato di ordigni bellici risalenti alla seconda guerra mondiale» ma non predispone la bonifica dei fondali. C’è un rischio effettivo in quest’area dal pregevole e fragile habitat, scarsamente controllata dalla guardia costiera? «Nelle acque di Pianosa operano abitualmente pescatori di frodo e in prossimità dell’isola transitano petroliere e spesso gettano l’ancora natanti fuoribordo, circostanze che rendono possibile l’esplosione degli ordigni una volta che essi venissero a contatto con gli scafi» attesta l’interrogazione parlamentare (4-10469) indirizzata il 13 luglio 2004, da Mauro Bulgarelli ai ministri dell’Ambiente e della Difesa. Il deputato dei Verdi aveva chiesto inoltre: «quali iniziative si intendano adottare per rimuovere nel più breve tempo possibile gli ordigni giacenti sui fondali, fonti di gravissimo pericolo per l’ecosistema, per la navigazione e la salute delle popolazioni dell’arcipelago delle Tremiti?».

    Inquinatori in divisa - Chi ha bombardato l’isola ad un soffio dal Gargano? Una scomoda e dimenticata inchiesta della Marina militare italiana ha accertato la responsabilità degli Stati Uniti d’America. «Ci sono anche bombe non convenzionali, all’iprite e al fosforo, proibite dalla Convenzione di Ginevra del 1925. E’ un retaggio dell’ultimo conflitto mondiale: l’isola servì agli Alleati quale campo di addestramento. L’Us Air Force peraltro distrusse il faro, i pozzi e i rifugi dei pescatori» rivela l’anziano Raffaele Occhionero, testimone oculare dell’evento in veste di interprete presso il comando anglo-americano di stanza a Manfredonia. Una nota del capitano di fregata Domenico Picone - datata 13 gennaio 1996 - comprova: «sui fondali dello specchio di mare circostante l’Isola di Pianosa, che è classificata “zona di riserva integrale” della Riserva marina Isole Tremiti, in una fascia ampia circa cento metri dalla costa stessa, sono state a suo tempo identificate n. 48 bombe d’aereo (oltre alla probabile esistenza di altre nascoste dalla vegetazione) risalenti alla 2ª guerra mondiale». L’alto ufficiale insisteva: «Lo scrivente ha più volte interessato vari Organismi della Marina Militare, nonché il Ministero dei Trasporti e della Navigazione per la rimozione dei suddetti ordigni bellici sia lo scopo di eliminare lo stato di potenziale pericolosità per la pubblica incolumità, sia al fine di rendere fruibili gli specchi acquei dell’isola di Pianosa». Le più alte sfere dello Stato giocano ancora allo scaricabarile? Che senso ha salvaguardare un ambiente se non si elimina una pericolosa insidia? In realtà, qualcuno ha tentato di porvi rimedio. Il 22 giugno ’95 Domenico Picone, comandante della Guardia costiera sipontina, interpellava i superiori: «Si prega di far conoscere le proprie determinazioni in ordine agli ordigni bellici che rivestono notevole rilievo ai fini della salvaguardia della pubblica incolumità». Il direttore generale del ministero dei Trasporti e della Navigazione replicava il 19 settembre dello stesso anno: «Sembrano sussistere i presupposti necessari per l’intervento della Marina Militare in quanto è stata accertata la presenza di ordigni esplosivi che possono pregiudicare l’incolumità della vita umana in mare ed essere pericolosi per la navigazione». Tre mesi più tardi, il 18 dicembre, il contrammiraglio Sirio Pianigiani, innestava la marcia indietro tutta, a nome dello Stato Maggiore: «La Marina Militare interviene solo a titolo di concorso ed allorquando gli Enti richiedenti assumono formalmente gli oneri di spesa. L’inizio delle operazioni di bonifica potrà avvenire solo allorquando saranno note l’assunzione degli oneri di spesa e l’avvenuta disponibilità dei fondi necessari da parte dell’Amministrazione civile interessata». Strano. La bonifica di ordigni esplosivi è stata sempre effettuata, a partire dal 18 settembre 1963, dai nuclei Sdai della Marina militare. Non sarebbe il caso di applicare il principio di chi inquina paga? Magari i responsabili potrebbero essere indotti dallo Stato italiano a farsi carico dei danni sociali ed ambientali prodotti, causati dall’affondamento indiscriminato di questi ordigni bellici e della loro lunga permanenza in un habitat marino che tutto il mondo ci invidia.
    Carrette fantasma - La sorpresa è in agguato: non esistono più le boe di segnalazione ai naviganti, ma abbondano i rifiuti, soprattutto grosse chiazze di bitume e plastica in abbondanza. «A circa 30 metri dalla costa esiste il relitto affiorante della motonave PANAYIOTA» segnala attualmente il Portolano del Mediterraneo. Infatti, sui fondali a ridosso di questo isolotto disabitato giace una nave battente bandiera cipriota. Ed emerge lo spettro rugginoso di prua, rosicchiato dai flutti. L’autoaffondamento risale alla notte dell’11 marzo 1986, quando l’imbarcazione urtò contro gli scogli. Il mercantile custodiva nella stiva ben 695 tonnellate di fertilizzanti chimici, ed inoltre, 211 fusti metallici di rifiuti tossici. Il 5 marzo di quell’anno la Panayiota che aveva già cambiato identità e nazionalità - NOUNAK, poi VOSSO - salpa da Alessandria d’Egitto diretta a Sitia, in Grecia. Sei giorni più tardi si materializza al largo del Gargano. Il comandante Mikail Divaris viene interrogato dal sottotenente di vascello Corrado Gamberini e racconta: «Superato Vieste abbiamo cambiato rotta dirigendo verso Ancona. Dopo mezz’ora di navigazione il radar si è guastato. Intorno alle 11 e 15 la nave ha urtato con la prua sugli scogli dell’isola di Pianosa». La visibilità quella notte è di oltre due miglia sul mare forza 3 col vento che spira da Sud. In sostanza, consente di schivare persino un peschereccio. Il mercantile procede a una velocità di 8 nodi e mezzo sulla rotta 303: radiogoniometro, scandaglio ultrasonoro, pilota automatico, bussole magnetiche e registratore di rotta funzionano. Soltanto dopo l’inverosimile impatto il capitano ateniese lancia l’Sos. Risponde prontamente la motonave EL GRECO che raccoglie gli 8 uomini d’equipaggio: 4 egiziani, 2 greci, 1 cileno e 1 tunisino. All’atto del sinistro il Divaris non effettua i rilevamenti geofisici, non controlla la condizione del carico e l’entità dei danni subiti dalla nave; non tenta neppure di disincagliarla. Alle ore 14 del 12 marzo, giunge a Pianosa la motovedetta Cp 2012. Un lezzo insopportabile investe i guardiacoste: a sprigionarlo è il carico. Il giornale nautico del moto-rimorchiatore POSSENTE - che tenta per 8 giorni di disincagliare lo scafo - parla chiaro: «Per la preoccupazione di inquinamento iniziamo a trasbordare per quanto possibile il bunker esistente a bordo. Il direttore di macchina riesce ad aspirare con pompetta a mano sia pure stentatamente per l’impossibilità di accedere ai depositi, circa sette tonnellate di combustibile». A questo punto inizia il tira e molla tra le autorità italiane e l’armatore greco Emanuel Tamiolakis, titolare a Limassol della Navigation Limited che si rifiuta di rimuovere la carretta di fabbricazione norvegese. La società temporeggia chiamando in causa lo Stato italiano, ancorandosi alla falsa circostanza che l’11 marzo il faro di Pianosa era spento. La situazione ambientale precipita, tant’è che Giuseppe Ciulli, comandante della Capitaneria di Manfredonia invia il seguente dispaccio all’Ispettorato centrale per la difesa del mare: «Organi sanitari nazionali hanno dichiarato sussistere imminente pericolo inquinamento». L’ente statale non interviene. Il 12 agosto Fernando Mengoni, medico dell’Usl FG/4 approda a Pianosa e denuncia nero su bianco: «La stiva della nave risulta aperta: la parte del carico visibile all’ispezione risulta essere formata da una fanghiglia fortemente maleodorante di color nocciola, con vaste zone schiumose ed in evidente stato di fermentazione e putrefazione». Il 14 ottobre il direttore generale del ministero della Marina Mercantile si avvede del disastro: «Permane nella zona una situazione che può rivelarsi compromissoria per l’ambiente e per il paesaggio». Il dicastero tuttavia non interviene. L’ordinanza di sgombero numero 21/86 promulgata il 27 novembre 1986 dal comune delle Isole Tremiti cade nel vuoto. A distanza di anni emerge una verità imbarazzante: l’incidente è stato deliberato per intascare il premio assicurativo stipulato con l’Ocean Marine Club di Londra. La perlustrazione subacquea a Pianosa ha rivelato la presenza di altre due relitti velenosi. Ma questa è un’altra storia insabbiata dallo Stato tricolore, grazie alla connivenza della Marina militare italiana.
    Riserva di carta - L’isola di Pianosa coi suoi 11 ettari e mezzo di superficie presenta uno sviluppo di costa pari quasi a un miglio marino: ha una lunghezza di 700 metri, una larghezza massima di 250 e un’altezza di 15. A Nord, dove è sistemato il faro ricostruito nel 1948 (la sua funzionalità è stata recentemente sostituita da un orrido traliccio metallico), ci sono fondali frastagliati e a picco, mentre a Sud una secca si estende per circa cento metri verso il largo. Nell’interno, alla Punta di Ponente esiste un laghetto di circa 25 metri di diametro, profondo fino a 8 metri (a seconda delle maree) in comunicazione sotterranea con il mare. Nella cala del Grottone, un ipogeo subacqueo - abitato da cernie laureate e aragoste - si apre dal basso fondale per penetrare nelle viscere dell’isola. I suoi fondali sono ricchi anche di frammenti di ceramiche di anfore romane. Anticamente era frequentata dai dalmati nei periodi di pesca delle sarde ed aragoste.

    Ordinanza numero 27, risalente al 18 ottobre 1972.
    http://img805.imageshack.us/img805/8017/isolapianosaordinanzabo.pdf

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    Deodoranti per ambienti: 8 alternative naturali e non tossiche che funzionano davvero

    mercoledì 25 luglio 2012


    Ancora una volta da bravi eco-consumatori non lasciamoci inebriare da quelle essenze profumate che nulla hanno a che fare con la natura se non per confonderci le idee. Sono i deodoranti chimici per interni ad attirare la nostra attenzione: i cosiddetti "airfresheners" infatti, rilasciano nell'aria Composti Organici Volatili (COV), sostanze chimiche «irritanti per occhi, naso, gola, allergizzanti se inalati o addirittura sospettate di cancerogenicità» come conferma il Ministero della salute presso la Direzione Generale della Prevenzione Sanitaria.

    Se gli effetti sono negativi per l'ambiente e per la nostra salute perché non ci sono normative che regolamentino la materia obbligando i produttori a riportare in etichetta gli ingredienti utilizzati nei deodoranti per gli ambienti indoor? A tal proposito l'UE ha approvato il Reach il nuovo regolamento europeo per la registrazione, valutazione e autorizzazione delle sostanze chimiche mettendo al bando di recente una lista nera di ben 40 sostanze chimiche che possono essere immesse sul mercato solo previa autorizzazione all'ECHA Agenzia Europea per la chimica.

    Le sei più dannose della lista ( Dehp, Bbp e Dbp, il musk xylene, l'Mda e l'Hbcdd) appartengono alla famiglia dei cosiddetti ftalati, sostanze derivanti del petrolio nocive per la salute e per l'ambiente, contenuti nei deodoranti e in altri prodotti diffusi in commercio (giocattoli per bambini, ammorbidenti, vernici, materie plastiche ... ) . Per i deodoranti per ambienti, in particolare, la sostanza sotto accusa è il DEHP riconosciuto dannoso alla salute già dal 2007 (anno dell'entrata in vigore del Reach) grazie anche a un'indagine condotta da Gina Solomon della Natural Resources Defence Council.

    Detto questo, che non è poco, per quali alternative naturali optare?

    1) OLI ESSENZIALI

    oli_essenziali

    - AL POMPELMO

    Estratto con il metodo della spremitura a freddo della scorza, ha proprietà antisettiche e rinfrescanti per la casa. Ha un gradevole profumo agrumato di pulito e una piacevole sensazione di freschezza. In alternativa se non gradite l'essenza al pompelmo potete scegliere altri oli per la casa (lavanda, limone, pino).

    - AL THE' VERDE

    L'olio essenziale al thè verde fai-da-te si ottiene miscelando in una bottiglietta spray:

    acqua
    metà succo di limone
    qualche goccia di olio dell'albero del Thè.
    E' buono, fresco, naturale, antisettico e antifungo ... più di così!

    2) DIFFUSORE PER CANDELE

    olive_candle_lamp

    Una casa invasa da candele ha uno stile che non vi si addice? Provate questo diffusore per candele verde oliva darà un tocco moderno all'arredamento mantenendo deliziosi profumi indoor ... Aura Cacia , un produttore specializzato in prodotti per aromaterapia, vi darà una mano per ogni esigenza, per perdervi nella fragranza che più vi piace. Un’altra casa di a#mce_temp_url# interessante è Puressentiel Italia. I suoi oli essenziali sono acquistabili qui .

    3) SPRAY NATURALI PER BAGNO

    Come eliminare gli odori sgradevoli del bagno? Se non avete tempo di accendere un cerino, lo JR Watkins Aloe e Green Tea Room Spray fa al caso vostro. Partner della Natural Product Association (NPA) dal packaging interamente riciclabile. La bottiglietta ha un contenuto naturale di 700 ml dalla fresca essenza di Aloe e Thè Verde. Il tutto ad un prezzo inferiore alle 15 euro. Se preferite potete anche provare a produrlo da voi seguendo queste semplici istruzioni

    4) SPRAY NATURALI ELIMINA-ODORI

    Clean Air Room Spray è realizzato dalla Way Out Wax . La formula del suo successo sta nella capacità di neutralizzare gli odori legandosi alle particelle "cattive" causa di spiacevoli afrori. Le varianti profumate sono alla lavanda, al bergamotto, al limone e all'arancio. Altri eco-prodotti da non farsi sfuggire sono le miscele profumate per gli interni di Amici di Natura

    5) DEODORANTI ALLA ZEOLITE

    La zeolite è un minerale che non copre gli odori ma li elimina. I deodoranti a base di zeolite catturano gli odori di muffa, assorbono l'umidità in eccesso e sono utilizzabili non solo per la pulizia dei tappeti (spesso sono commercializzati come deodorante solo per tappeti) ma anche per la casa in genere. Sono del tutto inodori e naturali. La zeolite utilizzata per la detergenza e per gli ambienti è inodore ed efficace. I prodotti sono ben tollerati anche dalle persone affette dalla MCS Sindrome della sensibilità chimica multipla che si manifesta con disturbi all'apparato respiratorio, digerente e al sistema nervoso causati da un'esposizione continuativa a sostanze chimiche profumate.

    6) UN BEL MAZZO DI EUCALIPTO

    eucalipto_fio

    Niente di meglio che un mazzo di rami secchi di eucalipto in camera : lascia un profumo fresco e pulito per lungo tempo, ovviamente senza ledere i diritti dei koala!

    7) SACCHETTI PER ARMADI AL CEDRO

    sacchetti_cedro

    Che dire poi dei sacchetti contenenti fiori e frutti del cedro per aromatizzare i nostri armadi? Invece della solita lavanda variate pure con il cedro: sono sacchetti in cotone ecologico validi come alternativa ai pot-pourri chimici o alla naftalina.

    8) BASTONCINI DI PALOSANTO

    palosanto

    Il Palo santo è un albero tìpico delle coste del Pacifico centro-sud americano, definito 'Santo' perché fiorisce a Natale ed il suo legno è caratterizzato da una forte profumazione naturale che si sprigiona semplicemente accendendo il bastoncino. Gli alberi non vengono tagliati per ricavare il legno aromatico ma vengono raccolte solo le parti secche che cadono naturalmente, rimanendo sul terreno da 4 a 10 anni.
    E' proprio durante questo periodo che il legno matura la sua essenza. Anche la raccolta viene svolta sotto il controllo delle popolazioni indigene che fin dall'antichità utilizzavano il Palo Santo sia per le sue numerose proprietà benefiche psico-fisiche sia come rimedio spirituale per purificare l'aria dalle negatività, nonché dagli insetti fastidiosi.

    Per finire ricordarsi sempre di arieggiare frequentemente gli ambienti chiusi ed evitare o ridurre l'uso di sostanze profumate se di incerta composizione.

    Michela Silvestri

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    INQUINAMENTO DOMESTICO: ECCO TUTTE LE PIANTE CHE PULISCONO L'ARIA

    martedì 17 luglio 2012


    Per mantenere salubre la vostra abitazione e contro l’inquinamento domestoio occorre cura e attenzione.
    Pulviscoli, batteri e funghi sono estremamente volatili e la loro quantità aumenta se l’aria della vostra casa è viziata e stantia. Basta aprire le finestre 10 minuti al giorno per rendere le quattro mura domestiche un luogo salubre e pulito: cambiando spesso aria si evitano muffe agli angoli delle pareti, e gas e micropolveri escono per far entrare aria pulita e fresca. Anche i vapori del bagno, della cucina, lavanderia, del fumo delle sigarette o incensi devono essere espulsi, affinché il vostro corpo ritrovi vitalità e benessere.
    Il momento migliore per cambiare aria è quello dopo il temporale, quando l’aria si arricchisce di ioni negativi (che influenzano il buon umore) e si purifica.

    Oltre al cambio d’aria, per tenere salubri le vostre abitazioni ci sono le care piante che accorrono sempre in nostro aiuto.
    Avere delle piante in appartamento non è solo bello, ma anche salubre: quelli che tra voi credono di avere il pollice nero, provino a prendersi cura di una pianta riflettendo sul fatto che non è solo ornamentale, ma che vi è utile e che giova alla vostra salute!
    Tornando alle nostre amiche piante, esse sono in grado di umidificare e purificare gli ambienti, poiché catturano le sostanze nocive volatili demolendole. Alcuni studi condotti dalla Nasa hanno dimostrato che alcuni tipi di piante riescono ad abbattere anidride solforosa, formaldeide, benzene, tricloroetilene, anidride solforosa, toluene e altre sostanze decisamente tossiche.
    Questo processo avviene grazie alla fotosintesi clorofilliana: di giorno le piante assumono anidride carbonica e rilasciano ossigeno. Di notte avviene l’esatto contrario, per cui vi sconsigliamo di tenerle nella camera da letto.

    Ma vediamo nel dettaglio le 10 piante anti-inquinamento domestico.

    1- Aloe vera. Pianta robustissima che richiede pochissima acqua e manutenzione. Gradisce le temperature moderate e sopporta benissimo quelle alte: tenetela in casa d’inverno, non vicino al riscaldamento, e fuori d’estate (quando le temperature esterne raggiungono i 20 gradi) ma mai al sole battente, sempre in penombra. L’Aloe assorbe formaldeide.

    2 - Chamaedorea, Kenzia. Pianta molto resistente che richiede poca acqua. È molto efficace nell’assorbimento di benzene e formaldeide.

    3 – Crisantemo. Il bistrattato fiore dei morti è, in realtà, un potente assorbente di trielina e ammoniaca.

    4 – Dracena Compacta. Assorbe benzene, formaldeide e tricloroetilene.

    5 – Dracena marginata. Ottima per l’assorbimento di tricloroetilene e benzene.

    6 – Edera. Assorbe benzene e tricloroetilene.

    7 – Ficus beniamina, robusta, retusa. Bellissima pianta eccellente per l’assorbimento di formaldeide. Richiede molta luce e non sopporta le correnti d’aria.

    8 – Gerbera. Assorbe trielina, monossido di carbonio e benzene. In estate sta bene fuori, ma d’inverno meglio se la tenete in casa. La gerbera richiede molta luce.

    9 – Pothos (Scindapsus). Combatte le emissioni di formaldeide ed è adatta anche a luoghi poco luminosi.

    10 – Spatillo (Spatifillum). Abbatte gli effluvi negativi di solventi, alcoli, acetone, benzene e formaldeide. È una pianta che va innaffiata spesso e rilascia molta umidità.

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    CANAPA,UNA PIANTA CON CUI SI FA TUTTO: UNA RISORSA PULITA PER UN'ECONOMIA SOSTENIBILE

    sabato 14 luglio 2012


    Si parla sempre molto di ambiente, ma se ne parla anche molto a sproposito. Infatti, nonostante i tanti dibattiti, quando c'è una possibilità di sostituire il petrolio con materie prime naturali e rinnovabili, nessuno se ne accorge (così come nessuno si è mai accorto del più grande sperpero di risorse energetiche della Storia, quello del metano). Certo, è molto difficile oggi immaginare un'economia sviluppata che possa fare a meno del petrolio, dei milioni di alberi abbattuti ogni anno per fare la carta, e dei prodotti dell'industria chimica. Ed è altrettanto difficile immaginare una società affluente senza le montagne di rifiuti, l'inquinamento e gli altri danni all'ambiente a cui siamo da tempo abituati.
    Eppure una concreta e fondata speranza esiste: questa speranza ci viene dalla canapa. Con le materie prime della canapa si possono produrre, in modo pulito ed economicamente conveniente, tessuti, carta, plastiche, vernici, combustibili, materiali per l'edilizia ed anche un olio alimentare di altissime qualità. La canapa è stata, tra le specie coltivate, una delle poche conosciute fin dall'antichità sia in Oriente che in Occidente. In Cina essa era usata fin dalla preistoria per fabbricare corde e tessuti, e più di 2000 anni fa è servita per fabbricare il primo foglio di carta. Nel Mediterraneo già i Fenici usavano vele di canapa per le loro imbarcazioni. E nella Pianura Padana la canapa è stata coltivata per la fibra tessile fin dall'epoca romana. Ma quali sono le materie prime della canapa, e quali prodotti se ne possono ottenere?


    MATERIE PRIME





    La canapa è una pianta dal fusto alto e sottile, con la parte sommitale ricoperta di foglie, e può superare i 4 metri d'altezza. La parte fibrosa del fusto si chiama "tiglio" e la parte legnosa "canapolo". La canapa può essere coltivata per due scopi principali: per la fibra tessile o per i semi. Se si coltiva la canapa per la fibra tessile il raccolto va fatto subito dopo la fioritura, e si possono ottenere fibre tessili (20 %), stoppa (10 %) e legno o canapolo(70 %). Se invece si coltiva la canapa per i semi, la parte fibrosa o tiglio è interamente costituita da stoppa, cioè da fibra di qualità inferiore inadatta per l'uso tessile, ma che può sostituire la maggior parte delle fibre industriali. Una importante caratteristica della pianta di canapa è la sua produttività. E' una delle piante più produttive in massa vegetale di tutta la zona temperata: una coltivazione della durata di tre mesi e mezzo produce una biomassa quattro volte maggiore di quella prodotta dalla stessa superficie di bosco in un anno. Molti contadini vogliono riprendere a coltivare la canapa se non altro perchè, data la sua velocissima crescita, essa sottrae la luce e soffoca tutte le altre erbe presenti sul terreno, e lo libera quindi da tutte le infestanti meglio di quanto non sappiano fare i diserbanti.

    Ecco che cosa si può ricavare da queste materie prime.

    TESSUTI





    La pianta di canapa, più produttiva in fibra tessile del cotone, oggi può essere lavorata in impianti che sostituiscono le lunghe e faticose lavorazioni manuali di un tempo. La sua coltivazione richiede pochi pesticidi e fertilizzanti, mentre il cotone specialmente di pesticidi ne richiede moltissimi. Inoltre la fibra della canapa è molto più robusta e dura più a lungo. Attualmente può essere lavorata in modo da renderla sottile quanto si vuole, e viene proposta in sostituzione del cotone e delle fibre sintetiche.

    SEMI E OLIO



    La canapa, oltre che per la fibra tessile può essere coltivata per ricavarne i semi. I semi di canapa contengono proteine di elevato valore biologico nella misura del 24 %, ed un olio nella percentuale dal 30 al 40 %. Per il loro valore nutritivo i semi di canapa sono stati proposti come rimedio alla carenza di proteine dei paesi in via di sviluppo.
    Le qualità dell'olio di canapa sono eccezionali. E' particolarmente ricco di grassi insaturi ed è l'ideale per correggere la dieta dell'uomo moderno e per prevenire le malattie del sistema cardiocircolatorio. Altrettanto straordinarie sono le proprietà di questo olio per gli usi industriali: non a caso è stato paragonato all'olio di balena. Le vernici fabbricate con questa materia prima, oltre a non essere inquinanti, sono di qualità incomparabilmente superiore rispetto a quelle prodotte con i derivati del petrolio. Con l'olio di canapa si possono inoltre fabbricare saponi, cere, cosmetici, detersivi (veramente biodegradabili), lubrificanti di precisione ecc.


    CARTA




    Una volta estratta la fibra tessile o dopo aver raccolto di semi, rimangono la stoppa più la parte legnosa o canapolo, che non si possono considerare solo un semplice sottoprodotto, ma un'altra importante materia prima. Con la stoppa si può fabbricare carta di alta qualità, sottile e resistente. Con le corte fibre cellulosiche del legno si può produrre la carta di uso più corrente, come la carta di giornale, i cartoni ecc.
    Fare la carta con la fibra e il legno della canapa comporta importanti vantaggi: innanzitutto per la sua enorme produttività in massa vegetale, e poi perchè la si può ottenere da un'unica coltivazione insieme alla fibra tessile o ai semi.
    Un altro grosso vantaggio della canapa è costituito dalla bassa percentuale di lignina rispetto al legno degli alberi, che ne contengono circa il 20 % anzichè il 40 %.
    Attualmente le grandi cartiere utilizzano solo il legname degli alberi. Il processo per ottenere le microfibre pulite di cellulosa, e quindi la pasta per la carta, prevede l'uso di grandi quantità di acidi che servono per sciogliere il legno. Questa operazione, ad un tempo costosa ed inquinante, non è necessaria con la carta di canapa ottenuta dalla sola fibra, e per quanto riguarda il legno di acidi ne servono meno della metà. Inoltre la fibra e il legno della canapa sono già di colore bianco e la carta che se ne ottiene è già stampabile. E per renderla completamente bianca è sufficiente un trattamento al perossido di idrogeno (acqua ossigenata), invece dei composti a base di cloro necessari per la carta ricavata dal legno degli alberi. Questi composti chimici sono una delle cause principali dell'assottigliamento dello strato di ozono nell'alta atmosfera.

    TAVOLE E LEGNO





    Con i fusti interi della canapa, pressati con un collante, si possono fabbricare tavole per l'edilizia e la falegnameria in sostituzione del legno, che sono di grande robustezza, flessibilità ed assai più leggere.


    MATERIE PLASTICHE



    Con la cellulosa di cui la pianta è ricca, attraverso un processo di polimerizzazione, si possono ottenere materiali plastici pienamente degradabili che, se in molti casi non possono competere con le sofisticate materie plastiche di oggi, hanno comunque fin dall'inizio una serie di usi importanti per imballaggi, isolanti e così via.


    COMBUSTIBILI

    La canapa, per la sua alta resa in massa vegetale, è considerata anche la pianta ideale per la produzione di combustibili da biomassa in sostituzione dei prodotti petroliferi. Bruciare combustibili da biomassa anzichè petrolio non fa aumentare l'effetto serra. Infatti l'anidride carbonica viene prima sottratta all'atmosfera durante la crescita della pianta, e poi restituita all'aria al momento della combustione. In questo modo la quantità di anidride carbonica dell'atmosfera non aumenta, al contrario di quello che succede se si bruciano idrocarburi fossili.

    Se è vero che con la canapa si possono produrre tutte le cose elencate sopra (e tante altre ancora), come mai le proprietà di questa pianta sono così poco conosciute e così poco sfruttate?
    Essenzialmente perchè da troppo tempo si è smesso di coltivarla.
    In Italia la canapa era coltivata al Nord principalmente per la fibra tessile, ed in Campania per i semi. Nella Pianura Padana la coltivazione della canapa è cessata a poco a poco negli anni Cinquanta, perchè non più conveniente rispetto al cotone e alle fibre sintetiche. Anche la coltivazione della canapa nel Meridione è cessata più o meno negli stessi anni.
    Negli Stati Uniti la produzione di vernici con olio di canapa era molto sviluppata fino al 1937 quando, molto prima che in Italia, la legge ha proibito la coltivazione della canapa insieme con la marijuana. Nel nostro paese invece la legge contro la marijuana è intervenuta quando già da tempo la coltivazione della canapa era stata abbandonata. A questo proposito però bisogna osservare che, anche se botanicamente si tratta sempre di "cannabis sativa", dalle varietà ottimizzate per la produzione di fibra e semi non è possibile ricavare la droga.

    Di fatto questa lunga interruzione della coltivazione rende difficile oggi il suo rilancio.
    Le modalità di coltivazione devono essere di nuovo messe a punto, ed anche i processi di lavorazione della materia prima devono essere riprogettati.
    Per molte ragioni non sono più proponibili le lunghe e pesanti lavorazioni manuali collegate con l'estrazione della fibra tessile, che del resto avevano già portato la canapa fuori mercato qualche anno fa. Sono necessarie nuove tecnologie. Per esempio la macerazione per il distacco della fibra dovrà essere fatta in appositi impianti ai quali i contadini conferiranno il prodotto dopo averlo essiccato. Questi impianti si possono già costruire, i processi sono stati quasi completamente individuati. E' necessario assemblare l'intera filiera che va dal produttore agricolo al prodotto finito, ed avviare il meccanismo. Il contadino non può mettersi a produrre la canapa se non c'è un impianto che la può lavorare, e non si può far lavorare l'impianto nuovo di zecca se i contadini non lo riforniscono della materia prima.

    Esistono però già fin d'ora molti fattori che premono perchè la macchina produttiva si metta in movimento. Sia in Europa che nel Nord America i coltivatori sono da tempo alla ricerca di nuove colture che possano ampliare il mercato in settori diversi da quello alimentare. Anche la C E E è interessata a promuovere coltivazioni a destinazione non alimentare, ed ha individuato nella canapa una delle colture più interessanti. Per questo ha deciso di sovvenzionare i coltivatori di canapa e di sostenere la ricerca per mettere a punto i processi di lavorazione.
    Questi sono segni che, anche al di là di considerazioni di carattere ambientale, c'è tutto un mondo dell'economia che si sta spostando verso una produzione basata su materie prime naturali e riciclabili, sostitutive del petrolio e dei suoi derivati.
    Anche il mercato è pronto a ricevere i prodotti della canapa. Esistono già ora centinaia di ditte in tutto il mondo che, usando materie prime provenienti dai paesi che non hanno mai interrotto la coltivazione (come l'Ungheria), fabbricano numerosi articoli a base di canapa: tessuti e capi d'abbigliamento, olio dei semi e prodotti alimentari che li contengono, saponi, cosmetici, vernici, carta, detersivi, tavole ed altri materiali per l'edilizia, legni compensati, oggetti d'arredamento ecc.
    Alcune di queste ditte hanno visto il loro fatturato crescere anche del 500 % in un solo anno. Ma nonostante ciò la domanda continua ad essere superiore all'offerta, ed i prezzi spesso sono alti. Alcuni prodotti poi, come i tessuti, sono praticamente introvabili.

    Tutto questo è la dimostrazione che il rilancio della canapa alla fine sarà sostenuto dal mercato, ovvero da un'opinione pubblica consapevole del fatto che la canapa può risolvere parecchi dei problemi ambientali che ci assillano. Ma è anche la dimostrazione che i tempi sono maturi per passare finalmente a produzioni su vasta scala. Ciò che frena attualmente lo sviluppo di questo settore e gli entusiasmi dei consumatori sono infatti proprio le limitate disponibilità di materie prime.

    E in Italia a che punto è la situazione? Come al solito l'Italia segue, e all'ultimo posto.
    Virtualmente nel nostro paese ancora non esistono ditte che producano o vendano prodotti di canapa.
    Anche sul piano culturale o semplicemente informativo l'Italia è ancora molto indietro. Lo dimostra il fatto che il principale sito italiano su Internet (piuttosto modesto) per documentarsi su questo argomento è ancora quello di un volonteroso privato che è anche l'autore di questo articolo.
    Ma esiste ora anche il sito Internet dell'ASSOCANAPA, punto di riferimento indispensabile per tutti gli agricoltori interessati alla canapa, che contiene già molte informazioni di carattere agronomico
    Ugualmente indispensabile per chiunque voglia approfondire ulteriormente l'argomento è anche un volume pubblicato nel febbraio 1998. Si tratta di un testo scritto da ricercatori italiani che fa il punto su tutto quello che è stato fatto e su quello che bisogna ancora fare in Italia per riprendere a coltivare questa benedetta pianta. (CANAPA: IL RITORNO DI UNA COLTURA PRESTIGIOSA - Nuove produzioni di fibra e cellulosa di Paolo Ranalli e Bruno Casarini edito da Avenue Media di Bologna).


    Fonte



    Olio di canapa estratto con spremitura a freddo dei frutti della pianta di canapa Sativa: Ottimo per la salute!



    L’olio di semi di canapa è un alimento che si ricava per spremitura a freddo dei frutti della pianta di canapa, ossia Cannabis Sativa L (sativa–coltivata).
    La storia dell’uso dell’olio di canapa ha inizio nella Cina del periodo neolitico, intorno al 3000 a.c.. I semi erano usati per combattere le infiammazioni delle pelle ed erano considerati tonici, ricostituenti, lassativi, diuretici ed eccellenti per liberare dai vermi i neonati e gli animali.
    Il primo utilizzo terapeutico della canapa documentato nella letteratura araba risale ai secoli VIII-IX; le parti della pianta più usate in terapia erano i semi e in minor misura le foglie.
    ’olio di canapa è particolarmente ricco di acidi grassi essenziali polinsaturi (contenente due o più doppi legami) della famiglia omega. Tecnicamente gli Omega (Ω) sono acidi grassi polinsaturi che, dal punto di vista chimico, hanno la caratteristica di possedere un primo doppio legame in posizione 3 (Ω3) o in posizione 6 (Ω6) a partire dall’ultimo atomo di carbonio della catena che li forma.
    La maggior parte degli olii vegetali non contiene il rapporto ottimale di Ω6 e di Ω3 e tende a promuovere l’accumulo di prodotti intermedi che ostacolano il metabolismo degli acidi grassi. L’olio di semi di canapa, al contrario, è correttamente equilibrato e non promuove accumulo di prodotti metabolici.
    Oltre all’omega 3 e all’omega 6, l’olio di canapa contiene anche la famiglia dei tocoferoli (vitamina E) che sono antiossidanti naturali, nonché i fitosteroli e alcuni componenti la famiglia dei cannabinoidi, Il Cannabidiolo (CBD), non ha alcun effetto psicoattivo, ma agisce sul sistema delle anandamidi prodotte dal nostro corpo (cannabinoidi endogeni) che modulano le risposte dell’organismo, sia nel sistema immunitario che agevolando le funzionalita’ cognitive e mentali attraverso l’attivazione dei recettori specifici recentemente scoperti.
    L’olio di canapa rappresenta un rimedio basilare, cioè un alimento, che per sua natura può ottimizzare la risposta del sistema immunitario come prevenzione ma anche nella cura di patologie e disturbi che dipendono da squilibri nella omeostasi metabolica ed alterazioni funzionali del sistema immunitario. L’olio di canapa può essere considerato un “vaccino” nutrizionale, nel senso che, ha tutti gli effetti di un alimento protettivo introducendolo quotidianamente nella dieta. L’olio di canapa ha un odore ed un sapore gradevole e può essere utilizzato per condire l’insalata, la pasta, il pesce, ed essere sostituito nell’ uso quotidiano agli altri olii di semi.
    Con l’uso quotidiano di olio di canapa possiamo prevenire in buona parte la progressione di aterosclerosi, agendo direttamente sui fattori di rischio, mantenendo più elastiche le pareti dei vasi senza avere effetti collaterali; se invece è già in atto la terapia con farmaci, l’olio di canapa può dare ulteriore miglioramento del quadro clinico, sempre consultando il medico curante:

    • malattie asmatiche e affezioni respiratorie, sia delle basse che delle alte vie respiratorie;

    • dermatiti atopiche ed affezioni cutanee varie (vitiligine, psoriasi, dermatite seborroica, acne anche nelle forme più gravi, rosacea, lupus cutaneo, ustioni);

    • patologie gastrointestinali (reflusso, colopatie, rettocoliti muco emorragiche);

    • affezioni vascolari (ipertensione arteriosa e vasculopatie);

    • patologie femminili (malattia fibrocistica del seno, cisti ovariche, disturbi del ciclo, climaterio);

    • artrosi e artrite reumatoide;

    • convulsivita’;

    • disturbi del linguaggio, autismo giovanile, disturbi caratteriali, impulsivita’;

    • disturbo specifico dell’attenzione, ritardo di acquisizioni psicomotorie;

    • cisti di qualsiasi distretto;

    • poliposi;

    • sclerosi multipla;

    • malattie autoimmuni;

    • osteoporosi;

    • tumori in genere.

    L’olio di Canapa ha un gradevole gusto nocciolato ricco di aroma.

    Conservare lontano da fonti di luce e calore, mantenere in frigorifero dopo l’apertura.

    Contiene 100 % olio di canapa naturale.

    Valori nutrizionali: per un cucchiaio (14g)

    Energia 126 kcal

    Proteine 0g

    Carboidrati 0g

    Colesterolo 0g

    Grassi totali 14g

    Di cui:

    Acidi grassi saturi 1,4g

    Acidi grassi insaturi 12,5g

    Acido Oleico (18.1 omega-9) …………………………….1,7g

    Acido Linoleico (18:2 omega-6)…………………………………. 7,7g

    Acido gamma-Linolenico GLA (18:3 omega-6)…………..0,5g

    Acido alpha-Linolenico (18:3 omega-3)…………………….2,5g

    Acido Stearidonico SDA (18:4 omega-3)………………………0,1g

    Vit E 18mg

    Questi valori sono indicativi e possono variare perché trattasi di un prodotto naturale. [fonte]

    CANAPA: RISORSA RINNOVABILE, UN'OPPORTUNITÀ PER L'AMBIENTE (DOCUMENTARIO)







    Sardegna, dalla Grecia misterioso carico di scorie radioattive

    sabato 30 giugno 2012

    Da dove viene? Ben 22 sacconi senza protezione contenenti Cesio 137, principale sottoprodotto della fissione nucleare dell'uranio, si trovavano su una motonave ellenica, la Eilsum. Ma il paese non ha centrali nucleari, da dove provengono? Dovevano raggiungere gli stabilimenti di una multinazionale svizzera che nell'Isola tratta piombo e zinco

    PORTOSCUSO (Carbonia) - Un carico contaminato da scorie radioattive prodotte da centrali nucleari, è arrivato via mare sulla motonave Eilsum, battente bandiera ellenica. Destinazione: gli stabilimenti della Portovesme srl di proprietà della multinazionale svizzera Glencore, che nel sud ovest della Sardegna dovrebbe trattare unicamente residui industriali per la produzione di piombo e zinco.
    L’allarme è scattato il 25 giugno all’ingresso del cargo in fabbrica, prima che i fumi di acciaieria contaminati finissero nel processo di lavorazione. Ancora da accertare l’origine delle scorie radioattive. È perlomeno strano, infatti, se non decisamente inquitante, che giungano da un paese come la Grecia che non possiede alcuna centrale nucleare, né l’ha mai possesuta. Da dove arrivano, dunque quelle scorie? Quale paese le ha prodotte e con quali autorizzazioni viaggiano per il mare Mediterraneo?
    Fatto sta che il materiale pericoloso ha superato i controlli in Grecia ed è arrivato senza problemi in Sardegna. Prima dell’ingresso in fabbrica, nessuno si era accorto che i 22 sacconi, in similpelle senza protezione, erano pieni di residui da trattare e che nascondevano un isotopo radioattivo, il Cesio 137, principale sottoprodotto della fissione nucleare dell’uranio. Nel cargo greco il metallo, principale fonte di sicura contaminazione dopo l’incidente alla centrale di Chernobyl nel 1986, è stato rilevato con una certa concentrazione di radioattività pari a 3.7 becquerel per grammo, come confermato dall’Istituto di Fisica dell’Università di Cagliari.
    EMERGENZA CONTAMINAZIONE Sono le 8 quando il portale radiometrico, sistemato all’ingresso sud dello stabilimento sardo, segnala per la prima volta l’anomalia. Nel corso della giornata il dispositivo di controllo scatta altre due volte, alle 17 e alle 17,30. E così il cargo, nonostante nessuna irregolarità fosse stata segnalata dalle bolle di accompagnamento, viene monitorato prima con dispositivi automatici, poi controllato manualmente. Alla fine sono cinque i sacconi che risultano contaminati. Tutto il materiale viene confinato in un’apposita area di controllo. Le analisi dell’università di Cagliari confermano che si tratta di Cesio 137.

    L’ULTIMO CASO RISALE A GENNAIO 2011 – Non è la prima volta che alla Portovesme srl arrivano carghi contaminati. A gennaio del 2011 tre autoarticolati in arrivo da Brescia sono stati fermati con 70 tonnellate di materiali contaminati. Un altro episodio viene registrato nel 2007. Il sospetto di molti è che gli scarti contaminati possano arrivare dall’Ucraina, dove nell’aprile del 1986 a Chernobyl si consumò il più grave incidente mai registrato a un impianto civile nucleare.
    ALLARME DEGLI INDIPENDENTISTI Nel frattempo gli esponenti del movimento indipendentista Sardigna Natzione, che si erano battuti contro il nucleare nell’isola, parlano di «inganno delle scorie fatte passare per materie prime» e aggiungono: «Tramite la Portovesme srl continuano ad arrivare in Sardegna migliaia di tonnellate di scorie altamente inquinanti e pericolose con sospetto fondato anche di fumi radioattivi residui delle acciaierie del nord Italia e di mezza Europa». «Con la scusa di estrarre da essi piccole quantità di materiali utili – sostiene il coordinatore Bustianu Cumpostu – di fatto si smaltiscono in Sardegna rifiuti speciali pericolosi prodotti da altri».

    fonte

    RIFIUTI TOSSICI E RADIOATTIVI NEL MAR TIRRENO

    mercoledì 6 giugno 2012

    La Spezia, porto, rifiuti.


    di Gianni Lannes

    Bentornati nell’Alto Tirreno, santuario dei cetacei almeno sulla cartografia ufficiale. Invece del pesce ormai si pescano rifiuti pericolosi in questa “area protetta” a parole, come aveva già accertato Greenpeace con ben due rapporti scientifici (consegnati inutilmente al Governo tricolore). Così va in scena il solito copione, senza neanche il fastidio delle proteste popolari. Infatti, qualche giorno fa, 25 miglia a sud ovest dell’isola di Montecristo un peschereccio battente bandiera maltese ha tirato su dal mare sei fusti in plastica (di circa 50 litri cadauno) imbottiti e variamente assortiti di miscugli industriali. I bidoni sbarcati a Porto Santo Stefano, sono stati posti sotto sequestro dal locale Ufficio circondariale marittimo che sta curando le indagini del caso e che ha comunque accertato che i fusti non appartengono al carico (circa 40 tonnellate di cobalto, molibdeno ed altro) di quelli tossici persi in mare, al largo della Gorgona, dall’eurocargoVenezia ben 5 mesi fa, ma non ancora recuperati nonostante le vane promesse del ministro per l’Ambiente e la tutela del mare, Corrado Clini. Al momento sono in corso le analisi dell’Arpat sui campioni prelevati da tutti e sei i fusti. Dai primi rilievi effettuati anche dai Vigili del Fuoco, è emerso che la sostanza contenuta sia una soluzione a base di acido cloridrico. Si tratta dell'ennesimo ritrovamento in un’area marina “protetta” che come, tra l’altro, evidenziato da numerose interrogazioni parlamentari risulta concretamente minata da scorie letali. 

    Resoconto ufficiale - Alba del 17 dicembre 2011: vento forza 9/10 e onde di 10 metri. “Eurocargo Venezia” della Grimaldi Lines partita dal porto di Catania e diretta a Genova con a bordo catalizzatori esausti utilizzati per la desolforazione del petrolio provenienti dal polo petrolchimico di Priolo Gargallo di Siracusa e appartenenti ad una ditta lussemburghese; perdita di due semirimorchi trasportati in coperta, contenenti (30)-(35)-38-(45) tonnellate di catalizzatore Co.Mo (cobalto-molibdeno), poi dichiarati di Cobalto-Nichel in 198 fusti metallici chiusi di 200 l ciascuno contenenti sacchi neri di plastica chiusi con nodi a mano; punto di sversamento non definito con esattezza approssimativamente in un'area di circa 45 miglia quadrate a sud dell'isola di Gorgona, a una ventina di miglia dalla costa labronica, profondità variabile tra i 120 e 600 metri. Dall’esame a posteriori del sistema Automatic Identification System i fusti sarebbero probabilmente in un punto ormai identificato al largo del banco di Santa Lucia, su un fondale che degrada - secondo le batimetriche delle carte ufficiali - da 400 a 500 metri.  Il carico sarebbe volato in mare per una spaventosa sbandata di 34° della nave. La sua posizione è registrata fuori dal banco di Santa Lucia, oltre la Gorgona, una zona ben nota a tutti i pescatori del Tirreno. Mentre la nave «cappeggia» a velocità minima, le arriva quasi su rotta diretta di collisione una seconda nave, identificata nel ro/ro «Cragside» di 193 metri (da Genova verso sud). Per il comandante Pietro Colotto, a travolgere la Cargo Venezia è però un’onda di dieci metri in grado di determinare una rollata di 37 gradi. Un’onda il cui impatto è stato fissato alle 5.20 del 17 dicembre. Un’onda che ha attraversato la nave e l’ha scossa, inghiottendo due carichi di rifiuti tossici. Secondo alcune, insistenti, voci, l’impatto era arrivato almeno due ore prima, e già nella notte si discuteva di due semirimorchi in mare. Inutile pensare che del contenuto nessuno sapesse: il trasporto di merci pericolose è caratterizzato da una procedura particolare che comporta la descrizione di carico e di rotta, nonché un preciso monitoraggio durante il viaggio. Ma la scoperta dei 198 barili mancanti non è immediata, e arriva soltanto quando la Cargo Venezia giunge a destinazione nel porto di Genova.   Il 3 gennaio, il comandante della Cargo Venezia, Pietro Colotto, è stato iscritto dal sostituto procuratoreMasini nel registro degli indagati per violazione delle norme che regolano il carico e il trasporto di rifiuti speciali.

    Mar Ionio, nave.

    Versione governativa - Il ministro dell’Ambiente Corrado Clini ha presentato una relazione della Direzione generale per la protezione della natura e del mare.  Ecco come si sarebbero svolti gli eventi: «Alle ore 07.20 del 17 dicembre 2011 la moto nave Eurocargo Venezia in rotta da Catania a Genova informava via radio la Capitaneria di Porto di Livorno che, in un intervallo di tempo ricompreso approssimativamente tra le ore 04.00 e le 07.20 del mattino, in zona di mare ricadente nella giurisdizione di quella Capitaneria, colpita da una violentissima mareggiata ha perduto parte del carico trasportato sul ponte di coperta. La rotta, con le esatte posizioni e gli orari della nave, è stata registrata dal sistema satellitare A.I.S. presso la sala operativa delle Capitanerie di Porto in Roma, ed il tracciato è già a disposizione del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. La zona di mare interessata. circa 15 miglia al largo dell'Isola della Gorgona, ricade nel Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano ed è interna al Santuario Internazionale dei Cetacei (Pelagos)».Il documento chiarisce anche cosa è successo dopo: «La Guardia costiera di Livorno. una volta ottenuta conferma sulle caratteristiche di nocività del carico, lo stesso giorno 17 dicembre trasmetteva notizia agli Enti superiori (Ministero dell'ambiente, Comando generale delle Capitanerie), agli Uffici territoriali del Governo e ai Comuni di Pisa e Livorno. Nei giorni successivi fu inoltrata notizia di reato a carico del Comandante della nave alla competente Procura della Repubblica, e furono informate le associazioni, le cooperative di pesca ed i circoli nautici circa le precauzioni da adottare in caso di rinvenimento dei fusti galleggianti o spiaggiati. Dell'accaduto fu trasmessa anche formale comunicazione alle Autorità marittime francesi, in ottemperanza all’accordo Ramoge sulla protezione internazionale dell'alto Tirreno». Ma cosa c’era davvero a bordo della Venezia? Spuntano anche «Il carico caduto in mare è costituito da due semirimorchi di fusti contenenti - secondo i documenti di trasporto - catalizzatore a base di ossidi di nichel, vanadio e molibdeno esausto (in una prima dichiarazione la Società armatrice aveva dichiarato ossidi di cobalto"). Secondo le prime ricostruzioni, ciascun fusto contiene circa 170/180 Kg di materiale racchiuso in sacchi di plastica. Dei 224 fusti imbarcati a Catania, 26 sono giunti a Genova, e pertanto la quantità di prodotto caduta in mare, pari a 198 contenitori, può stimarsi in un totale di circa 33 - 34 tonnellate». Il ministero conferma la tossicità dei fusti: «Le caratteristiche della sostanza sono parzialmente confermate dal referto che la Capitaneria ha richiesto al Chimico del porto di Livorno, il quale appunto, individua il nichel, invece del cobalto, tra gli elementi presenti nei catalizzatori. Una pronuncia dell’Ispra circa gli effetti del prodotto sull'ecosistema marino e sulla salute dell'uomo - basata sulla sola scheda di sicurezza del prodotto, e che quindi postula un approfondimento degli effetti eco-tossicologici sugli organismi acquatici - afferma che “Il prodotto può determinare effetti negativi agli organismi marini ed entrare nella catena trofica solamente attraverso gli organismi detritivorl”. La scheda dì sicurezza redatta dal produttore ISABs.r.l. (Priolo Gargallo, Siracusa il 03/07/2009, ) dichiara il prodotto nocivo per gli organismi acquatici e in grado di provocare a lungo termine effetti negativi per l'ambiente marino. (R 51/53)».Poi si passa alla descrizione degli interventi amministrativi e tecnici: «Il 21 dicembre la Capitaneria di porto di Livorno ha diffidato il Comandante della Moto/nave “Eurocargo Venezia” e il rappresentante legale della Soc. Armatrice “Atlantica di Navigazione S.p.A.” di Palermo perché provvedessero ad adottare urgentemente ogni misura atta ad eliminare gli effetti dannosi già prodotti o potenziali e a prevenire il pericolo di ulteriore danno all'ambiente». Dopo aver fatto un rendiconto del tavolo tecnico del 10 gennaio «Per effettuare un esame congiunto della situazione ai fini dea minimizzazione del danno, nonché per valutare eventuali ricadute sulla salute pubblica» e della costituzione di due gruppi tecnici, «Uno in materia di rifiuti ed uno sulle valutazione del rischio sanitario-tossicologico e ambientale... ecotossicologico», ma anche della riunione del 16 gennaio a Livorno, il ministero descrive il progetto per l'individuazione ed il recupero del carico: «In data 30 gennaio 2012, su invito della Capitaneria di Porto di Livorno, presso i locali della Prefettura di Livorno si sono riuniti i rappresentanti" di Ministero dell'Ambiente: Regione Toscana Ispra, Arpat e Capitaneria di Porto di Livorno per valutare la proposta tecnica di Atlantica S.p.A. per l’individuazione, mappatura ed eventuale recupero dei relitti del carico perso in mare dalla nave Eurocargo Venezia (trailers e fusti). Nel corso della riunione sono stati approfonditi tutti gli aspetti tecnici della proposta ed in particolare è stato richiesto alla società armatrice: una integrazione della documentazione per la parte riguardante il recupero dei materiali e le modalità di smaltimento dello stesso; l’imbarco del personale tecnico (Ispra, Arpat, Iss, Ram etc.) nonché, militari della Capitaneria di Porto sulla nave individuata per la ricerca “Minerva Uno”». Le nuove ricerche in mare sono iniziate il 6 febbraio 2012, quando «la Capitaneria di porto di Livorno ha comunicato l’avvio della campagna di monitoraggio e ricerca dei fusti e dei semi-rimorchi finiti in mare da parte della nave oceanografica “MINERVA UNO”, per conto darla Società “Atlantica di NavigazioneS.p.a.” armatrice della Moto/Nave “Eurocargo Venezia”» Il 17 febbraio «Sono stati individuati sui fondali, a quota circa 430 metri di profondità, dei fusti dispersi. Il giorno successivo, l'ispezione effettuata tramite il Rov ha confermato la presenza dei due semi-rimorchi e di circa 50 fusti contenenti il catalizzatore in questione. Una nuova ispezione effettuata con il Rov, nei giorni successivi ha quantificato la presenza nell’area di circa 100 fusti», quindi mancherebbero all’appello più di 90 fusti. Il 20 febbraio si è tenuta al ministero dell’Ambiente la riunione del tavolo tecnico, al quale hanno partecipato anche rappresentanti degli enti locali interessati e la regione Toscana e rappresentanti della Grimaldi e della Castalia e da personale del dipartimento di ecotossicologia dell’Università di Siena. L’Ammiraglio Ilarione Dell’Anna «Ha illustrato le varie fasi del monitoraggio effettuato ed ha tracciato, di concerto con Arpat e Ispra, le successive fasi di raccolta campioni (colonna d'acqua, sedimenti del fondale. pesci e organismi bentonici) in modo da poter monitorare sia la dispersione del materiale finito in acqua nonché l’eventuale presenza nella catena trofica».   

    Allarme rosso - Il monito pronunciato dal governatore della Toscana Enrico Rossi - «Individuare e recuperare i bidoni è una questione di carattere nazionale e non bisogna perdere altro tempo» - assume una dimensione grottesca. Soprattutto perché pronunciato il 17 gennaio; oltre 4 mesi fa. «E’ ben visibile un’area subito a nord ovest del luogo di individuazione dei fusti dove risulta disperso il contenuto dei fusti stessi - si leggeva nel documento dell'Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana – E’ plausibile che a causa della pressione esercitata dalla colonna d'acqua i fusti si siano aperti e il contenuto si sia depositato sul fondo, disperso secondo l'andamento delle correnti prevalenti ad una profondità tra i 400 ed i 450 metri». Tradotto: alcuni bidoni si sono aperti e il contenuto si è disperso in acqua. O meglio: visto che il solfato di nichel è tossico per gli organismi acquatici - come aveva ricordato la stessa Arpat nei giorni scorsi - potrebbero esserci serie conseguenze per l’equilibrio ambientale del nostro mare. Possibile che la “plausibilità” di un inquinamento sostenuta dall’Arpat nel giro di qualche ora sia diventata un’ipotesi da verificare? L’Arpat Toscana in uno stesso giorno si contraddice un paio di volte: «il contenuto dei fusti risulta disperso, depositato sul fondo, a una profondità tra i 400 e i 450 metri». Poi, innesta una mezza marcia indietro, corregge il suo comunicato e usa il condizionale. «Il contenuto dei fusti potrebbe essere disperso». Infine, fa una vera e propria piroetta e rivoluziona la sua versione: «Solo dopo verifiche si potranno avere informazioni certe sulla dispersione dei bidoni e sulla fuoriuscita di materiali». Quei 198 fusti di veleni industriali hanno disperso in mare cobalto radioattivo, solfato di nichel, di molibdeno, di alluminio. Hanno contaminato pesci, crostacei e molluschi di una delle aree più pregiate del Mar Tirreno? La Minerva Uno, la nave da ricerca oceanografica della società Castalia, ha trovato una parte dei bidoni pieni di sostanze tossiche. I fusti sono stati individuati esattamente nell’area del presunto affondamento individuata da Capitaneria e Castalia: ad una profondità di circa 430 metri a 9 miglia nord-ovest di Gorgona (inizialmente si diceva 20 miglia) ed a circa 20 miglia dalla costa dello Scolmatore e secondo la Capitaneria di porto di Livorno il ritrovamento è sicuro al 99,9 per cento. Il tratto di mare in cui è avvenuto il ritrovamento  è stato ben delimitato dalla Capitaneria di porto il 4 febbraio scorso. Ma quella zona è la stessa che viene segnalata in un documento dell’Ispra del 21 dicembre 2011, quattro giorni dopo l’incidente. Insomma già da quella data le autorità erano in grado di stabilire con una certa esattezza la zona dove erano stati seminati i bidoni. Però le ricerche effettive sono cominciate 41 giorni dopo e non si sono ancora concluse. Il recupero dei veleni è ancora in alto mare. Ma l’ultimo piano “operativo” - stabilito il 4 aprile in una riunione tenutasi presso la Capitaneria di Porto di Livorno (alla quale erano presenti rappresentanti del ministero dell’Ambiente, della Regione Toscana, delle Province e dei Comuni di Livorno e Pisa, nonché dell’Arpat, dell’Ispra, dell’Istituto Zooprofilattico e dell’Istituto Superiore di Sanità) - prevede che la campagna di recupero «abbia inizio nei primi dieci giorni di maggio e duri circa un mese, condizioni meteo permettendo» mentre «la Grimaldi proseguirà anche con l’attività di ricerca dei fusti ancora dispersi sul tratto di mare interessato dalla rotta intrapresa dall’eurocargo Venezia, per una lunghezza di 12 miglia e per una larghezza di circa 1.300 metri, in diretta prosecuzione, verso ovest, dalla zona di rinvenimento dei relitti del carico». Sarà. Tuttavia, completamente inutili, fino ad oggi, si sono poi rivelati i due piani elaborati per risolvere la solita emergenza. Il primo, del 6 febbraio, prevedeva il recupero dei bidoni dopo 60 giorni, ma non è stato rispettato. Il secondo, presentato il 29 marzo, garantiva che entro la metà di aprile le ricerche sarebbero riprese. Il successivo appuntamento era per il 10 maggio, quando sarebbe dovuto iniziare il recupero. Intanto, nelle acque fra Gorgona e Livorno niente si muove per la bonifica. E da cinque mesi 198 barili carichi di rifiuti tossici continuano a danzare sui fondali, disperdendo il micidiale contenuto. Anzi, no. Sono solo 197. Uno l’ha recuperato, per caso, un peschereccio.
    Sito web oscurato - «Secondo me in queste acque scaricano materiali inquinanti da tempo» denuncia Antonio Brindisi, promotore del Comitato Abitanti Isola di Gorgona. «Mi rendo conto di fare accuse pesanti, ma altrimenti non mi spiego per quale motivo le ricerche non vadano avanti ma, anzi, si siano fermate». È comprensibile che nelle parole di Brindisi ci sia rabbia e delusione. Lui a Gorgona ci ha sempre vissuto. Qui, all’epoca del Granduca di Toscana Ferdinando II, i suoi antenati emigrarono da Lugliano, in Lucchesia, per coltivare le terre e abitare un’isola che dall’epoca dei pirati era rimasta deserta. Da allora sono passati quasi quattrocento anni, e la famiglia di Brindisi ha sempre mantenuto le radici a Gorgona dove durante tutto l’anno vivono nemmeno dieci persone, e poco meno di sessanta hanno la residenza. Per tenere i contatti con il mondo da questa frazione di Livorno grande soltanto due chilometri quadrati dove sono state costruite appena quindici case – tutte di proprietà del Demanio – fino a pochi giorni fa Brindisi utilizzava un sito internet (www.ilgorgon.eu.). Da sabato 21 aprile è però stato messo sotto sequestro dal Tribunale di Livorno. «Ho ricevuto la notifica soltanto cinque giorni dopo - spiega Brindisi - e non riesco ancora a capire per quale motivo il sito sia stato chiuso». L’articolo del Codice Penale cui si fa riferimento nel provvedimento è il 595 (“Diffamazione. Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione”) e il sito è stato oscurato preventivamente perché «può consentire la commissione di ulteriori reati». «Su queste pagine, scrivo di tutti i problemi di Gorgona. Dal rigassificatore, che qui vogliono costruire, al carcere che, nonostante le annuali minacce di chiusura, da centocinquant’anni occupa metà dell’isola. Più volte ho raccontato della Cargo Venezia e dei suoi 198 barili dispersi - continua Brindisi - anche perché, nonostante l’Arpat continui a dire che non ci sono danni, noi abitanti siamo molto preoccupati. Un paio di mesi fa ricordo ancora di aver visto una gigantesca chiazza marrone con una grande circonferenza a meno di cinque miglia dalle nostre coste. Ci hanno rassicurato, ma sappiamo che la situazione può diventare molto grave e noi gorgonesi abbiamo già deciso che, se saranno appurati dei danni all’ambiente, ci costituiremo parte civile».

    Mafie di Stato - Le scoperte sono affidate alla casualità: prima i mercantili affondati al largo delle coste toscane (anni ’80 e ’90), poi i container scaricati all’Elba (luglio 2009) e non recuperati perché il ministero di Grazia e Giustizia ha risposto al magistrato della Procura della Repubblica di Livorno che non ci sono fondi da stanziare, quindi 40 tonnellate di scorie inabissate dall’eurocargo Venezia della compagnia Grimaldi (2011), infine, si fa per dire, questi bidoni a zonzo per il Tirreno. E chissà cos’altro ancora ci riserva il futuro, notoriamente ricco di incognite. Sarà magari una cospirazione, obietteranno i soliti anonimi benpensanti. L’estate è prossima: sarà forse colpa dei soliti visionari ottenebrati dall’afa e da un tremendo colpo di sole? O si tratterà di un complotto illuminato? Strana casualità che mescola interessi di multinazionali, Stati e mafie, grazie alle intermediazioni dei servizi segreti nostrani e non. Smaltire legalmente alla luce del sole costa e parecchio. Allora, una soluzione a portata di nave c’è sempre - prove alla mano - almeno dai primi anni Settanta. Tanto chi se ne accorge se i flutti marini inghiottono schifezze un giorno sì e l’altro pure. Vicende sporche. Anzi, inquinatissime. Di una gravità inaudita, peggio di qualunque altro scandalo che si sia mai visto: per decenni, le industrie europee che volevano smaltire a basso costo rifiuti tossici si rivolgevano al Governo italiano, che chiamava i servizi segreti, i quali interpellavano i vari boss, i quali compravano navi da affondare con dentro i rifiuti; questi ultimi, dopo i primi tentativi fruttuosi ma troppo distanti nel Mar Rosso, nel Mar Nero e largo della Libia nel Golfo della Sirte con tanto di decreto ministeriale pro-Eni dell’ecologico Giorgio Ruffolo (e proteste di Gheddafi; rammentate il missile su Lampedusa?), trovavano più conveniente occultare i loro eczemi industriali nei nostri mari.  Centinaia di navi colate a picco e migliaia di container inabissati in tutto il Mediterraneo in 30 anni, con una preferenza per il Tirreno, ma soprattutto lo Jonio, senza disdegnare l’Adriatico. Ma anche camionate ed interi convogli ferroviari di porcherie interrate in vari siti in Lazio, Campania, Calabria, Basilicata e Puglia. Con conseguente aumento delle casistiche tumorali nelle popolazioni dell’Italia del Sud. La giornalista Ilaria Alpi (20 marzo 1994) e l’ufficiale della Guardia Costiera Natale De Grazia (12 dicembre 1995), collaboratore di punta del magistrato Francesco Neri, avevano scoperto il coinvolgimento dello Stato italiano e sono stati assassinati. Forse uno dei motivi per cui lo Stato chiamato Italia non ha mai combattuto seriamente le mafie (istituzioni organiche ma non riconosciute ufficialmente a livello istituzionale) è ha ordinato l’eliminazione di due magistrati dell’inarrivabile livello di Falcone e Borsellino con relative scorte di Polizia proprio per questo: i boss e le loro manovalanze tornano comodi quando c'è del “lavoro sporco” da eseguire in silenzio. Un generale dei carabinieri, alto dirigente dei Servizi segreti, ha dichiarato in un’audizione, naturalmente segretata, il prezzo pagato dallo Stato tricolore per queste illecite operazioni.
    La mafia è un’organizzazione creata ad hoc per svolgere determinate funzioni, e riceve precise protezioni, senza le quali non potrebbe esistere. Volerla trasformare in un “tipo antropologico” o in un fenomeno nato dal basso significa occultare come agisce l’oligarchia dominante, e i metodi che essa utilizza per continuare a dominare. Oggi le autorità statunitensi ed europee hanno un potere di controllo sul pianeta mai avuto prima, eppure esse sostengono di non poter debellare né la mafia né il terrorismo né la pirateria contemporanea. I governi occidentali, che dovrebbero combattere ogni fenomeno criminogeno, appaiono stranamente inadeguati, con mezzi insufficienti, e talvolta persino latitanti. Se gli Stati intendono combattere realmente le mafie, come mai non le sconfiggono? Se infatti oggi esiste una sola e potentissima egemonia militare - quella angloamericana - che controlla anche la produzione di droga e di armi, com’è possibile che essa non abbia nulla a che vedere con le reti mafiose internazionali? Il ritornello imperante è sempre lo stesso: distruzioni e distrazioni di massa.

    P.S. Per il libro-inchiesta sulle navi dei veleni, gran parte dei maggiori editori italiani pur apprezzando l’opera ben documentata, si è però rifiutata di pubblicarla.
    Container radioattivo.

    Italia, scorie nucleari abbandonate.

    Italia, mare dei veleni - Italia, moria di pesci.
    FONTE
    Mar Adriatico.



     
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