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    CRISI ECONOMICA,ISLANDA:AL VIA IL PROCESSO ALL'EX PREMIER

    sabato 24 marzo 2012

    L'ex primo ministro islandese Gair Haarde è accusato di aver condotto il Paese alla bancarotta. Un caso giudiziario unico al mondo. A difenderlo soltanto ministri e imprenditori.

    Errori che hanno portato il Paese alla bancarotta. In Islanda l'ex premier Geir Haarde (foto), 60 anni, già leader del partito dell'Indipendenza, rischia fino a due anni di carcere per un'accusa di negligenza che, secondo gli islandesi, gli avrebbe impedito di prevedere o arginare la crisi. A giudicare Haarde, nel processo che si è aperto a Reykjavik in questi giorni, una Corte speciale istituita nel 1905, che fino ad oggi non si era mai dovuta riunire. L'iniziativa giudiziaria è stata resa possibile grazie a un voto a maggioranza del Parlamento (33 favorevoli e 30 contrari).

    L'opinione pubblica è spaccata in due. Da una parte il popolo, convinto della colpevolezza dell'ex premier e ancora scosso dal ricordo delle manifestazioni di quattro anni fa contro il fallimento delle tre principali banche del paese (Kauphthin, Glitnir, Landsbanki). Dall'altra ministri e imprenditori, molti dei quali saranno chiamati a testimoniare, che difendono l'operato di Haarde e scaricano le colpe sul governo precedente. Secondo loro il sistema bancario era già fuori controllo e non è giusto che un solo uomo per le colpe di molti.

    L'ipotesi più probabile, causa della rabbia degli islandesi, è che si arrivi, per il mese di aprile, ad un verdetto di assoluzione senza che nessuno paghi per una situazione così catastrofica.

    Haarde intanto si è detto innocente, "vittima di una persecuzione politica".

    Parole già sentite.

    FONTE

    L'ISLANDA,DAL DEFAULT ALL'EURO?IL PAESE DIVISO SULL'ADESIONE ALL'UNIONE EUROPEA.

    mercoledì 19 ottobre 2011

    Gli esperti: il Paese è sulla strada giusta.Resta il problema dell’export:La corona svalutata
    non ci aiuta.

    Picchiate a caso sulla tastiera e verrà fuori il nome di un vulcano islandese. La battuta fece il giro di Internet quando a maggio del 2010 eruttò l’Eyjafjallajökull. I cronisti di mezza Europa inciamparono su quelle sei sillabe per raccontare che il disastro aveva costretto il governo a evacuare 600 persone. Soprattutto, la nube di cenere oscurò i cieli del Vecchio continente attirando di nuovo l’attenzione su un Paese che cercava faticosamente di risollevarsi da una catastrofe economica. E di dimenticare il quinquennio che lo aveva trasformato da tranquillo posto di pescatori in un gigantesco hedge fund.

    L’Fmi, che nel 2008 concesse all’Islanda un prestito da 2,1 miliardi di dollari, ne apprezza oggi i progressi. Franek J. Rozwadowski, capo della delegazione del Fondo che sta monitorando sul piano di risanamento, ci spiega che «la correzione è stata un successo. La valuta è stabile e l’inflazione sotto controllo. L’aggiustamento dei conti deve essere completato, ma questo Paese è sulla strada giusta». L’Fmi ha appena rivisto le stime di crescita per il 2011 e 2012 al 2,5 per cento; l’inflazione è al 4,2 per cento.

    Ma se nell’ottobre del 2008, pochi giorni dopo il fallimento di Lehman Brothers, in una sola settimana le tre maggiori banche che avevano accumulato debiti pari a 10 volte il Pil islandese crollarono, fu anche perché molti si erano girati dall’altra parte mentre si preparava l’undicesima crisi bancaria più grave di sempre. Per anni i professoroni americani avevano stilato rapporti da dieci e lode sull’Islanda. L’ex consigliere economico di Ronald Reagan, Arthur Laffer pontificò nel 2007: «L’Islanda è un esempio per il mondo». E il famoso monetarista della Columbia Frederic Mishkin si fece dare 124 mila dollari dalla Camera di Commercio islandese per un rapporto dal titolo eloquente, «La stabilità dell’Islanda» che uscì poco prima della Grande crisi. Adesso nel suo curriculum il titolo è stato modificato in «L’instabilità dell’Islanda». Ma anche la reputazione di Mishkin è notevolmente cambiata.

    Quando capitolarono la Kaupthing, la Glitnir e la Landsbanki, il valore della corona islandese, sempre attorno a quota 70 contro l’euro, precipitò del 70 per cento e la Borsa di Reykjavik perse l’80 per cento del suo valore. Tra gli islandesi, che avevano triplicato il loro livello di benessere tra il 2003 e il 2007, si sparse il panico. Finché il governo, che aveva già preso il controllo delle banche - senza i debiti (crearono delle bad bank) -, impose un blocco dei capitali che dura ad oggi. A tre anni di distanza per comprare un euro ci vogliono quasi 160 corone, più del doppio rispetto al pre-crisi. E quando gli islandesi vogliono andare in vacanza all’estero, possono portarsi al massimo l’equivalente di 2.500 euro. L’economia continua anche a dipendere dalle importazioni e ad avere un’inflazione al triplo di quella europea. Non meraviglia che oggi Bryndis Isfold Hlödversdottir, a capo del movimento pro-Ue «Ja Island» ammetta che il principale motivo per cui è favorevole alla Ue è che «ho due figli piccoli e mi costano troppo. L’euro sarebbe una salvezza».

    Nella primavera del 2009 il governo di Geir Haarde è stato costretto alle dimissioni per la «rivoluzione delle pentole». Gli islandesi riempirono le vie di Reykjavik battendo pentole in segno di protesta e ottennero le elezioni anticipate. Oggi Haarde è il principale imputato del processo contro i responsabili della crisi. Ma molti pensano che sia il capro espiatorio sbagliato. Qualcuno punta il dito contro il principale responsabile delle maxi privatizzazioni della fine degli Anni Novanta e della totale assenza di una vigilanza bancaria, l’ex primo ministro tra il 1991 e il 2004 ed ex governatore della banca centrale (tra il 2005 e il 2009) David Oddson. Oggi dirige il principale quotidiano del Paese, il Morgunbladid. È come se Richard Nixon dopo il Watergate avesse diretto il Washington Post , ha acutamente notato qualcuno.

    L’Islanda, nel 2007 era il quinto Paese più ricco al mondo e nel 2006 il più felice, nel 2008 si è risvegliata bruscamente da un periodo di Pil a tassi asiatici del 6 per cento. Ma dopo i fasti degli indebitamenti stellari in quest’isola nel NordAtlantico molti sognano la Ue e l’euro. Al termine di piani severi di aumenti di tasse e tagli pesanti alla spesa pubblica che la crisi ha imposto all’Islanda, la lobby che guarda con favore all’ipotesi di mettersi sotto l’ombrello europeo è ampia. Il negoziato è già in corso ma dovrà essere ratificato alla fine da un referendum. Del partito dei favorevoli fanno parte le imprese, i sindacati e il partito di governo, i socialdemocratici. I contrari sono i partner di coalizione, la sinistra radicale, ma anche l’opposizione e la categoria più potente e influente d’Islanda, quella dei pescatori.

    Si potrebbe pensare, ad esempio, che la svalutazione della corona abbia favorito l’export. Ma Orri Haukson, direttore della Federazione delle imprese, osserva che «c’è un limite a quello che possiamo esportare, cioè pesce e alluminio. E questo limite è stato raggiunto. Inoltre, il governo non può fare investimenti: in questi anni sono al 12-13 per cento, ci vorrebbe almeno il doppio. Per le nostro imprese la cosa più importante, adesso, è avere una moneta stabile». Certo, se fino alla scorsa primavera erano ancora la maggioranza del Paese, gli ultimi sondaggi mostrano che la crisi dei debiti e il caso Grecia stanno rafforzando il fronte del «no». «Ma c’è ancora tempo per discutere», sostiene fiducioso Stefan Haukur Johannsson, capo dei negoziatori islandesi per l’adesione alla Ue. Quanto ai sindacati - l’85 per cento degli islandesi sono iscritti - Gylfi Arnbjornsson, capo della Confederazione del lavoro non ha dubbi: «La decisione dovrà essere ratificata da un referendum, noi siamo a favore. Le famiglie hanno subito conseguenze molto gravi a causa della crisi, dobbiamo pensare a loro».

    Tra gli oppositori all’ingresso nella Ue c’è Pall Vilhalmsson, camicia grigia e gilet di lana grezza, capo del movimento «anti» Heimssyn. Parla di «splendido isolamento» e vagheggia della breve parentesi medievale durante la quale gli islandesi non subirono la dominazione norvegese né quella danese. «Non vogliamo cedere pezzi di sovranità alla Ue. Altri Paesi hanno aderito perché avevano vicini pericolosi, come ad esempio la Finlandia che temeva l’“orso russo”, ma noi non abbiamo nulla da temere, non abbiamo nemici». Se si fa eccezione per gli olandesi e inglesi imbufaliti perché il 9 aprile scorso il terzo referendum ha cancellato la possibilità che Reykjavik rimborsi i soldi ai creditori stranieri lasciati a bocca asciutta dalle banche. L’ardua sentenza è ora nelle mani della Corte di giustizia europea ed è attesa nelle prossime settimane.

    http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/421993/

    L’Islanda si libera del Fondo monetario internazionale

    mercoledì 21 settembre 2011

    L'Islanda è fuori dal Fondo monetario internazionale.
    La Nazione-isola del Nord Europa si sta riprendendo dalla crisi economica indotta dal monetarismo usuraio internazionale e lo sta facendo in modo del tutto opposto a quello che viene generalmente propagandato come inevitabile. Niente salvataggi da parte di Bce, Fmi o Banca Mondiale, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione, e un coinvolgimento dell’opinione pubblica nazionale tra le più alte d’Occidente.
    Anzi, dopo circa tre anni di aut aut rigettati dal popolo islandese attraverso un referendum e una Assemblea Costituente, il Fondo Monetario Internazionale e l’Islanda hanno preso strade diverse.

    La rivoluzione in Islanda? Semplicemente democrazia

    martedì 30 agosto 2011

    La crisi è stata per Reykjavík una grande occasione di rilancio e il Paese si prepara ad adottare una nuova legge fondamentale redatta con la costante partecipazione dei cittadini attraverso internet e i social network. E lo Stato non ha nessun problema a rimborsare i suoi debiti.


    Quando si parla di Islanda la prima cosa che va presa in considerazione è che si tratta di un Paese con circa 300mila abitanti. Volendo fare una battuta potrebbero governare tranquillamente anche solo aprendo un gruppo su Facebook. Siamo di fronte a una delle più avanzate democrazie del mondo. Sempre tra i primi posti in tutte le classifiche: banda larga, diritti dei gay, pari opportunità, libertà di stampa, lavoro...
    Visto che sulla crisi finanziaria e su come è stata affrontata ci sono varie leggende e alcune informazioni confuse, vale la pena chiarire alcuni punti. Così per renderci poi conto che quella che qui in rete viene definita superficialmente «una rivoluzione senza spargimento di sangue» è semplicemente la democrazia quando è in piena forma. Nella sua massima espressione che comprende la partecipazione attiva e consapevole dei cittadini e il rispetto della politica verso le esigenze e le domande che arrivano dal basso, dalla società civile.

    Cosa è successo con la crisi del 2008? In sintesi la crisi finanziaria del 2008 portò l’Islanda sull’orlo della bancarotta. Il Paese si trovò tra l’altro con un debito di circa 4 miliardi di dollari nei confronti di 300 mila risparmiatori inglesi e olandesi colpiti dal fallimento della banca islandese online Icesave (controllata da Landsbanki, fallita appunto in quell’anno).
    I cittadini si sono mobilitati, hanno protestato e hanno firmato una petizione per bloccare l’accordo del Parlamento islandese con Regno Unito e Olanda per il rimborso.

    E proprio in seguito alla petizione, il presidente dell’Islanda Ólafur Ragnar Grímsson, si è rifiutato di firmare l’accordo e ha indetto un primo referendum nel 2010: i no vinsero con il 93% dei voti. Il Parlamento ha successivamente approvato con netta maggioranza un altro accordo, meno pesante per l’Islanda. Ma Grímsson si è ancora una volta rifiutato di firmare e ha indetto un secondo referendum ad aprile 2011. I no sono prevalsi di nuovo anche se per il 60%. Secondo Grímsson era necessario ricorrere a un referendum per soddisfare la petizione fatta da 42 mila dei 318 mila abitanti dell’Islanda. Il primo ministro del governo di coalizione di centro sinistra, Jóhanna Sigurðardóttir, ha fatto sapere, in ogni caso, che lo Stato islandese non ha nessun problema a rimborsare i suoi debiti. E così anche il ministro delle Finanze, Steingrímur J. Sigfússon: «Le riserve sono sufficienti a coprire tutti pagamenti dei prossimi anni». Quindi il debito non è stato annullato come in alcuni articoli sulla “rivoluzione islandese” si lascia credere.

    Il referendum ha respinto le modalità individuate dal Parlamento per ripagare il debito, non di certo il debito stesso (anche perché non si capirebbe come mai una parte degli islandesi – il 7% al primo e il 40% al secondo referendum – avrebbe votato contro la cancellazione del debito). Ed è proprio di pochi giorni fa la decisione del Governo di Reykjavík di onorare il debito verso il Regno Unito con l’eventuale vendita di alcuni asset. La crisi è stata per l’Islanda una grande occasione di rilancio e il Paese ora si prepara ad adottare una nuova legge fondamentale redatta con la costante partecipazione dei cittadini attraverso internet e social network (che non si può di certo definire demagogicamente «il potere al popolo»). Dunque, la democrazia in tutta la sua complessità e con tutti i suoi chiaroscuri ha funzionato. Partecipazione dei cittadini, elezioni, referendum. Questa è la rivoluzione islandese.


    http://www.linkiesta.it/islanda-democrazia-diretta

    Islanda, dove i banchieri della crisi vengono arrestati

    sabato 23 luglio 2011

    REYKJAVIK - La scorsa settimana in Islanda sono state arrestate nove persone considerateresponsabili del crack finanziario che ha coinvolto lo stato islandese nel 2008, portandolo sull'orlo della bancarotta. La rivoluzione pacificache sta avvenendo in Islanda, e di cui nessuno parla, nasce proprio nel 2008, quando il governo all'ora in carica decide di nazionalizzare le tre maggiori banche del paese, i cui creditori erano per la maggior parte britannici e nord americani. E quando, per rifondere il debito contratto in questo modo dallo stato che se ne era fatto carico, intervenne il Fondo Monetario Internazionale, chiedendo come al solito tassi d'interesse altissimi e scaricando tutto il peso del debito sulla popolazione, che avrebbe dovuto pagare in 15 anni 3.500 milioni di euro al 5,5% d'interesse, lo stesso popolo islandese si espresse sulla questione con un referendum per cui si verificò una schiacciante vittoria (il 93%) di coloro che ritenevano di non dover pagare il debito.
    Come anche in Grecia oggi si dice, anche gli islandesi sostenevano che quel debito fosse "detestabile", e dunque non esigibile. Per chiarire, un debito detestabile è un debito contratto dallo stato con le banche o altri istituti, che pero` non porta benefici alla popolazione, ma anzi la danneggia. Un debito simile non si può pretendere che venga pagato dallo stesso popolo che ne ha gia` subito le conseguenze in termini d'interessi sul debito pubblico. Dopo il referendum e` stata istituita nel 2010 una Commissione incaricata di stabilire le responsabilità legali della fatale crisi economica, che ha portato già all'arresto di parecchi banchieri e alti dirigenti strettamente collegati alle operazioni arrischiate. Intanto l'Islanda sta anche scrivendo una nuova costituzione, imparando dalle lezioni della storia recente, nella quale sarà inserito un regime di protezione inattaccabile per la libertà d'informazione e di espressione. Una costituzione, quella islandese, discussa dalla popolazione attraverso i forum in internet e i social network. Finalmente sembra che la gente possa decidere liberamente del proprio futuro, e che i banchieri e gli squali finanziari, per una volta, debbano restare alla finestra a guardare, se non sono già scappati.


    http://www.net1news.org/islanda-dove-i-banchieri-della-crisi-vengono-arrestati.html

    La rivoluzione islandese (oscurata dai media)

    Una rivoluzione silenziosa è quella che ha portato gli islandesi a ribellarsi ai meccanismi della finanza globale e a redigere un'altra costituzione
    Oggi vogliamo raccontarvi una storia, il perché lo si capirà dopo. Di quelle storie che nessuno racconta a gran voce, che vengono piuttosto sussurrate di bocca in orecchio, al massimo narrate davanti ad una tavola imbandita o inviate per e-mail ai propri amici. È la storia di una delle nazioni più ricche al mondo, che ha affrontato la crisi peggiore mai piombata addosso ad un paese industrializzato e ne è uscita nel migliore dei modi. L'Islanda.Già, proprio quel paese che in pochi sanno dove stia esattamente, noto alla cronaca per vulcani dai nomi impronunciabili che con i loro sbuffi bianchi sono in grado di congelare il traffico aereo di un intero emisfero, ha dato il via ad un'eruzione ben più significativa, seppur molto meno conosciuta. Un'esplosione democratica che terrorizza i poteri economici e le banche di tutto il mondo, che porta con se messaggi rivoluzionari: di democrazia diretta, autodeterminazione finanziaria, annullamento del sistema del debito. Ma procediamo con ordine. L'Islanda è un'isola di sole 320mila anime – il paese europeo meno popolato se si escludono i micro-stati – privo di esercito. Una città come Bari spalmata su un territorio vasto 100mila chilometri quadrati, un terzo dell'intera Italia, situato un poco a sud dell'immensa Groenlandia. 15 anni di crescita economica avevano fatto dell'Islanda uno dei paesi più ricchi del mondo. Ma su quali basi poggiava questa ricchezza? Il modello di 'neoliberismo puro' applicato nel paese che ne aveva consentito il rapido sviluppo avrebbe ben presto presentato il conto. Nel 2003 tutte le banche del paese erano state privatizzate completamente. Da allora esse avevano fatto di tutto per attirare gli investimenti stranieri, adottando la tecnica dei conti online, che riducevano al minimo i costi di gestione e permettevano di applicare tassi di interesse piuttosto alti. IceSave, si chiamava il conto, una sorta del nostrano Conto Arancio. Moltissimi stranieri, soprattutto inglesi e olandesi vi avevano depositato i propri risparmi.
    La Landsbanki fu la prima banca a crollare e ad essere nazionalizzata in seguito al tracollo del conto IceSave
    Così, se da un lato crescevano gli investimenti, dall'altro aumentava il debito estero delle stesse banche. Nel 2003 era pari al 200 per cento del prodotto interno lordo islandese, quattro anni dopo, nel 2007, era arrivato al 900 per cento. A dare il colpo definitivo ci pensò la crisi dei mercati finanziari del 2008. Le tre principali banche del paese, la Landsbanki, la Kaupthing e la Glitnir, caddero in fallimento e vennero nazionalizzate; il crollo della corona sull'euro – che perse in breve l'85 per cento – non fece altro che decuplicare l'entità del loro debito insoluto. Alla fine dell'anno il paese venne dichiarato in bancarotta.
    Il Primo Ministro conservatore Geir Haarde, alla guida della coalizione socialdemocratica che governava il paese, chiese l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, che accordò all'Islanda un prestito di 2 miliardi e 100 milioni di dollari, cui si aggiunsero altri 2 miliardi e mezzo da parte di alcuni Paesi nordici. Intanto, le proteste ed il malcontento della popolazione aumentavano.
    A gennaio, un presidio prolungato davanti al parlamento portò alle dimissioni del governo. Nel frattempo i potentati finanziari internazionali spingevano perché fossero adottate misure drastiche. Il Fondo Monetario Internazionale e l'Unione Europea proponevano allo stato islandese di farsi carico del debito insoluto delle banche, socializzandolo. Vale a dire spalmandolo sulla popolazione. Era l'unico modo, a detta loro, per riuscire a rimborsare il debito ai creditori, in particolar modo a Olanda ed Inghilterra, che già si erano fatti carico di rimborsare i propri cittadini.
    Il nuovo governo, eletto con elezioni anticipate ad aprile 2009, era una coalizione di sinistra che, pur condannando il modello neoliberista fin lì prevalente, cedette da subito alle richieste della comunità economica internazionale: con una apposita manovra di salvataggio venne proposta la restituzione dei debiti attraverso il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro complessivi, suddivisi fra tutte le famiglie islandesi lungo un periodo di 15 anni e con un interesse del 5,5 per cento.
    I cittadini islandesi non erano disposti ad accettare le misure imposte per il pagamento del debito.
    Si trattava di circa 100 euro al mese a persona, che ogni cittadino della nazione avrebbe dovuto pagare per 15 anni; un totale di 18mila euro a testa per risarcire un debito contratto da un privato nei confronti di altri privati. Einars Már Gudmundsson, un romanziere islandese, ha recentemente affermato che quando avvenne il crack, “gli utili [delle banche, ndr] sono stati privatizzati ma le perdite sono state nazionalizzate”. Per i cittadini d'Islanda era decisamente troppo.
    Fu qui che qualcosa si ruppe. E qualcos'altro invece si riaggiustò. Si ruppe l'idea che il debito fosse un'entità sovrana, in nome della quale era sacrificabile un'intera nazione. Che i cittadini dovessero pagare per gli errori commessi da un manipoli di banchieri e finanzieri. Si riaggiustò d'un tratto il rapporto con le istituzioni, che di fronte alla protesta generalizzata decisero finalmente di stare dalla parte di coloro che erano tenuti a rappresentare.
    Accadde che il capo dello Stato, Ólafur Ragnar Grímsson, si rifiutò di ratificare la legge che faceva ricadere tutto il peso della crisi sulle spalle dei cittadini e indisse, su richiesta di questi ultimi, un referendum, di modo che questi si potessero esprimere.
    La comunità internazionale aumentò allora la propria pressione sullo stato islandese. Olanda ed Inghilterra minacciarono pesanti ritorsioni, arrivando a paventare l'isolamento dell'Islanda. I grandi banchieri di queste due nazioni usarono il loro potere per ricattare il popolo che si apprestava a votare. Nel caso in cui il referendum fosse passato, si diceva, verrà impedito ogni aiuto da parte del Fmi e bloccato il prestito precedentemente concesso. Il governo inglese arrivò a dichiarare che avrebbe adottato contro l'Islanda le classiche misure antiterrorismo: il congelamento dei risparmi e dei conti in banca degli islandesi. “Ci è stato detto che se rifiutiamo le condizioni, saremo la Cuba del nord – ha continuato Grímsson nell'intervista - ma se accettiamo, saremo l’Haiti del nord”.
    I Cittadini islandesi hanno votato per eleggere i membri del Consiglio costituente
    A marzo 2010, il referendum venne stravinto, con il 93 per cento delle preferenze, da chi sosteneva che il debito non dovesse essere pagato dai cittadini. Le ritorsioni non si fecero attendere: il Fmi congelò immediatamente il prestito concesso. Ma la rivoluzione non si fermò. Nel frattempo, infatti, il governo – incalzato dalla folla inferocita – si era mosso per indagare sulle responsabilità civili e penali del crollo finanziario. L'Interpool emise un ordine internazionale di arresto contro l’ex-Presidente della Kaupthing, Sigurdur Einarsson. Gli altri banchieri implicati nella vicenda abbandonarono in fretta l'Islanda.
    In questo clima concitato si decise di creare ex novo una costituzione, che sottraesse il paese allo strapotere dei banchieri internazionali e del denaro virtuale. Quella vecchia risaliva a quando il paese aveva ottenuto l'indipendenza dalla Danimarca, ed era praticamente identica a quella danese eccezion fatta per degli aggiustamenti marginali (come inserire la parola presidente al posto di re).
    Per la nuova carta si scelse un metodo innovativo. Venne eletta un'assemblea costituente composta da 25 cittadini. Questi furono scelti, tramite regolari elezioni, da una base di 522 che avevano presentato la candidatura. Per candidarsi era necessario essere maggiorenni, avere l'appoggio di almeno 30 persone ed essere liberi dalla tessera di un qualsiasi partito.
    Ma la vera novità è stato il modo in cui è stata redatta la magna charta. "Io credo - ha detto Thorvaldur Gylfason, un membro del Consiglio costituente - che questa sia la prima volta in cui una costituzione viene abbozzata principalmente in Internet".
    L'Islanda ha riaffermato il principio per cui la volontà del popolo sovrano deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale
    Chiunque poteva seguire con i propri occhi i progressi della costituzione. Le riunioni del Consiglio erano trasmesse in streaming online e chiunque poteva commentare le bozze e lanciare da casa le proprie proposte. Veniva così ribaltato il concetto per cui le basi di una nazione vanno poste in stanze buie e segrete, per mano di pochi saggi. La costituzione scaturita da questo processo partecipato di democrazia diretta verrà sottoposta al vaglio del parlamento immediatamente dopo le prossime elezioni.
    Ed eccoci così arrivati ad oggi. Con l'Islanda che si sta riprendendo dalla terribile crisi economica e lo sta facendo in modo del tutto opposto a quello che viene generalmente propagandato come inevitabile. Niente salvataggi da parte di Bce o Fmi, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione.
    Lo sappiano i cittadini greci, cui è stato detto che la svendita del settore pubblico era l'unica soluzione. E lo tengano a mente anche quelli portoghesi, spagnoli ed italiani. In Islanda è stato riaffermato un principio fondamentale: è lavolontà del popolo sovrano a determinare le sorti di una nazione, e questa deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale. Per questo nessuno racconta a gran voce la storia islandese. Cosa accadrebbe se lo scoprissero tutti?
    Andrea Degl’Innocenti
    http://www.ilcambiamento.it/lontano_riflettori/islanda_rivoluzione_silenziosa.html

    Nel precedente articolo abbiamo raccontato di come il popolo d'Islanda abbia intrapreso un percorso democratico di riappropriazione dei propri diritti, a scapito della finanza globale. Torniamo a scrivere sull’argomento - visto il grande interesse suscitato - per chiarire alcune delle questioni più controverse della vicenda islandese, così come sono emerse dai commenti dei lettori. Procederemo con ordine analizzando punto per punto ogni aspetto, riproponendo le domande e le curiosità così come ci sono state poste e cercando di fornire una lettura il più possibile realistica di quanto accaduto in Islanda e delle eventuali connessioni con la situazione dell'Italia e del resto d'Europa.
    Chi pagherà il debito? Una delle domande più ricorrenti è proprio questa. Già, chi paga? Come spesso accade, le domande più semplici sono anche le più complesse a cui rispondere. Per adesso la risposta è: nessuno. Lo stato islandese si è trovato nella morsa di due diverse forze, l'una che spingeva dall'alto, l'altra dal basso. Esso doveva rispondere da un lato ai propri cittadini, che si rifiutavano di pagare un debito contratto da enti privati (le banche) nei confronti di altri privati (i cittadini inglesi ed olandesi); dall'altro ad accordi internazionali e potentati finanziari che imponevano il pagamento del debito contratto, con qualsiasi mezzo e a costo di ridurre alla fame la popolazione islandese. Alla fine è stato deciso di dare la parola ai cittadini, affermando un principio sancito da molte costituzioni ma la cui applicazione appare quasi un atto rivoluzionario: che la volontà del popolo sovrano è superiore a qualsiasi altro accordo internazionale.
    Ci rimetteranno i cittadini inglesi ed olandesi? Sì, in un certo senso. Se il debito non verrà pagato a rimetterci saranno, in parte, anche i contribuenti d'Olanda e Gran Bretagna. I due stati creditori hanno già provveduto a rimborsare i propri cittadini titolari del conto IceSave, che sta alla base della controversia, dunque si sono fatti carico di tale debito. Significa che quei quattro miliardi circa di credito che i due paesi avevano verso l'Islanda non ci sono più, dunque non verranno più considerati nel bilancio statale. Ci saranno delle ripercussioni sui cittadini? Possibile, ma saranno comunque impercettibili. Il peso specifico che questa cifra assume sull'economia britannica o olandese non è paragonabile a quello che avrebbe assunto sull'Islanda. Ciò che conta, però, è che per una volta – forse la prima – si è smentito l'assioma del debito, uno dei mali peggiori che attanaglia le società contemporanee.
    Certo, la questione non è affatto semplice, come vedremo più avanti. Inoltre va ricordato che la faccenda del debito islandese non è ancora del tutto chiusa. Nonostante i cittadini islandesi si siano pronunciati per ben due volte sulla questione, è ancora aperta la controversia a livello internazionale, con Inghilterra ed Olanda che si sono tutt'altro che rassegnate a veder sfumare i propri investimenti.
    I cittadini si sono trovati a dover pagare per le colpe delle banche
    Gli islandesi si erano arricchiti con i soldi delle banche? “Finché le cose andavano bene erano tutti contenti, poi quando si sono messe male nessuno vuole pagare”, è un altro dei commenti ricorrenti. Certo, lo sviluppo sfrenato porta ricchezza e benessere, si sa. Ma è bene notare che: 1. chi si arricchisce veramente è un numero molto limitato di persone e nel caso islandese le ricchezze accumulate dai banchieri non sono paragonabili a quelle 'di riflesso' degli altri cittadini; 2. chi è responsabile dello sviluppo sfrenato è anche consapevole delle fragili basi su cui esso poggia, mentre i cittadini sono spesso indotti a credere che tale sviluppo sia solido e potenzialmente infinito; 3. la critica che rivolgiamo agli islandesi potremmo rivolgerla a noi stessi, visto che anche noi abbiamo goduto di un modello sociale non deciso da noi, ed ora ci prepariamo a pagare il conto (ed immagino non ci verrà fatta una colpa se cercheremo di pagarlo il meno salato possibile).
    Il punto qui è un altro. Stiamo uscendo – noi, gran parte del mondo – in modo piuttosto brusco e doloroso da un periodo di crescita sfrenata e di benessere diffuso. Andiamo certamente verso una fase di maggiori ristrettezze, inutile negarlo. La via d'uscita indicata come inevitabile dai potentati finanziari internazionali passa per privatizzazioni, perdita di diritti, rinuncia alla sovranità popolare. L'Islanda indica un'altra via percorribile.
    In Italia potrebbe accadere quanto accaduto in Islanda? No, ma ciò non vuol dire che i cittadini italiani – ed europei – non possano imparare niente dalla faccenda islandese, anzi. La dinamica degli eventi è sicuramente dipesa da alcune caratteristiche peculiari del paese nordico. Pochi abitanti (circa 320mila) sparsi su un territorio vasto e ricco di risorse, un'economia con un peso specifico relativamente basso all'interno delle dinamiche europee e mondiali, una situazione - anche geografica – di relativi isolamento e indipendenza e – soprattutto – un debito che ammontava a neppure quattro miliardi di euro. L'Italia ha un debito pubblico di quasi 2mila miliardi, per l'esattezza 1897,472 miliardi (dato relativo al mese di maggio 2011). Se i cittadini italiani decidessero di non pagare quel debito farebbero crollare all'istante l'intera economia europea, e buona parte di quella mondiale.
    La questione del debito è cosa decisamente complessa. Per ogni stato col cappio al collo, strozzato dal debito, c'è un paese creditore che senza quel credito si troverebbe nella medesima situazione. È un equilibrio delicato, un castello di carte nel quale basta il crollo di un elemento per scatenare un terrificante effetto a catena. Dunque gli stati si tengono in vita l'un l'altro, alimentando all'infinito i rispettivi debiti, in un meccanismo perverso e senza alcuna prospettiva di uscita.
    Il modello di democrazia partecipativa proposto dagli islandesi può essere d'ispirazione per le logore democrazie occidentali
    Cosa può insegnarci la faccenda islandese? In realtà molte cose, alcune delle quali le abbiamo già dette ma le ripetiamo. In primis che la via d'uscita dalla crisi che viene imposta dall'alto non è inevitabile. Da sempre le crisi economiche, necessarie al sistema di sviluppo capitalista – e ancor più a quello consumista – per potersi autoalimentare, hanno avuto come conseguenza una maggiore concentrazione delle ricchezze e del potere nelle mani di pochi, e la perdita dei diritti e dei beni da parte delle popolazioni. Oggi, forse per la prima volta nella storia, i cittadini hanno modo di essere informati e consapevoli di quello che gli sta accadendo attorno. Possono consapevolmente non accettare quello che gli viene imposto dall'alto, decidere di ribellarsi e di non lasciarsi portar via ciò che appartiene loro. La crisi si può trasformare in un enorme incubatore di democrazia.
    Siamo ad un bivio, all'inizio di un percorso. L'Islanda ci insegna che il popolo sovrano è in grado di decidere quale strada imboccare. La strada europea, quella degli aiuti da parte di Bce e Fmi e della svendita a privati dell'intero settore pubblico, della rinuncia ai beni comuni e ai diritti; oppure la strada islandese, della riappropriazione dei diritti e del potere decisionale, della democrazia diretta e partecipata che detta l'agenda a quella rappresentativa.
    Certo le differenze con lo stato nordico restano molte, ma nella vicenda islandese non dobbiamo pretendere di trovare una soluzione, piuttosto l'indicazione di un percorso. È vero, forse non potremo decidere di annullare il nostro debito estero. Ma potremo usarlo a nostro vantaggio. Questo potrebbe infatti rivelarsi una pericolosa arma a doppio taglio per chi lo usa come strumento neocoloniale per appropriarsi di “pezzi” di sovranità altrui e rubare i diritti dei popoli. Il debito italiano è una pistola alla tempia dell'Unione europea.
    Certo, sarà difficile iniziare un percorso di democrazia partecipata come quello islandese: loro sono 320mila, noi 60 milioni. Ma ci sono segnali confortanti - primo fra tutti quello degli ultimi referendum - che dicono che sulle questioni importanti non è poi così difficile fare fronte comune. L'Islanda ha aperto uno spiraglio, sta a noi creare un varco, e quindi un sentiero realmente percorribile.
    Andrea Degl’Innocenti

    http://www.ilcambiamento.it/lontano_riflettori/rivoluzione_islanda_italia.html

    Islanda: la crisi economica e la “rivoluzione silenziosa”

    giovedì 21 luglio 2011


    Proteste popolari in Islanda - Foto: paulmurphymep.eu
    Un paese strano, l'Islanda, come non potrebbe essere altro per un'isola posta al limite del circolo polare Artico, estesa un terzo dell'Italia (circa 100.000 km²) e con una popolazione 200 volte inferiore (320.000 abitanti). Una terra quasi disabitata dunque se non per qualche cittadina sulle coste, con l'interno simile a un deserto montuoso di ghiaccio e di lava: i vulcani e i geyser sono i veri dominatori dell'isola, le forze telluriche a volte devastatrici ma che offrono all'Islanda indispensabili risorse energetiche.

    Tutto questo fino a qualche anno fa, quando banche voraci credevano di prendere il loro posto e dare all'isola quello sviluppo repentino e inarrestabile che soltanto la finanza creativa poteva promettere, non certo la ricca e tradizionale ma inesorabilmente limitata e povera attività ittica. L'Islanda ha anticipato i tempi rispetto alla crisi finanziaria che come un ciclone sta travolgendo i paesi dell'euro: nel 2008 infatti l'isola è andata virtualmente in bancarotta. Oggi il paese sta scrivendo una nuova Costituzione (che dovrebbe essere innovativa in campo ambientale e di tutele sociali), come avviene dopo una guerra o dopo una rivoluzione più o meno cruenta. Capire che cosa è avvenuto nella piccola isola ai margini dell'Europa e del mondo, è istruttivo per rendersi conto che nella storia dell'uomo niente può essere dato per scontato.
    La storia economica dell’Islanda nell’ultimo secolo è segnata dal pesante interventismo dello Stato che per decenni ha mantenuto il controllo sul sistema finanziario e sull’industria della pesca; le liberalizzazioni messe in campo a incominciare dagli anni ’80 hanno dato soltanto l’impressione di sancire una svolta per una economia che, al di là delle strabilianti ma illusorie cifre che vedevano una robusta crescita del PIL e un reddito pro-capite superiore a quello degli Stati Uniti, rimaneva ingessata. Ma le banche principali del paese cominciavano a comportarsi disinvoltamente, accumulando debiti e promettendo facili profitti, secondo il metodo che avrebbe portato alla crisi del 2008. In quell’anno l’Islanda era a : insolvenza dei cittadini che non riuscivano a ripianare i mutui e i crediti concessi con basse garanzie, indebitamento delle banchesoprattutto verso l’estero, aumento dei tassi di interesse sui titoli di Stato, esplosione del deficit e del debito pubblico, svalutazione della moneta.
    In particolare le tre banche principali la Glitnir, la Kaupþing, la Landsbanki, si scoprono esposte con l’estero per alcuni miliardi di euro, cifre che superano di 7-10 volte l’ammontare del PIL dello Stato! Nel 2009 l’FMI concede un prestito ma il problema fondamentale riguarda la restituzione di 3,4miliardi di euro (ora diventati 3,9) che le banche islandesi, di nuovo nazionalizzate, devono a piccoli risparmiatori inglesi e olandesi. Il governo islandese ha sottoposto a referendumprima nel marzo 2010poi nell’aprile 2011, una bozza di accordo per il rimborso, denominato Icesave: in ambedue le occasioni i cittadini, già esasperati e protagonisti di grandi manifestazioni divenute modello per quelle spagnole, hanno respinto la soluzione, esponendo il paese a un grave imbarazzo internazionale e causando una crisi istituzionale che sta portando a una nuova Costituzione.
    Sembra che il paese si sia rifiutato di sottostare ai diktat del sistema finanziario globale che sta soffocando un paese come la Grecia: gli organismi internazionali concedono prestiti per salvare le banche in cambio di tagli insostenibili che cadono sulle spalle dei cittadini. E che alla fine non risolvono il problema. L’interpretazione comune di questo rifiuto islandese esalta la capacità di questo piccolo popolo di scegliere il proprio destino a prescindere dall’esterno, con il tipico orgoglio degli isolani.
    In Islanda sarebbe in atto una vera e propria rivoluzione, taciuta volutamente dai massmedia di mezzo mondo. Certamente il fatto di scrivere una nuova Costituzione mediante uno straordinario processo partecipativo che ha visto eleggere 25 cittadini liberi da qualsiasi appartenenza partitica (per elaborare una Magna carta da varare in Parlamento) e che prevede una capillare e continua interazione telematica con i cittadini, appare come un esperimento di partecipazione democraticadestinato a fare storia.
    Da un punto di vista economico il paese, comunque slegato da particolari vincolicome potrebbe essere l’appartenenza all’Unione Europea e la moneta unica, può comportarsi in maniera disinvolta, compiendo svalutazioni competitive, lasciando galoppare il deficit e facendo un piano di rientro dai debiti a lunghissima scadenza. L’Islanda dunque se la prende con comodo, anche se la crisi pesa gravemente sulla situazione generale. La recessione ha portato bene alla demografia: da quando è scoppiata la crisi gli islandesi si sono messi a fare figli come mai nell'ultimo mezzo secolo.
    Tuttavia l’Islanda non può essere presa come modello, sia per le sue caratteristiche intrinseche sia per la marginalità dell’isola nel contesto globale. Va ricordato poi che dietro il debito verso le banche non ci sta soltanto la finanza speculativa internazionale bensì piccoli risparmiatori, cittadini olandesi e inglesi anch’essi vittime dell’allegra gestione islandese e che, in qualche modo, vogliono indietro i loro soldi. È chiaro che l’isola dell’estremo nord può fare la sua rivoluzione e non importarsene delle regole che cercano di governare la comunità internazionale. Ma non è di certo un esempio esportabile.

     
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