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    accordo Debito U.S·.A

    martedì 2 agosto 2011

    ecco la nostra guida per chi decida di capirlo oggi

    Anche oggi, così come da diversi giorni a questa parte, un buon numero di quotidiani italiani dedica l’apertura della sua prima pagina a quanto sta accadendo negli Stati Uniti. La Casa Bianca, i democratici e i repubblicani sono impegnati da settimane in una trattativa su una materia di centrale importanza – e hanno una scadenza, il 2 agosto, dopodomani, oltre la quale le conseguenze di un mancato accordo potrebbero farsi sentire ben oltre i confini del loro Paese.


    Di cosa parliamo
    Mettiamola semplice: ogni paese ha bisogno di soldi. Per pagare le proprie attività, gli stipendi ai propri dipendenti, i programmi di welfare, gli investimenti in infrastrutture, i programmi di assistenza sanitaria, eccetera eccetera. In teoria, questi soldi dovrebbero arrivare dalle entrate: in primo luogo dalle tasse. In pratica, però, di questi tempi e per la maggior parte dei casi, i soldi in entrata sono meno dei soldi in uscita. A fronte di questa situazione, di norma i governi prendono del denaro in prestito – da banche, fondi e investitori, attraverso i titoli – e quindi si indebitano. In Italia lo sappiamo bene, viste le dimensioni del nostro debito pubblico. Anche gli Stati Uniti hanno un debito pubblico di proporzioni non indifferenti. Negli Stati Uniti, però, per prendere denaro in prestito e indebitarsi il Governo ha bisogno dell’autorizzazione del Congresso. Fino al 1917, serviva un voto del Congresso per ogni prestito. Dal 1917 si è deciso per una pratica più agile: fissare un tetto massimo di indebitamento e permettere al Governo di muoversi come meglio crede all’interno di quel tetto. Se non fosse che negli anni, un po’ per l’inflazione e un po’ per la situazione dell’economia, quel tetto è stato superato più volte: tutti i presidenti americani da Truman in poi hanno visto salire il tetto del debito statunitense. Il Congresso ha alzato il tetto del debito 18 volte durante la presidenza Reagan, 8 volte durante la presidenza Clinton, 7 volte durante gli anni di George W. Bush e 3 volte fino a ora con Barack Obama alla Casa Bianca. Il tetto attuale sarà toccato dal Governo americano il 2 agosto, domani. Quindi bisogna alzarlo.

    I negoziati
    Le trattative sono cominciate diverse settimane fa e sono condotte da tre soggetti molto diversi. John Boehner, presidente della Camera, è repubblicano come la maggioranza dei deputati: deve tenere insieme l’ala combattiva dei tea party con quella più moderata e centrista. Harry Reid è il capo dei democratici al Senato, cioè della maggioranza dei senatori. Barack Obama è il presidente degli Stati Uniti. Le trattative si sono interrotte diverse volte, per poi ricominciare e interrompersi di nuovo. Si tratta evidentemente di una partita più politica che economica: i repubblicani hanno vinto le ultime elezioni di metà mandato su una piattaforma centrata sul rifiuto di nuove tasse e la lotta del debito pubblico, e tra meno di un anno e mezzo ci saranno le elezioni presidenziali. Nel frattempo la ripresa dell’economia americana continua a essere piuttosto lenta e le dimensioni del debito pubblico salgono: in questo momento il 40 per cento della spesa del Governo statunitense dipende dal denaro preso in prestito. Per questa ragione, l’unica cosa su cui sono d’accordo tutti e tre i soggetti protagonisti dei negoziati è che non si può semplicemente alzare il tetto del debito con un tratto di penna: bisogna farlo mettendo al tempo stesso le basi per una riduzione del debito pubblico. Le principali proposte in campo sono due.

    La proposta Boehner
    Il piano del presidente della Camera taglia circa 900 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni, senza introdurre nuove tasse. Si tratta di tagli di misura piuttosto ridotta, tant’è che se approvati costringerebbero comunque il governo ad avere bisogno di un altro rialzo del tetto del debito da qui alle elezioni presidenziali del 2012. Uno scenario che la Casa Bianca e i democratici vogliono evitare a tutti i costi, e che tra l’altro contraddice la predicata intransigenza economica della destra americana. La proposta doveva essere votata giovedì sera ma ha incontrato l’ostilità – oltre che dei democratici – anche di una folta pattuglia di repubblicani, quelli vicini ai cosiddetti tea party, che rifiutano ogni compromesso e vogliono che alla proposta si accompagni l’inserimento nella Costituzione di un emendamento che impegni il governo a tenere i bilanci in ordine. Pur di far approvare la sua proposta dalla Camera, Boehner è stato costretto prima ad accantonarla e poi a modificarla come richiesto dall’ala più estrema del suo partito. Alla fine la legge è stata approvata dalla Camera nella notte tra venerdì e sabato, ma è stata bocciata pochi minuti dopo dal Senato a maggioranza democratica.


    La proposta Reid
    Il piano del capo dei democratici al Senato taglia la spesa di oltre duemila miliardi di dollari, rimandando il prossimo rialzo del tetto a oltre le elezioni del 2012. L’ala liberal del partito democratico la considera un tradimento, dato che non contiene nuove tasse per i superricchi, ma vari osservatori e analisti la considerano ben più convincente di quella di Boehner ai fini della rassicurazione dei mercati e delle agenzie di rating. Anche questa bozza, però, ha il sostegno di un solo ramo del Congresso: anche se il Senato dovesse approvarla, la Camera la boccerebbe senza pensarci un secondo.

    Il ruolo della Casa Bianca
    L’amministrazione Obama ha preferito non intestarsi una delle proposta né lanciare un proprio piano: un po’ per non dare ai repubblicani la ghiotta opportunità simbolica di bocciarlo, un po’ per permettere al presidente di giocare il ruolo di mediatore tra due soggetti piuttosto capricciosi. Obama lo ha fatto più volte, un po’ con le buone e un po’ con le cattive, gestendo i colloqui e invitando le parti a venirsi incontro. Se i democratici hanno fatto diversi passi verso i repubblicani, eliminando per esempio le tasse sui superricchi, i repubblicani sono restii a qualsiasi compromesso – Boehner nel corso di un’intervista ha spiegato di non voler nemmeno sentir dire la parola “compromesso”, a cui preferisce l’espressione “trovare un terreno comune”. Obama ha più volte strigliato il Congresso e i repubblicani, cercando di mostrarsi all’elettorato come l’ultima persona ragionevole rimasta a Washington. È certo però che un eventuale default del governo statunitense presenterebbe dei grossi rischi per la stabilità dell’amministrazione, nonché per la rielezione del presidente. Anche perché Obama, da senatore, si era opposto al rialzo del tetto del debito proposto dall’allora presidente Bush.

    A che punto siamo adesso
    Il Senato avrebbe dovuto votare ieri sera, stanotte in Italia, sulla proposta Reid. Il voto però è stato posticipato e data l’incombenza della scadenza, la decisione viene unanimemente interpretata come prova di un progresso delle trattative. Recependo quanto chiesto da Obama venerdì pomeriggio, i repubblicani e i democratici si starebbero incontrando su una proposta che innalzi il tetto del debito fino a oltre le elezioni presidenziali, condizione fondamentale per i democratici, e senza introdurre nuove tasse, condizione fondamentale per i repubblicani. La proposta taglierebbe la spesa per 2,8 migliaia di miliardi di dollari nei prossimi dieci anni, sarebbe congegnata in due fasi e probabilmente sarebbe osteggiata sia dall’ala liberal dei democratici sia, per ragioni opposte, dai tea party, ma potrebbe ottenere abbastanza consensi da essere approvata in modo bipartisan sia alla Camera che al Senato. Questo tra l’altro permetterebbe a chi ha seggi a rischio, da una parte e dall’altra, di non votare una misura così controversa: Boehner potrebbe dire ai suoi di averle comunque provate tutte mentre Obama darebbe la sua copertura politica ai democratici che voteranno il provvedimento.

    E se non ci si riesce?
    Se si dovesse arrivare al 2 agosto senza un accordo, e se Barack Obama dovesse decidere di non forzare la mano alzando unilateralmente di alzare il tetto del debito – c’è una discussione sulla legittimità di un’eventuale decisione di questo genere – il governo degli Stati Uniti non potrebbe più indebitarsi, quindi spendere altri soldi. Il ministero del Tesoro ha fatto diversi conti, in questi giorni, e sembra ormai certo che le attività del Governo possano durare almeno per dieci giorni oltre la scadenza del 2 agosto, pagando stipendi e sussidi. Poi bisognerebbe fermare tutto: sarebbe tecnicamente un default. Le agenzie di rating svaluterebbero il debito americano, privandolo della sua tripla A, e le conseguenze per l’economia mondiale sarebbero probabilmente catastrofiche.




    http://www.ilpost.it/2011/07/31/gli-stati-uniti-e-il-tetto-del-debito/2/

    Gli indignados di tutto il mondo che riempiono le piazze

    giovedì 28 luglio 2011

    Non solo Spagna. Il movimento dei giovani “indignati” ha fatto proseliti nelle piazze di mezzo mondo occidentale, dal Sudamerica (Cile e Camila Vallejo in testa) alla Bielorussia di Lukashenko, dalla Grecia in crisi a Parigi, a Tel Aviv, dove le case costano troppo. Solo in Italia il fenomeno ha fatto flop.  

    Viaggio tra gli indignados del pianeta.

      ➫ 15 maggio 2010 – Madrid, Spagna. A una settimana dalle elezioni regionali spagnole, in Plaza del Sol, a Madrid, si ritrovano alcune migliaia di studenti e lavoratori, riuniti attraverso il tam tam sui social network dal movimento Democracia Real Ya! L’idea è quella di esportare in Europa le rivendicazioni dell’onda araba in Tunisia, Egitto, Bahrain, Siria e Yemen. Nei giorni seguenti, circa 130mila persone invadono pacificamente le piazze di molte città iberiche, da Barcellona a Valencia, da Siviglia a Bilbao (vedi la fotogallery). Il loro programma prevede, tra i vari punti: lo stop alle spese militari, la riduzione dei privilegi della politica, la tassa sulle transazioni finanziarie, la cancellazione delle ipoteche sugli immobili. Il 21 maggio protesteranno a Francoforte, sotto la sede della Bce.

     ➫ 20-21 maggio 2011 – Roma, Milano, Firenze, Italia. Tramite gli studenti spagnoli in erasmus, l’onda spagnola arriva anche in Italia. Via Twitter (l’hashtag è #italianrevolution) e Facebook si cercano di organizzare manifestazioni pacifiche a Roma, Milano, Firenze, Trieste e altre città italiane. Sarà un flop: a Milano in Piazza Duomo (150 persone circa) e a Roma in Piazza di Spagna, sono perlopiù gli spagnoli a rispondere alla chiamata contro il sistema. L’Italia non si dimostra ricettiva.

    ➫ 30 maggio 2011 – Parigi, Francia. La Francia, a differenza dell’Italia, si indigna. Migliaia i manifestanti riuniti in piazza della Bastiglia per esprimere la loro solidarietà nei confronti del movimento M-15. Vengono piantate delle tende e si organizza un presidio permanente. La polizia transalpina userà gas lacrimogeni per cercare di disperderli, mentre i ragazzi cercano rinforzi con una campagna attraverso Facebook e Twitter.

    ➫ 29 giugno 2011 – Atene, Grecia. Atene vara un piano di austerity da 78 miliardi di euro mentre la città brucia (vedi la fotogallery). Idealmente vicini agli indignados spagnoli, i manifestanti ellenici si riuniscono in Piazza Syntagma, di fronte al Parlamento, per protestare contro i tagli imposti da Bruxelles per salvare il Paese dal default. I sindacati, nel frattempo, indicono uno sciopero generale di 48 ore. Non saranno proteste pacifiche: le immagini che arrivano da Piazza Syntagma mostrano dozzine di feriti, anche tra gli anziani, lanci di pietre e fumo di lacrimogeni.

    ➫ 30 giugno 2011 – Minsk, Bielorussia. Ogni mercoledì, da un mese, in molte città della Bielorussia i giovani scendono in piazza per protestare contro il regime di Lukashenko, al potere dal 1994 e rieletto premier lo scorso dicembre in una tornata elettorale truccata. È una protesta silenziosa. A Minsk si riuniranno duemila persone, attraverso un tam tam su Vkontakte, la versione in russo di Facebook. Il Kgb perquisisce il computer del 20enne Sergei, considerato l’organizzatore del movimento.

    ➫ Luglio 2011 – Santiago del Cile, Cile. In Cile la bella studentessa 23enne Camila Vallejo Dowling (vai al suo ritratto), eletta lo scorso novembre presidente della Fech, la prestigiosa Federazione degli studenti delle università del Paese, organizza una massiccia occupazione negli istituti del Paese per protestare contro Sebastián Piñera, il “Berlusconi” cileno. Da quattro mesi gli studenti del Paese continuano a occupare circa settecento istituti, a luglio hanno portato in piazza per tre volte duecentomila persone. Chiedono un’istruzione più equa.

    ➫ 14 luglio 2011 – Tel Aviv, Israele. Alcune persone si accampano in Rothschild Avenue, una delle vie centrali di Tel Aviv, per protestare contro l’aumento del prezzo delle case. Il sabato seguente 20mila manifestanti marciano per chiedere al Governo di calmierare gli affitti degli immobili. In breve tempo la protesta si diffonde a Gerusalemme, dove scendono in strada mille persone, e Beer Sheva. Domenica, il premier Nethanyau incontra il ministro delle Finanze per predisporre un piano casa. L’Esecutivo teme che nel Paese possa svilupparsi una nuova onda rivoluzionaria sulla scia della primavera araba.










    fonte
    http://www.linkiesta.it/anti-casta-indignados-camila-vallejo

    Cina, incidente a treni ad alta velocità. Un'italiana tra le vittime

    martedì 26 luglio 2011

    Due carrozze precipitano in un fiume. Almeno 35 morti e oltre 200 feriti

    Il primo treno, a causa di un fulmine, si blocca su un ponte. Il secondo non riesce ad arrestarsi in tempo

    C'è anche un'italiana tra le vittime del disastro ferroviario avvenuto sabato sera nella provincia cinese di Zhejiang, in cui sono morte almeno 35 persone. Lo hanno confermato autorità di Pechino alla Farnesina, aggiundendo che tra i 211 feriti c'è un'altra donna italo-cinese. Il consolato italiano di Shanghai è in stretto contatto con la famiglia della vittima e segue la vicenda con le autorità locali. L'incidente, che ha coinvolto due treni ad alta velocità, è avvenuto sabato verso le 20,3o (le 14,30 in Italia) sulla linea Hangzhou-Wenzhou al passaggio di un ponte su un fiume presso Shuangyu.
     INCIDENTE - Secondo una prima ricostruzione, il treno D3115 è rimasto senza corrente elettrica dopo essere stato colpito da un fulmine e si è arrestato in corrispondenza di un ponte. Il secondo treno che sopraggiungeva non ha potuto evitarlo e l'ha centrato: due carrozze del primo convoglio sono finite nel fiume sottostante e altre quattro del secondo sono deragliate. Circa 600 persone si trovavano a bordo dei sei vagoni coinvolti dall'incidente. Una bambina è stata salvata dopo essere rimasta 21 ore tra le rovine del treno deragliato.

    RIVISIONE - La Cina ha ordinato una revisione «urgente» della sua rete ferroviaria ad alta velocità e ha licenziato tre alti funzionari delle Ferrovie di Shanghai. Infatti l'incidente, il peggiore nella storia dell'alta velocità in Cina, rimette in discussione la questione dell'affidabilità della rete che, in pochi anni, è diventata la più grande del mondo con 8 mila km. L'inchiesta ha già messo in luce difetti nelle attrezzature che sono state colpite da un fulmine all'origine della tragedia.
    fonte
    http://www.corriere.it/esteri/11_luglio_23/cina-incidente-treni_b48e0f24-b533-11e0-9870-5546c4221366.shtml

    Attentato Oslo: Breivik ha vinto due volte, vi spiego perché.

    lunedì 25 luglio 2011



    Anders Behring Breivik l’attentatore di Oslo è stato probabilmente un perdente per tutta la vita. Eppure questa volta ha vinto lui. Da solo non avrebbe potuto farcela, i media gli hanno dato una grossa spinta verso questa triste vittoria. Il terrorismo è una strategia comunicativa. L’atto terroristico porta in se un messaggio. La natura del terrorismo è intrinsecamente collegata alla pubblicità. Il terrorismo vuole comunicare qualcosa a qualcuno. 

    “ Umberto Eco, intervenendo sulle strategie perseguite da Al Qaeda a partire dall’ 11 settembre e sulle inevitabili implicazioni con i mezzi di comunicazione di massa, afferma che questi ultimi, proponendo giorno dopo giorno, con una certa reticenza, l’immagine di Bin Laden hanno fornito allo sceicco del terrore miliardi e miliardi di pubblicità gratuita“.(Attacco all’informazione, Tridente, 2006, p 44)

    Vi è un rapporto di beneficio reciproco, tra mass media e terroristi. Per il terrorista, apparire in tv, sui giornali, è una forma di pubblicità eccezionale. Tutto il mondo oggi sa chi è Anders Behring Breivik ma, sopratutto, tutto il mondo sa cosa voleva, qual’era il suo messaggio. Alcuni giornali hanno reso disponibile per il download il memoriale Breivik. Ne hanno parlato anche le tv. Quante credete fossero le persone a conoscenza di questo memoriale fino ad un paio di giorni fa? Breivik era solo con i suoi deliri. Sebbene ora sia in galera, lui ha vinto. Per una volta nella sua vita ha vinto, il suo messaggio è stato diffuso al mondo intero. Un massaggio che potrebbe anche fare proseliti in un’Europa sempre più xenofoba, islamofoba e con lo sguardo rivolto a destra. Per carità, il diritto di cronaca va salvaguardato. Purtroppo però, come sempre più spesso accade, il diritto di cronaca è stato commercializzato. Ai fini della cronaca non c’era alcun bisogno di dire al mondo intero cosa Breivik volesse, quali fossero le sue idee in modo così dettagliato. I media hanno dato voce, pubblicità, ad un assassino. Ne hanno fatto da cassa di risonanza. I mass media hanno smesso d’informare per “evangelizzare il verbo di Breivik”.








    fonte
    http://www.partitiblog.it/2011/07/25/attentato-oslo-breivik-ha-vinto-due-volte-vi-spiego%C2%A0perche/

    Norvegia, il sospetto killer è norvegese «Ama la musica classica e i videogame»

    sabato 23 luglio 2011

    MILANO - La polizia norvegese, sotto choc come l’intero paese, ha fornito informazioni scarse sui responsabili della strage. Accantonata sin dalla serata di venerdì la pista qaedista, gli investigatori sono concentrati sulla figura di Anders Behrin Breivik. Norvegese di 32 anni, legato ad ambienti fondamentalisti cristiani. Anders avrebb espresso idee anti-islamiche. Un estremista anche se - affermano fonti investigative - si sarebbe allontanato da posizioni neonaziste. Una figura, insomma, tutta da definire.

    MUSICA CLASSICA E VIDEOGAME - Sulla pagina “Facebook” – sempre che sia la sua – il presunto killer si descrive così: conservatore, di fede cristiana, ama la musica classica e i videogiochi Modern Warfare 2 (di guerra) e World Warcraft. I suoi film preferiti sono il Gladiatore e 300, quest’ultimo dedicato alla battaglia delle Termopili e al sacrificio dei guerrieri spartani per fermare i persiani. Interessante l’unico messaggio lasciato il 17 luglio su “Twitter”.
     E’ una citazione del filosofo britannico, John Stuart Mill: «Una persona con un credo ha altrettanta forza di 100.000 persone che hanno solo interessi». Secondo la stampa Breivik è poi membro di una loggia massonica – la «San Giovanni Olaus dei tre pilastri» – il cui motto è «Dalle tenebre alla luce». L’uomo, aveva un appartamento a Oslo, ma di solito risiedeva in una fattoria a 150 chilometri da Oslo e questo gli ha permesso di acquistare, in poche settimane, ben 6 tonnellate di fertilizzante impiegato – sembra – per preparare la trappola esplosiva. Possibile anche che abbia usato la campagna circostante per allenarsi a sparare. Quanto alla sua situazione economica Anders doveva arrangiarsi. Negli ultimi cinque anni – con l’eccezione del 2009 – ha dichiarato zero redditi.


    L'INCUBO DI OKLAHOMA CITY - Gli investigatori, per ora, sostengono che Breivik ha agito da solo ma non escludono del tutto la presenza di qualche complice. Non tanti. Uno o due. Per gli esperti l’attacco ricorda quello di Oklahoma City, negli Usa (1995). In quell’occasione una coppia di attentatori di estrema destra colpì il palazzo federale con un camion-bomba: 250 le vittime. Un’operazione eversiva concepita e condotta da militanti anti-stato e anche in quell’occasione la bomba era composta da fertilizzante.










    fonte
    http://www.corriere.it/esteri/11_luglio_23/olimpio-presunto-killer_5ad82d98-b4f7-11e0-9870-5546c4221366.shtml

    ATTACCO TERRORISTICO A OSLO: CHI È STATO?

    Come tutti sanno, c’è stato un orribile attentato nel centro di Oslo in Norvegia e una sparatoria in un campo estivo norvegese.
    Il nostro pensiero e le nostre preghiere vanno alle vittime.
    La Norvegia è una strana scelta per essere un obbiettivo terroristico per i musulmani:
    La Norvegia ha appoggiato la sovranità palestinese. Vedi questo, questo e questo

    La Norvegia ha allontanato gli investimenti israeliani. Come Haaretz ha riportato lo scorso anno:
    Il fondo norvegese da 450 miliardi ricco di petrolio ha escluso due aziende israeliane nelle operazioni di sviluppo […] per motivazioni etiche, come ha detto lunedì il ministro della Finanze norvegese.
    Successivamente, il senatore Lieberman ha accusato la Norvegia di promuovere l’antisemitismo.
    La Norvegia ha anche annunciato il suo progetto per ritirarsi dalla guerra in Libia
    Nel campo estivo dove la sparatoria ha avuto luogo si era appena concluso il giorno precedente un raduno a favore dei Palestinesi.
    Si tratta difficilmente di un normale obbiettivo di un attacco terroristico da parte dei musulmani. Per questo, molti stanno ipotizzando che sia un altro attacco terroristico false flag.
    Inoltre, come suggerisce Business Insider:
    L’altra grande possibilità, pubblicizzata da qualcuno su Twitter, è che l’attacco possa essere arrivato dalla destra norvegese. L’estrema destra norvegese una volta era temuta, ma si è relativamente ammorbidita negli ultimi anni per via del successo populista del Partito del Progresso.
    BBC nota:
    Nel frattempo un uomo armato vestito da poliziotto ha iniziato a sparare al campo giovanile dei Laburisti sull’isola di Utoeya.
    Resoconti non confermati dicono che sono state uccise molte persone. L’uomo armato è stato arrestato.
    Il Telegraph riporta:
    Qualche ora più tardi si sarebbe tenuta una conferenza in un campeggio estivo del Partito Laburista al governo, a cui avrebbe dovuto partecipare il Primo Ministro Jens Stoltenberg. La conferenza ha avuto luogo nell’isola di Utøya. L’uomo è riuscito a infiltrarsi nella conferenza col pretesto che era stato inviato dalla polizia come misura di sicurezza dopo le esplosioni avvenute a Oslo. Per questo, è molto probabile che sia un norvegese. Questo potrebbe indicare il coinvolgimento di un gruppo di estrema destra piuttosto che un gruppo islamista.
    MSNBC nota:
    La polizia ha riferito che l’uomo armato è un norvegese di 32 anni.
    I testimoni hanno descritto il sospettato come "biondo" e di "aspetto nordico". Lo scorso venerdì. Knut Storberegt, il ministro reale della Giustizia norvegese, e la polizia hanno confermato che si tratta di un norvegese; la BBC, citando la polizia, ha detto che era di Utoya. La polizia ha anche riferito che crede che sia coinvolto nell’attentato che aveva ucciso nel corso della giornata sette persone a Oslo, a circa 40 chilometri di distanza.
    Magnus Ranstorp, un esperto di movimenti islamici militanti e direttore alla ricerca al Centro per le Minacce Asimmetriche allo Swedish National Defense College, ha ammonito che le informazioni che si sono diffuse secondo cui gli attacchi sono collegati al terrorismo internazionale potrebbero essere sbagliate.
    La descrizione del sospettato e il suo possibile coinvolgimento nell’attentato agli uffici del governo nazionale "indicano l'estremismo interno, più che quello internazionale", Ranstorp ha riferito a Nettavisen.
    Ma devi vedere questo e questo






    fonte
    http://www.washingtonsblog.com/2011/07/terrorist-bomb-attack-in-oslo-norway.html

    Islanda: la crisi economica e la “rivoluzione silenziosa”

    giovedì 21 luglio 2011


    Proteste popolari in Islanda - Foto: paulmurphymep.eu
    Un paese strano, l'Islanda, come non potrebbe essere altro per un'isola posta al limite del circolo polare Artico, estesa un terzo dell'Italia (circa 100.000 km²) e con una popolazione 200 volte inferiore (320.000 abitanti). Una terra quasi disabitata dunque se non per qualche cittadina sulle coste, con l'interno simile a un deserto montuoso di ghiaccio e di lava: i vulcani e i geyser sono i veri dominatori dell'isola, le forze telluriche a volte devastatrici ma che offrono all'Islanda indispensabili risorse energetiche.

    Tutto questo fino a qualche anno fa, quando banche voraci credevano di prendere il loro posto e dare all'isola quello sviluppo repentino e inarrestabile che soltanto la finanza creativa poteva promettere, non certo la ricca e tradizionale ma inesorabilmente limitata e povera attività ittica. L'Islanda ha anticipato i tempi rispetto alla crisi finanziaria che come un ciclone sta travolgendo i paesi dell'euro: nel 2008 infatti l'isola è andata virtualmente in bancarotta. Oggi il paese sta scrivendo una nuova Costituzione (che dovrebbe essere innovativa in campo ambientale e di tutele sociali), come avviene dopo una guerra o dopo una rivoluzione più o meno cruenta. Capire che cosa è avvenuto nella piccola isola ai margini dell'Europa e del mondo, è istruttivo per rendersi conto che nella storia dell'uomo niente può essere dato per scontato.
    La storia economica dell’Islanda nell’ultimo secolo è segnata dal pesante interventismo dello Stato che per decenni ha mantenuto il controllo sul sistema finanziario e sull’industria della pesca; le liberalizzazioni messe in campo a incominciare dagli anni ’80 hanno dato soltanto l’impressione di sancire una svolta per una economia che, al di là delle strabilianti ma illusorie cifre che vedevano una robusta crescita del PIL e un reddito pro-capite superiore a quello degli Stati Uniti, rimaneva ingessata. Ma le banche principali del paese cominciavano a comportarsi disinvoltamente, accumulando debiti e promettendo facili profitti, secondo il metodo che avrebbe portato alla crisi del 2008. In quell’anno l’Islanda era a : insolvenza dei cittadini che non riuscivano a ripianare i mutui e i crediti concessi con basse garanzie, indebitamento delle banchesoprattutto verso l’estero, aumento dei tassi di interesse sui titoli di Stato, esplosione del deficit e del debito pubblico, svalutazione della moneta.
    In particolare le tre banche principali la Glitnir, la Kaupþing, la Landsbanki, si scoprono esposte con l’estero per alcuni miliardi di euro, cifre che superano di 7-10 volte l’ammontare del PIL dello Stato! Nel 2009 l’FMI concede un prestito ma il problema fondamentale riguarda la restituzione di 3,4miliardi di euro (ora diventati 3,9) che le banche islandesi, di nuovo nazionalizzate, devono a piccoli risparmiatori inglesi e olandesi. Il governo islandese ha sottoposto a referendumprima nel marzo 2010poi nell’aprile 2011, una bozza di accordo per il rimborso, denominato Icesave: in ambedue le occasioni i cittadini, già esasperati e protagonisti di grandi manifestazioni divenute modello per quelle spagnole, hanno respinto la soluzione, esponendo il paese a un grave imbarazzo internazionale e causando una crisi istituzionale che sta portando a una nuova Costituzione.
    Sembra che il paese si sia rifiutato di sottostare ai diktat del sistema finanziario globale che sta soffocando un paese come la Grecia: gli organismi internazionali concedono prestiti per salvare le banche in cambio di tagli insostenibili che cadono sulle spalle dei cittadini. E che alla fine non risolvono il problema. L’interpretazione comune di questo rifiuto islandese esalta la capacità di questo piccolo popolo di scegliere il proprio destino a prescindere dall’esterno, con il tipico orgoglio degli isolani.
    In Islanda sarebbe in atto una vera e propria rivoluzione, taciuta volutamente dai massmedia di mezzo mondo. Certamente il fatto di scrivere una nuova Costituzione mediante uno straordinario processo partecipativo che ha visto eleggere 25 cittadini liberi da qualsiasi appartenenza partitica (per elaborare una Magna carta da varare in Parlamento) e che prevede una capillare e continua interazione telematica con i cittadini, appare come un esperimento di partecipazione democraticadestinato a fare storia.
    Da un punto di vista economico il paese, comunque slegato da particolari vincolicome potrebbe essere l’appartenenza all’Unione Europea e la moneta unica, può comportarsi in maniera disinvolta, compiendo svalutazioni competitive, lasciando galoppare il deficit e facendo un piano di rientro dai debiti a lunghissima scadenza. L’Islanda dunque se la prende con comodo, anche se la crisi pesa gravemente sulla situazione generale. La recessione ha portato bene alla demografia: da quando è scoppiata la crisi gli islandesi si sono messi a fare figli come mai nell'ultimo mezzo secolo.
    Tuttavia l’Islanda non può essere presa come modello, sia per le sue caratteristiche intrinseche sia per la marginalità dell’isola nel contesto globale. Va ricordato poi che dietro il debito verso le banche non ci sta soltanto la finanza speculativa internazionale bensì piccoli risparmiatori, cittadini olandesi e inglesi anch’essi vittime dell’allegra gestione islandese e che, in qualche modo, vogliono indietro i loro soldi. È chiaro che l’isola dell’estremo nord può fare la sua rivoluzione e non importarsene delle regole che cercano di governare la comunità internazionale. Ma non è di certo un esempio esportabile.

    Islanda, quando il popolo sconfigge l'economia globale

    mercoledì 20 luglio 2011




    Bellissimo articolo di Andrea Degl'Innocenti del 13 Luglio 2011, riportato da INFORMAZIONE LIBERA, e tradotto in audio, sulla rivoluzione silenziosa islandese, L'hanno definita una 'rivoluzione silenziosa' quella che ha portato l'Islanda alla riappropriazione dei propri diritti. Sconfitti gli interessi economici di Inghilterra ed Olanda e le pressioni dell'intero sistema finanziario internazionale, gli islandesi hanno nazionalizzato le banche e avviato un processo di democrazia diretta e partecipata che ha portato a stilare una nuova Costituzione.

    Austerità e autoritarismo: cosa ci attende in Europa, se non resistiamo

    martedì 19 luglio 2011

    Pierre Laurent, presidente del Partito della Sinistra Europea (PSE) e segretario nazionale del PCF, ha visitato martedì 5 luglio, Atene. Dà il suo parere a “l’Humanité Dimanche” sulla situazione.


     HD – Perché è venuto ad Atene?

    Pierre Laurent. Abbiamo deciso di celebrare una riunione della presidenza del PSE, perché questa città è l’epicentro della crisi politica e sociale dell’Europa. Abbiamo voluto informare dal vivo sulla situazione intervistando sindacalisti e giovani attivisti del movimento di protesta e dare testimonianza della nostra solidarietà. Infine, abbiamo concordato di presentare proposte alternative al piano europeo.

    HD – In che misura ciò che sta accadendo in Grecia, anticipa quello che succederà in Europa?


    In Grecia si combinano austerità e autoritarismo: da un lato, le politiche di regressione sociale molto brutali volte a finanziare, con i risparmi ottenuti sulle spalle del popolo, il pagamento dei debiti accumulati dai sistemi finanziari, che andarono in bancarotta 3 anni fa, dall’altro lato, l’autoritarismo per farli adottare. Questi due ingredienti sono quelli del Patto euro plus, una versione per l’intera Unione Europea (UE) dei memorandum imposti alla Grecia. Il dovere di solidarietà è anche il mezzo per effettuare una controffensiva a quello che spetta inevitabilmente a tutti i popoli europei senza lasciare gli attuali leader ad imporre queste “cure” di austerità brutali ai paesi più fragili.

    Come costruire questa solidarietà?


    In primo luogo facendo convergere, nel piano europeo, tutte le forze sociali, politiche, associazioni e movimenti giovanili che esprimono una resistenza a questa politica ma non possono ancora costruire un fronte politico alternativo sufficientemente potente.
    Queste resistenze convergeranno solo se hanno, insieme, soluzioni alternative, in particolare sulla questione del debito. Dev’esserci la cancellazione del debito, parziale o totale, una ristrutturazione del debito finanziario da parte della Banca Centrale Europea che supporta i sistemi dei mercati finanziari. Gli adeguamenti attuali non possono affondare il paese.  Noi quindi avanziamo l’idea che “i fondi europei di sviluppo sociale” per una rinascita sociale, con l’unico modo con cui i paesi recupereranno economie sane, nel corso del tempo.
    Dobbiamo far sentire in Europa una voce che si oppone alla sensazione d’impotenza così come l’idea secondo la quale la politica porta necessariamente alla regressione delle conquiste sociali.






    fonte
    http://www.humanite-en-espanol.com/spip.php?article988

    NEWS OF THE WORLD:LO SCANDALO TRAVOLGE LO SQUALO.TRA INTERCETTAZIONI ILLEGALI E QUEL GIORNALISTA TROVATO MORTO.



    Il Wsj: “Rupert Murdoch pronto a lasciare”
    “Lo squalo” atteso alla Camera dei Comuni
    Secondo il quotidiano economico del gruppo News Corp., la scelta non è legata allo scandalo delle intercettazioni, che anzi potrebbe ritardare l'addio a tempi più sereni. Oggi il magnate risponde alle domande dei parlamentari britannici

    Rupert Murdoch sta prendendo in considerazione l’idea di abbandonare la guida del suo impero mediatico. Lo scrive oggi il Wall Street Journal, un delle testate più autorevoli della galassia News Corp. Secondo il quotidiano finanziario, il possibile abbandono non ha a che fare direttamente con lo scandalo delle intercettazioni illegali in Gran Bretagna, che ha travolto e affossato il giornale The News of The World. Murdoch ci sta pensando “da più di un anno”, scrive il Wsj, e anzi il caso intercettazioni potrebbe rimandare l’addio di qualche mese, in tempi più tranquilli.
    “Murdoch stava valutando la possibilità’ di cedere il ruolo di amministratore delegato all’attuale presidente Chase Carey, riferiscono persone a lui vicine”, ma “lo Squalo” conserverebbe la carica di direttore esecutivo. Oggi Rupert Murdoch deve comparire davanti alla Commissione cultura, media e sport della Camera dei Comuni, per rispondere a parecchie domande sulla vicenda che ha già portato all’arresto dell’ex amministratore delegato Rebekah Brooks, ora libera su cauzione, e alle dimissione dei vertici di Scotland Yard. Se l’audizione dovesse andare male, l’ottantenne magnate dei media potrebbe essere immediatamnete sostituito da Carey, scrive l’agenzia Bloomberg, ma dal consiglio d’amministrazione di News Corp. è già arrivata una smentita

    Scandalo intercettazioni, trovato morto ex giornalista del News of the world
    Sean Hoare, ex cronista del tabloid News of the World, che per primo rivelò che Andy Coulson, l’ex direttore del tabloid e poi direttore della comunicazione del premier David Cameron, era a conoscenza delle intercettazioni illegali, è stato trovato morto nella sua casa di Watford. Lo riferisce il Guardian.


    La sua morte, secondo quanto riferito dalla polizia, che al momento non conferma l’identità dell’uomo, non viene però ritenuta “sospetta”. Hoare aveva lavorato con Coulson al Sun e al News of the World prima di essere allontanato per problemi di droga e alcol. Il suo corpo senza vita è stato trovato stamattina dalla polizia dell’Hertfordshire, accorsa nell’abitazione dell’uomo a seguito di una chiamata. “La morte – si legge in un comunicato della polizia – viene al momento ritenuta senza spiegazione, ma non è ritenuta sospetta”. Hoare aveva rivelato al New York Times che Coulson era a conoscenza delle attività illecite di intercettazione e le incoraggiava.


    News Corp, ora la tempesta punta su David Cameron
    Rebekah Brooks. Sir Paul Stephenson. E ora, forse, David Cameron. Punta ormai ai vertici del potere politico inglese lo scandalo intercettazioni. Il primo ministro, in visita in Sudafrica, ha deciso di accorciare la permanenza all’estero e rientrerà tra poche ore a Londra. Lo aspetta, mercoledì, una sessione d’emergenza del Parlamento inglese (la cui chiusura per il periodo estivo è stata rimandata di un giorno). Si tratta della crisi più difficile per Cameron, dalla sua ascesa al potere nel maggio 2010. Si tratta di una crisi che potrebbe addirittura costringerlo alle dimissioni.


    Sono state altre dimissioni eccellenti, quelli di Paul Stephenson, capo di Scotland Yard, a far deflagrare la bomba. Stephenson ha dovuto dire addio alla polizia per aver assunto come consulente media Neil Wallis, vice-direttore di “News of the World”, uno dei 10 giornalisti sin qui arrestati perché accusati di intercettazioni illegali e corruzione di funzionari di polizia. Abbandonando il suo posto, Stephenson ha lanciato una stoccata pesante nei confronti di Cameron: “Non ho fatto nulla di male assumendo Wallis – ha spiegato – che ha lasciato News of the World in condizioni ben diverse da quelle di Coulson”.


    Andy Coulson, capo di Wallis, lasciò infatti il tabloid scandalistico per l’emergere di intercettazioni illegali nei confronti della famiglia reale. Dopo quell’episodio, nel 2007, venne assunto come portavoce da Cameron. Ecco quindi che il parallelo diventa facile e naturale: se Stephenson si è dimesso per aver assunto Wallis, perché Cameron resta al suo posto nonostante abbia assunto Coulson?


    La domanda è stata posta a un nervoso e irritato Cameron, durante una conferenza stampa a Pretoria. “Le due situazioni sono molto diverse – ha risposto il primo ministro – l’indagine della polizia sulle intercettazioni non è stata portata avanti come necessario. Coulson, al contrario, è stato un ottimo portavoce. E’ stato nominato, ha lavorato, e se ne è andato”.


    Non sembra che la spiegazione abbia placato un’opinione pubblica furiosa per l’intrico di connivenze e interessi tra politica, media, forze di polizia, e per l’incapacità (o la non volontà) del potere di difendere i cittadini più deboli (tutta l’inchiesta, in fondo, nasce dalle intercettazioni del cellulare di una ragazzina rapita e barbaramente uccisa). Se ne è accorto il leader laburista, Ed Miliband, che in queste ore sta cercando di capitalizzare politicamente le difficoltà di Cameron. “Il primo ministro rifiuta ancora di riconoscere pubblicamente il suo errore di giudizio”, ha detto Miliband.


    Altri esponenti laburisti, per esempio Ivan Lewis, ministro ombra alla cultura, preferiscono andare più in là e parlano di una rete di rapporti strutturali tra Cameron e il gruppo di Murdoch. Il magnate australiano, Rebekah Brooks, lo stesso Coulson sono stati invitati più volte a Chequers, residenza di campagna del primo ministro (Coulson venne invitato addirittura due mesi dopo lo scoppio dello scandalo intercettazioni). A conferma dell’intimità dei rapporti, il premier arrivò a trascorrere una notte di Natale insieme alla Brooks e famiglia.


    A questo punto tutte le opzioni sono possibili, in una storia quotidianamente segnata da colpi di scena e vittime eccellenti. “Non ci posso credere, ma a questo punto la caduta del primo ministro, o addirittura del governo, è una possibilità”, ha scritto sul suo blog Iain Dale, un opinionista conservatore. E Toby Young, altro conservatore del Daily Telegraph, non esclude che Cameron “possa essere rovesciato dallo scandalo”. Molti, a Londra, guardano soprattutto ai liberal-democratici di Nick Clegg, che potrebbero approfittare della vicenda intercettazioni per liberarsi di un’alleanza con i conservatori che alle ultime elezioni gli è costata cara in termini di voti.


    A poche ore dall’intervento parlamentare, David Cameron è insomma “un oggetto danneggiato”, come si dice nel gergo della politica inglese. Anche se dovesse passare incolume mercoledì, è probabile che questa storia ne metta seriamente in discussione il futuro. “Il fango gli resterà addosso per anni”, scrive, senza pietà, il Guardian.


    http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/18/news-corp-ora-la-tempesta-punta-su-david-cameron/146210/
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/18/scandalo-intercettazioni-trovato-morto-ex-giornalista-del-news-of-the-world/146226/
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/19/il-wsj-rupert-murdoch-pronto-a-lasciarelo-squalo-atteso-alla-camera-dei-comuni/146299/

    Mandela compie 93 anni. Auguri dal mondo

    lunedì 18 luglio 2011






    Mandela compie 93 anni. Auguri dal mondo
    È vecchio ma non ancora stanco. Si alza alle 8, legge una decina di giornali, riceve di tanto in tanto vip e gente comune ma, soprattutto, dedica alla sua famiglia tutto il tempo che può, dopo aver dato alla politica 67 anni della sua vita. Nelson Mandela - la leggenda che ha sconfitto il regime bianco dell'apartheid dopo 27 anni di galera - compie oggi 93 anni.
    Il Sudafrica e il mondo lo festeggiano con rispetto. E con il Mandela Day, istituito l'anno scorso dall'Onu perché ognuno dedichi 67 minuti del suo tempo a una buona causa. Lui sarà con figli, nipoti, pronipoti e soprattutto con la moglie Graca Machel, mozambicana, sposata nel 1998, che ha conosciuto da vicino la violenza dei razzisti di Pretoria negli anni della guerra civile nel suo Paese e vedova del presidente mozambicano Samora Machel, morto nel 1986 in un misterioso incidente aereo in territorio sudafricano, che in molti hanno attribuito proprio al regime segregazionista allora guidato da Piether Botha.Ora il Sudafrica è diverso - anche se i problemi non mancano - grazie alla scelta di riconciliazione fatta da Mandela negli anni della sua presidenza, dal 1994 al 1999. E in tutte le scuole sudafricane, 12 milioni di bambini neri, bianchi, 'coloured', canteranno un 'Happy Birthday' speciale, africanizzato, per salutare il compleanno di quel Nobel per la Pace sempre misurato, addirittura mite, che non ha mai pronunciato la parola vendetta, nonostante i 18 anni (dei 27 di prigione) passati nel durissimo carcere di Robben Island, al largo di Città del Capo.
    «Ciascuno ha una figura ispiratrice che ha giocato un ruolo importante nella sua vita - ha detto il segretario generale dell'Onu Ban ki-Moon - Nelson Mandela è stato un modello per innumerevoli persone nel mondo...e la maniera migliore di ringraziarlo per il suo lavoro è lavorare insieme per gli altri e ispirare il cambiamento».

     
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