• Medicina
  • Internet
  • Video
  • Visualizzazione post con etichetta popolo italiano. Mostra tutti i post
    Visualizzazione post con etichetta popolo italiano. Mostra tutti i post

    Al governo c'è la nave dei folli

    lunedì 5 settembre 2011

    Cambiano la manovra ogni giorno. Si circondano di faccendieri. Insultano il Paese che li ha eletti. Ma restano attaccati disperatamente alle loro poltrone. Per giudicare questa classe dirigente, non è necessario aspettare la Storia.




    I politici dovunque formano la classe dirigente, quella che governa, che amministra lo Stato, le sue risorse, le sue opportunità, il suo futuro. Come? Di solito si giudicano i risultati: spesso passano per buoni o per sopportabili anche quelli disastrosi. Vogliamo fare un breve elenco? Il Partito della libertà, il partito del fare di Silvio Berlusconi, ha esordito con una meritoria battaglia per il salvataggio dell'Alitalia, la linea aerea di bandiera, concupita da Air France.

    Berlusconi si è vantato e si vanta della difesa a oltranza della compagnia italiana. Risultato: siamo arrivati a 4 miliardi di euro di debiti e l'unica via di uscita pare sia quella della cessione ai francesi. Un'altra grande opera a cui il Cavaliere intendeva affidare la sua fama di statista e di benefattore era il ponte sullo stretto di Messina. Una follia tecnica ed economica, il più lungo ponte del mondo nella zona a maggior rischio sismico, di collegamento fra due regioni economicamente arretrate. E' intervenuta per fortuna l'Europa a negare i finanziamenti. Le opere del regime berlusconiano si segnalano per la loro inattuabilità o per il rischio estremo.

    Quando il nostro ha annunciato in Parlamento la prossima conclusione dei lavori sull'autostrada Salerno-Reggio Calabria una fragorosa risata dei parlamentari ha seppellito la ridicola vanteria.
    Il governo in carica non è in grado neppure di portare a compimento la Tav della Val Susa, dove è in corso una guerriglia fra la maestranza dei cantieri e la popolazione locale, secondo alcuni infiltrata dagli anarchici black bloc, questi misteriosi terroristi che vagano per l'Europa per sabotare ogni iniziativa ragionevole dei governi legittimi.

    L'economia mondiale è da due anni in una crisi profonda che gli esperti non riescono né a capire né a fronteggiare. Siamo arrivati all'impensabile: che gli Stati Uniti, il più ricco Paese del mondo, sono a rischio di default, di fallimento, perché i conservatori del partito repubblicano sabotano il finanziamento pubblico, e cinque o sei Stati europei sono vicini al disastro finanziario. 

    Un vento di follia sembra imperversare in ogni attività umana compreso lo sport. Il mercato dei calciatori è una gabbia di matti dove sceicchi scialacquatori spendono fortune per vincere la Champions league, dove tutte le squadre sono indebitate fin sopra i capelli, il che non impedisce ai giocatori di vendere le partite al mercato delle scommesse. 
    Nei Paesi latini dalla moralità discutibile l'informazione e la giustizia vengono accusate dei peggiori traffici nelle intercettazioni telefoniche e nella corruzione generale. E un giorno si scopre che nella civilissima Inghilterra il magnate della stampa popolare Murdoch ha violato tutte le regole della correttezza, frodando e danneggiando persino il primo ministro di Sua Maestà. 
    Non passa giorno senza che uno stimato uomo politico o un funzionario pubblico non venga colto con le mani nel sacco, ma tutti pronti a giustificarsi con il "così fan tutti", tutti si giovano delle truffe dei faccendieri, dei finanziamenti dei palazzinari e delle società truffaldine con i mafiosi. Non c'è uomo politico che non si faccia pagare l'acquisto della casa o l'affitto dello studio e poi cada dalle nuvole: io non lo sapevo, qualcuno pagava per me ma io non ne ero al corrente. Anche persone di cui si celebrava e ammirava la ferrea onestà vengono colte con le mani nel sacco e non sanno come difendersi, salvo le generiche dichiarazioni sempre smentite di onestà.

    I partiti se potessero manderebbero tutti assolti a continuare il malgoverno. E i maggiori responsabili del disastro non mollano le loro poltrone e accusano i magistrati, e persino il presidente della Repubblica, di essere dei comunisti invidiosi e diffamatori. Se non fosse stato proprio l'esito di Tangentopoli a gettarci nel baratro del berlusconismo, ci verrebbe di chiedere ad Antonio Di Pietro di tornare a fare il pubblico ministero.



    Fonte

    Dalla patrimoniale all’aumento dell’Iva. Le “contromanovre” di Cgil, Pd, Confindustria

    giovedì 25 agosto 2011

    Il sindacato propone di colpire i "tesori" superiori a 800 mila euro e i grandi immobili. Polemica con Cisl e Uil sullo sciopero generale. Bersani insiste con la ritassazione dei capitali scudati. Confindustria chiede un intervento sulle pensioni e l'aumento dell'Iva. I piccoli comuni: "Costiamo meno di tredici deputati". Una sanatoria sugli immigrati porterebbe al fisco tre miliardi all'anno.


    Un’imposta ordinaria sulle grandi ricchezze, sul modello francese, sulla quota che eccede gli 800 mila euro; un’imposta straordinaria suigrandi immobili, con aliquota fissa dell’1%; ma anche un fondo per la crescita e l’innovazione che punti al sostegno della politica industriale per il Mezzogiorno, all’aumento della spesa in ricerca e sviluppo e a un piano per l’occupazione. Sono i cardini della contromanovra che la Cgil presenterà oggi in un’audizione in commissione Bilancio del Senato. I saldi resterebbero invariati rispetto la decreto approvato dal governo, ma con “maggiore equità” e anticipando al 2013 il pareggio del bilancio. E la proposta del sindacato maggiore arriva poche ore dopo la ricetta in dieci punti presentata dal Pd, che rilancia la ritassazione dei capitali scudati, mentre Confindustria si schiera contro la supertassa ai ricchi e la Robin tax, puntando sulla revisione del sistema pensionistico e sull’aumento dell’Iva. Il Pdl fa pressione per alzare il tetto del reddito per la tassa di solidarietà, portandolo a 200mila euro, con un’imposizione fissa del 5%.


    CGIL: “TASSARE CHI EVADE E NIENTE VENDETTE CONTRO IL LAVORO” – ”Paghiamo tutti un contributo di solidarietà, ma che sia in ragione della capacità contributiva, in proporzione a redditi e patrimoni”, ha chiarito Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, intervenuta ieri a un presidio organizzato dal sindacato in piazza Navona, a pochi passo dal Senato, dove le commissioni competenti hanno cominciato a esaminare la manovra. Il contributo deve essere sborsato anche dagli evasori, sostiene Camusso, che propone “un’imposizione aggiuntiva del 15% sui capitali già sanati con lo scudo fiscale”. Quanto ai beni ecclesiastici, ecco la linea della Cgil: “Paghino anche quelli per uso commerciale del Vaticano, perché va difeso e rispettato il culto di tutte le religioni e non solo di alcune”.

    Non manca un duro accenno all’articolo 8 del decreto, quello che prevede deroghe alla contrattazione collettiva e allo Statuto dei lavoratori. Camusso sfida il presidente della Fiat John Elkann: “Se tiene all’unità del Paese, faccia un gesto nobile: dica al Parlamento che l’articolo 8non lo vuole, non gli serve ed è incostituzionale”. Il decreto governativo, secondo il segretario generale, contiene “vere e proprie vendette verso il lavoro, la sua dignità, i suoi diritti, la sua memoria”. Norme come quelle che eliminano i licenziamenti senza giusta causa “non portano nessun beneficio al Paese e creano molti problemi ai lavoratori e al sistema delle relazioni sindacali. Il governo vuole vendicarsi e cambiare la natura del Paese”.

    Nessuna ragione, quindi, per recedere dallo sciopero generale indetto per il 6 settembre, molto criticato dall’area governativa come “un danno” per l’Italia. E’ invece una mossa “necessaria”, sostiene il segretario, ”per cambiare questa manovra e il segno sociale”. L’iniziativa sarà articolata in “cento manifestazioni territoriali” in tutta Italia. Susanna Camusso tira anche una stoccata alle altre due sigle confederali, che non aderiscono alla mobilitazione: “Penso che Cisl e Uil sbaglino, che stiano subendo il fascino di questo Governo e pensano poco a come cambiare questa manovra”. A stretto giro di posta la replica degli interessati: “Non intendo in nessun modo commentare questo tipo di battute”, si limita a dire il segretario della Uil Luigi Angeletti. E così la Cisl, per bocca del segretario generale aggiunto Giorgio Santini: ”Alle offese non rispondo”.

    CONFINDUSTRIA: “NIENTE SUPERTASSA AI RICCHI” – ”La manovra va migliorata per renderla più credibile e per rafforzare le misure a sostegno della crescita”, sottolinea il direttore generale di Confindustria, Giampaolo Galli, in audizione oggi al Senato. Galli chiede che venga eliminata la Robin Tax e che vengano superate le pensioni di anzianità e anticipato al 2012 l’aumento dell’eta pensionabile per le donne nel privato. Queste misure, secondo Confindustria, produrrebbero assieme a un ritocco dell’Iva e alla lotta all’evasione un risparmio di 15 miliardi di euro. Il presidente Emma Marcegaglia, intervistata ieri da Repubblica, si schiera poi contro una “supertassa” ai ricchi sul modello che si sta discutendo in Francia. “Da noi servirebbe soltanto a far pagare di più chi le tasse le paga già con un prelievo che complessivamente ormnai sfiora il 50 per cento” E “a differenza della Francia abbiamo uno Stato inefficiente e sprecone”. Non passa neppure il contributo di soilidarietà: “Sono totalmente in disaccordo, chi prende 90 mila euro, soprattutto se ha figli a carico, non è ricco”.

    Bocciata anche la Robin Tax (di cui invece la Commissione industria del Senato suggerisce l’estensione “ad altri settori regolati”, come le telecomunicazioni) e l’eventuale prelievo bis sui capitali scudati, che la presidente degli industriali italiani giudica “incostituzionale”, senza ulteriori dettagli. Le alternative? Sì ad accelerare “il superamento delle pensioni di anzianità in cambio di una graduale riduzione dl carico contributivo, a cominciare da quello sui lavoratori più giovani”. E sì all’aumento di un punto dell’Iva, tema caldo del dibattito sula manovra, “dal 20 a le 21 per cento”. Un provvedimento che vede però contrario l’amministratore delegato della principale industria privata italiana, la Fiat: “Qualsiasi aumento delle tasse avrà un impatto sull’auto e sui consumi”, ha detto in proposito Sergio Marchionne, intervenuto al meeting di Cl a Rimini. Si registra però un’apertura all’imposta patrimoniale, confermata dal direttore generale di Confindustria Gianpaolo Galli. “Abbiamo dato la nostra disponibilità a ragionare su una tassazione ordinaria sul patrimonio immobiliare”.

    PD: “RITASSARE I CAPITALI SCUDATI” – L’aumento dell’Iva suscita però ”forti perplessità” nel Pd, dice il segretario Pierluigi Bersani. L’innalzamento anche di 1 solo punto percentuale dell’Iva sui prodotti alimentari, calcola in proposito il Centro Studi di Federalimentare, comporterebbe un aumento di spesa per la famiglia media italiana di 50 centesimi al giorno. Il Pd ha messo a punto ieri la sua contromanovra in attesa di trasformarla in emendamenti parlamentari. Sono dieci proposte all’insegna della lotta all’evasione, della tassa bis agli scudati della parziale dismissione del patrimonio immobiliare pubblico e del taglio dei costi della politica. Bersani raccoglie il plauso di uno storico ministro delle Finanze, il socialista Rino Formica. Che fornisce un suggerimento pratico: “L’Agenzia delle entrate e tutte le esattorie possiedono gli elenchi di tutti i condonati: basterebbe prendere quelli di fascia medio-alta (società e persone fisiche) e imporre un contributo di solidarieta del 5-10% sull’ultima dichiarazione, con esclusione dei bottegai, artigiani e piccole imprese”.

    La guerra agli evasori continua a essere un tema di fondo in vista delle modifiche che il parlamento apporterà alla manovra licenziata dal governo, ed è al centro di diverse proposte alternative. Anzi, è ”la vera questione morale di oggi”, scrive il settimanale cattolico Famiglia cristiana. La proposta di un nuovo condono “tombale”, avanzata dai parlamentari del Pdl Amedeo Labocetta e Antonio Mazzocchi, riceve una stizzita bocciatura dal capogruppo Maurizio Gasparri: ”Noi non condividiamo l’ipotesi di nuovi condoni”. Intanto l’Unione inquilini suggerisce provvedimenti “a costo zero” per stanare l’ampio “nero” del settore immobiliare: rendere obbligatoria la tracciabilità di tutti gli affitti versati dagli inquilini di qualunque importo. In altre parole, mai più affitti pagati in contanti.

    ANCI: “TAGLI AI COMUNI? ZERO RISPARMIO” – Continua la lotta per la sopravvivenza degli enti locali minori. ”In una manovra che nel prossimo anno sarà di 25,7 miliardi di euro l’incidenza del taglio alla democrazia nei piccoli Comuni sarebbe solo dello 0,023%”, sostiene l’Associazione nazionale dei Piccoli comuni italiani (Anpci). I Comuni che potrebbero finire accorpati in base al decreto governativo, afferma l’Anpci, sono 1.963 (il 71,2% sono Comuni montani).

    Nella “migliore delle ipotesi” lo Stato risparmierebbe “circa 11,6 milioni di euro”, meno del costo annuo di 27 deputati. Ma in realtà, “visto che oltre il 50% degli amministratori dei piccoli Comuni rinunciano alle loro indennità, il risparmio reale ammonterebbe a 5,8 milioni di euro, meno del costo annuo di 13,5 deputati”. Le poltrone destinate a saltare, infatti, sarebbero “17.667 e non 50 mila come dichiarato dal premier Silvio Berlusconi durante la conferenza stampa del 12 agosto”. Su questo fronte si muove la Lega nord: “Il ministro Calderoli stalavorando a una serie di emendamenti che garantiranno il diritto di rappresentanza anche per gli enti locali con pochissimi abitanti”, assicura su La Stampa il Presidente della Regione Piemonte Roberto Cota.

    “REGOLARIZZARE GLI IMMIGRATI FRUTTEREBBE TRE MILIARDI” – Infine, una proposta inedita arriva dal sito Stranieriinitalia.it, che parla di ”un tesoretto sfuggito a Tremonti”. Vale a dire tre miliardi di euro che potrebbero derivare dalla regolarizzazione dei lavoratori immigrati senza permesso di soggiorno. Sarebbero almeno 500 mila gli irregolari “che non vedono l’ora di uscire alla luce del sole”. Anche pagando un contributo di 500 euro, suggerisce Stranieriinitalia.it, che frutterebbe subito duecentocinquanta milioni. E mezzo milione di nuovi contribuenti, che porterebbero nella casse dell Stato “tre miliardi di euro ogni anno”.

    NO OMOFOBIA

    mercoledì 24 agosto 2011



    Circa un mese fa, per la seconda volta nel giro di due anni, il parlamento italiano, accogliendo le pregiudiziali di incostituzionalità presentate da Udc, Pdl e Lega, ha fermato la legge che inasprisce le pene nei confronti dell’omofobia. Si tratta di un provvedimento in contrasto con lo stesso accoglimento da parte italiana dei punti contro la discriminazione sessuale presenti nel trattato di Lisbona.
    La verità è che, al di là delle fumose affermazioni di principio, il mancato rispetto della diversità, fomentato da dichiarazioni di esponenti politici di questo governo, di questa maggioranza, e adesso anche attraverso leggi in parlamento, è l’ennesimo campanello di allarme, che si va a sommare all’arretratezza tutta italiana su temi come testamento biologico, diritti dell’infanzia, delle donne, dei migranti, sul più generale versante dei diritti civili in Italia.

    Non molti ricorderanno la vicenda del docente Aldo Braibanti che, nel lontano 1968, fu processato per plagio di minori, ma in realtà condannato per la sua omosessualità pubblicamente dichiarata. La stessa condanna “morale” veniva riservata, in quegli anni, allo scrittore Pier Paolo Pasolini. E’ evidente che alla fine degli anni sessanta esisteva ancora in Italia, da un punto di vista legislativo, un divario fortissimo nei confronti di altri paesi più avanzati sul diritto di famiglia e sul diritto della persona. Basti pensare che nel 1956 non fu approvata per un soffio addirittura una legge che configurava l’omosessualità come un reato punibile fino a due anni qualora la relazione fosse “notoria”. Quella incredibile legge non entrò in vigore solamente perché la revisione del codice penale non ebbe luogo. Però già nel 1960 venne approvata una legge in materia di censura che definiva l’oscenità, in relazione alla “diversità”, in senso ancora più restrittivo di quanto già non lo fosse. Era il segno dei tempi: le stesse coppie di conviventi e i figli illegittimi erano privi di stato giuridico, esclusi da tutta una serie di benefici che spettavano invece ai coniugi. Figuriamoci, dunque, cosa accadeva nel caso degli omosessuali.
    Il punto è che all’arretratezza giuridica si sommava quella della mentalità comune, che non aiutava certo il loro inserimento in società né aiutava quelle minoranze politiche interessate ad affrontare coraggiosamente la questione, a far sentire con forza la propria voce in parlamento e nel paese. La Chiesa esercitava la sua pressione “moralista” sulla società e sulle famiglie, a partire dall’educazione dei bambini, agli insegnamenti alle coppie in procinto di sposarsi, ma l’invito alla repressione sessuale trovava terreno fertile quando si trattava di tollerare e accettare comportamenti “diversi”, specie se provenienti da sparute minoranze quali erano allora gli omosessuali. In quel contesto di dogmatismo “familista” si inseriva la sessuofobia, e in alcuni casi addirittura il giudizio di “abominio sociale” di molti vescovi e sacerdoti nei confronti della diversità, in particolare dell’omosessualità (che pure esisteva all’interno della stessa comunità religiosa e che, invece, in tal caso, veniva ampiamente coperta e tollerata), mentre parallelamente la questione iniziava ad essere approfondita in ambito medico (allora era diffusa addirittura l’idea che l’omosessualità fosse una malattia) oltre che sociologico.
    A ispirare questi comportamenti censori e intolleranti era, nel caso della chiesa (ma con un’incidenza enorme a livello governativo, attraverso la Dc) la poca conoscenza della sfera sessuale, ma anche la sensazione che tutta una serie di dispositivi sociali e di aperture, recepite dai paesi europei del nord potessero, in un certo senso, incrinare e aprire qualche breccia nel vincolo del sacramento del matrimonio. Il collegamento, alquanto forzato, che veniva fatto a più livelli, era che il fenomeno “deviante” si manifestasse negli ambienti più evoluti economicamente a seguito dell’edonismo e del consumismo della società moderna. Non che l’omosessualità rimanesse sommersa per colpa del giudizio intollerante della società, ma che fosse addiritturacontagiosa, fomentata dalla dissoluzione dei costumi e dal mercato, oltre che dall’individualismo più sfrenato. Per fortuna, non solo alcuni importanti sociologi, psicologi, medici, sessuologi come Manganotti e Santori dimostrarono che non c’era nulla di contagioso biologicamente, ma va detto che neppure tutta la comunità religiosa si trovava su posizioni così intolleranti: basti pensare che alcuni intellettuali cattolici e dei sacerdoti come don Liggeri e don Grasso, andando oltre le reazioni moralistiche, avevano iniziato a promuovere convegni di studio e ricerche in direzione di un approfondimento serio e scientifico della questione della diversità.
    E’ evidente che tutti questi condizionamenti, pressioni, interpretazioni forzate e strumentali, nel lungo periodo, dopo decenni, si sono sedimentate ed hanno contribuito a formare una opinione pubblica molto arretrata su tematiche come questa. Eppure, oggi, nel 2011, credo sia legittimo porsi questa domanda anche in Italia: è giusto escludere le persone omosessuali dal riconoscimento dei diritti fondamentali della persona?
    Paesi come Stati Uniti, Spagna, Olanda, Belgio, Norvegia, Svezia, Portogallo hanno già risposto un definitivo “no” su più aspetti della questione. Rimanendo al tema recente dell’omofobia, intesa come atto violento o anche come semplice incitamento all’odio psicologico, essa è punita anche in Danimarca, Francia, Islanda, ed esistono esplicite norme antidiscriminatorie in Brasile, Australia, Canada, Israele, Sudafrica, Austria, Cipro, Finlandia, Germania, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Romania, Slovenia, Svizzera, Ungheria, Inghilterra, Repubblica Ceca, Serbia, Montenegro e perfino Colombia, Ecuador e Isole Fiji.
    Non è solo una questione di eguaglianza e democrazia, ma anche di dignità, come chiede esplicitamente la Costituzione europea e come stabilisce anche la nostra stessa Costituzione italiana. Ora, alla luce di questa breve analisi storica e comparazione con gli altri paesi, non solo per una questione democratica di principio ma anche per un motivo ben più pragmatico , visto che gli omosessuali producono, consumano e pagano le tasse come tutti gli altri cittadini italiani (e gli stranieri), non è forse il caso di adeguare e aggiornare anche la nostra legislazione in modo da provare a combattere, attraverso una legge dello stato, l’odio ingiustificabile verso il diverso?




    fonte

    L’Italia del dito medio lo ha già “infilato”: 23 miliardi “emigrati” dai conti correnti alla Svizzera

    martedì 23 agosto 2011





    ROMA – L’Italia che mostra il dito medio non ha perso tempo a “infilarlo”. A giugno, solo a giugno, prima ancora della grande tempesta sui mercati, prima ancora della paura di perdere, al solo annuncio della prima manovra di governo, prima ancora di poter essere in teoria tassati, i conti correnti degli italiani hanno registrato un meno 23,4 miliardi di euro. A calcolarlo è la Banca d’Italia, fonte sicura quindi. Ma che fine hanno fatto questi soldi? Perché, e verso dove si sono prosciugati i conti correnti degli italiani e diretti quei miliardi spariti? Quei 23 miliardi che mancano dove sono finiti? La risposta la si può trovare in buona parte facendosi due passi in Svizzera. L’Italia “solidale” è in piena transumanza oltre le Alpi.


    Come racconta Cinzia Sasso su Repubblica, tra i risparmiatori italiani e il paese alpino è (ri)scoppiato l’amore. Certo non sono più i tempi degli “spalloni” che portavano fuori dai nostri confini capitali nascosti attraverso i valichi alpini per metterli “al sicuro” su conti correnti svizzeri. Oggi, quello che va più di moda, è la cassetta di sicurezza. Aprirla è semplice e costa poco. Così, molti correntisti italiani, temendo nuove tasse come la patrimoniale o la tassa di solidarietà, o nuovi prelievi sui capitali “scudati”, per non saper né leggere e né scrivere, trasformano il loro conto corrente italiano in denaro contante o in oro e lo chiudono in una cassetta oltreconfine, al riparo dalle grinfie del maligno e infido fisco italico.
    Che gli italiani non fossero un popolo di aficionados dell’erario non stupisce e non deve stupire, ma se la Banca d’Italia rileva che già 23 miliardi e mezzo di euro hanno lasciato il paese, vuol dire che la fuga non sta iniziando, è già ressa a spostare i propri depositi. Che la nostra economia e di conseguenza il nostro Governo non offrano grandi prospettive di stabilità e tenuta è sotto gli occhi di tutti, ma un’emorragia del genere rischia di essere moto dannosa per il nostro paese e per le nostra banche che già non godono di ottimissima salute.
    Raccontano, dal centro Studi Fiscali Internazionali di Lugano, che i capitali stanno tornando massicciamente in Svizzera: «C´è molta sfiducia nel sistema Italia, c´è paura di una nuova aliquota supplementare sui capitali rientrati con lo scudo di Tremonti, c´è il fantasma della patrimoniale. Molti italiani hanno aperto conti correnti, c´è perfino chi ha deciso di spostare oltreconfine la propria residenza, ma molti tengono addirittura i soldi in cassette di sicurezza». Quello che si dice, un ritorno di fiamma. Quasi 24 miliardi soltanto a giugno, quanti a luglio ed agosto?

    LA CASTA NON È ACQUA

    lunedì 22 agosto 2011


    Il risultato del referendum di giugno ha sancito uno stop importante al processo di privatizzazione della gestione del servizio idrico. Un verdetto che ha dimostrato, in modo inequivocabile, la contrarietà di buona parte della popolazione italiana alla privatizzazione di un bene comune, indispensabile e prezioso, come l’acqua. Eppure, da anni, esiste un’altra forma di privatizzazione delle risorse idriche. Si tratta della concessione delle sorgenti alle società che imbottigliano acqua minerale a scopo di lucro, che fanno affari d’oro.
    Una situazione ben riassunta dal Rapporto di Legambiente e Altreconomia Acque minerali: la privatizzazione delle sorgenti in Italia. Un affare da circa 2,3 miliardi di euro, che dà buoni profitti sopratutto nel nostro Paese, poiché vanta il primato europeo di consumo di acqua in bottiglia con 192 litri per abitante. Più del doppio rispetto alla media europea (dati Rapporto Beverfood 2010-11). Le circa 170 società che operano in questo settore, sul mercato con oltre 300 marche, hanno imbottigliato nel 2009 12,4 miliardi di litri. Un business che negli ultimi venti anni è letteralmente raddoppiato.
    Fino a pochi anni fa il sistema delle concessioni per prelevare acqua dalle fonti pubbliche a fini commerciali, era regolato solamente dal Regio Decreto del 29 luglio 1927, n. 1443, recante il titolo “Norme di carattere legislativo per disciplinare la ricerca e la coltivazione delle miniere nel Regno”. Le aziende per anni, in pratica, hanno pagato (e in alcuni casi ancora continuano a farlo!) esclusivamente in base all’estensione del territorio occupato dagli stabilimenti. Non un centesimo sulla quantità di acqua prelevata e messa in commercio. E’ accaduto così che società, spesso facenti capo a giganti del settore, come San Pellegrino, Nestlè, Italacque, abbiano versato nelle casse delle amministrazioni locali cifre irrisorie. Pochi spiccioli, in media circa 2.500 euro all’anno.
    Per ogni metro cubo di acqua (cioè per ogni mille litri) le società del settore hanno corrisposto mediamente alle regioni 0,05 euro. Un cittadino invece paga 1 euro per la stessa quantità d’acqua, se la preleva dal rubinetto di casa. Venti volte di più. Il prezzo medio di una bottiglia di minerale al supermarket si aggira sui 40 centesimi, e facendo due conti si ottiene che per quel metro cubo che alle imprese costa cinque centesimi il cittadino paga circa 300 euro. Il guadagno su ogni 5 centesimi investiti, insomma, è più o meno del seimila per cento. Niente male. Cosa paghiamo, allora, quando compriamo la minerale in bottiglia? Soprattutto la pubblicità. Le aziende spendono circa 400 milioni per propagandare il “prodotto” con spot tv, annunci su radio e carta stampata.

    Negli ultimi anni molte Regioni sono corse ai ripari. Sopratutto a seguito della decisione della Conferenza delle Regioni, del 2006, di rivedere i canoni di concessione per le aziende, introducendo nuovi e più giusti criteri, come il pagamento della quantità di acqua imbottigliata o utilizzata. Negli ultimi cinque anni sono state 13 le Regioni che hanno introdotto nuovi provvedimenti o adeguato le normative esistenti. Tra queste solo 9 hanno rispettato, seppur in alcuni casi parzialmente, i criteri del documento della Conferenza delle Regioni: Abruzzo, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Toscana, Provincia autonoma di Trento, Umbria, Valle d’Aosta, Veneto.
    Il Lazio, secondo il rapporto di Legambiente-Altraeconomia, occupa il primo posto nella classifica delle Regioni virtuose. La decisione, assunta nel 2007 da Luigi Nieri, Assessore al Bilancio della precedente Giunta regionale, sancì il raddoppio delle tariffe per l’utilizzo a fini commerciali dell’acqua delle fonti pubbliche (120 euro a ettaro anziché 61,97 euro, come fissato nel 2002 da Storace, per un importo complessivo che non può essere inferiore ai 5000 euro, invece di 2500) e l’introduzione di un balzello di 2 euro per ogni metro cubo di acqua minerale, 1 euro per ogni metro di acqua di sorgente utilizzata ma non imbottigliata.
    Altre 4 regioni, Campania, Piemonte, Calabria e Puglia, invece, pur avendo rivisto i canoni di concessione, non si sono adeguate ai nuovi criteri.  Sono invece ancora 7 le regioni che non hanno in alcun modo aggiornato i canoni dopo l’approvazione del 2006 delle linee guida (Basilicata, Provincia autonoma di Bolzano, Emilia Romagna, Liguria, Marche, Molise, Sardegna). Insieme rappresentano circa il 25% delle concessioni attive sul territorio nazionale: una su quattro.
    In alcuni casi si è di fronte a vere e proprie regalie. In Liguria, ad esempio, una legge regionale del 1977, ancora in vigore, stabilisce che per ogni ettaro dato in concessione, si pagano 5 euro. In Molise vige ancora il Regio Decreto del 1927 e si pagano solo 10 euro per ogni ettaro. Non va meglio in Emilia Romagna e in Sardegna dove per ettaro si pagano, rispettivamente, 19 e 37 euro.
    Il tema non è sfuggito a molti amministratori locali che, in questi mesi, hanno dato vita a proposte legislative e dibattiti animati. Lo scorso 5 agosto, ad esempio, i Consiglieri regionali della Basilicata Alessandro Singetta (Api), Gennaro Straziuso, Luca Braia, Pasquale Robortella (Pd) e Giannino Romaniello (Sel) hanno presentato una proposta di legge finalizzata ad “armonizzare i proventi della commercializzazione delle acque minerali con quelli di altre regioni italiane e con quanto stabilito dalla Conferenza delle Regioni”. Nel Consiglio regionale dell’Umbria, invece, la questione è stata sollevata dal Consigliere dell’Idv Dottorini, il quale ha affermato: “Non è più tollerabile vedere aziende che lucrano utilizzando un bene comune versando solo pochi `spiccioli’ nelle casse pubbliche”.
    Gabriella Meo, consigliera regionale dell’Emilia Romagna (Sel-Verdi), ha depositato uno specifico disegno di legge che, tra le altre cose, prevede la modifica della L. R. n.32 del 1988, e l’aggiornamento dei diritti proporzionali relativi ai permessi di ricerca ed alle concessioni minerarie per l’estrazione e l’utilizzo di acque minerali, di sorgente e termali. Secondo Gabriella Meo in Emilia Romagna “le 23 aziende concessionarie autorizzate hanno imbottigliato  annualmente oltre 340 milioni di litri, per i quali sono stati pagati canoni per la ridicola cifra di 35.374 euro: un’autentica regalia ai privati concessionari, una cifra inferiore persino allo stipendio del funzionario regionale che ne segue l’iter burocratico”.
    Una vicenda tutta italiana che stride fortemente con il clima di austerity imposto da Tremonti. Come si fa  a chiedere ancora sacrifici agli italiani quando si consente a società, spesso multinazionali, di lucrare senza limiti?








    fonte
    http://www.linkontro.info/index.php?option=com_content&view=article&id=4534:la-casta-dellacqua-minerale&catid=35:economia-globale&Itemid=74

    EDITORIA DI STATO....... COSTA 150 MILIONI

    domenica 21 agosto 2011


    Il dipartimento per l’Editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri ha pubblicato nelle scorse settimane i numeri relativi ai contributi versati dallo Stato agli editori di giornali e periodici nel corso del 2010, in relazione al 2009.
    Otto elenchi, in formato .pdf con i nomi degli editori che hanno beneficiato dei contributi, il nome della testata e l’importo loro riconosciuto.
    Nessuna possibilità per il cittadino – salva l’ipotesi di utenti informaticamente più smaliziati e capaci di esportare i dati contenuti nelle tabelle in fogli excel – di sommare ed incrociare le informazioni pubblicate.
    Un classico esempio di trasparenza all’italiana: si pubblicano centinaia di migliaia di bit di informazione online con modalità tali da rendere l’operazione pressoché inutile.

    Anni luce lontani dalla politica dell’open data che, partita negli Stati Uniti d’America di Barack Obama sta, fortunatamente, contagiando il resto del mondo.
    Ma al dipartimento dell’Editoria si sono, evidentemente vergognati di pubblicare anche subtotali e totali relativi all’importo complessivamente liquidato a titolo di contributi.
    Avrebbero dovuto raccontare ad un Paese al quale, da ogni parte, si chiede di stringere la cinta e nel quale si mettono, costantemente, le mani nelle tasche dei cittadini che, nel solo 2010, oltre 150 milioni di euro sono andati a finanziare editori di giornali, il più delle volte, poco conosciuti o niente affatto conosciuti.
    Quasi tre milioni e mezzo di euro al minuscolo Il Foglio di Giuliano Ferrara ed altrettanti al Primorski Dnevnik, quotidiano in sloveno, pubblicato a Trieste.
    E’ di più di sei milioni di euro, invece, il contributo versato a L’Unità mentre deve accontentarsi di poco meno di quattro milioni di euro quello a La Padania, organo di stampa della Lega Nord.
    Quasi tre milioni di euro per le Cronache di Liberal, mentre oltre tre e mezzo sono quelli per Europa.
    Numeri e cifre che lasciano senza parole, così come senza parole lasciano i milioni di euro distribuiti tra editori piccoli o piccolissimi per la pubblicazione di minuscoli giornali e periodici di settore.
    Oltre 500 mila euro all’editore di Carta mentre appena 277 mila sono andati all’editore di Chitarre, solo per fare qualche esempio.
    Un fiume di denaro che con l’alibi di dover garantire il diritto a fare informazione, lo Stato, ogni anno, regala – naturalmente con i nostri soldi – a centinaia di editori e a cooperative di giornalisti più o meno reali, ad amici e amici degli amici.
    Sono contributi e finanziamenti dei quali, peraltro, si fa fatica a seguire le tracce fino ai reali beneficiari: i soci degli editori e, spesso, delle cooperative giornalistiche che si nascondono dietro ai nomi delle società editrici.
    Basterebbe integrare le tabelle rese disponibili dal dipartimento dell’Editoria con i dati relativi alla titolarità di quote e azioni delle società e cooperative che beneficiano dei contributi o, ancora più semplicemente, con un link alla scheda di ogni editore contenuta nel Registro unico degli operatori di comunicazione tenuto dall’Autorità Garante per le comunicazioni.

    Nessuno, tuttavia, ha voglia e interesse a rendere accessibili questo genere di dati e, d’altra parte, la stessa Autorità Garante consente – peraltro solo da pochi mesi – di accedere al registro degli operatori di comunicazione, unicamente per sapere se un editore vi è iscritto oppure no, ma non permette – con decisione di dubbia opportunità – l’accesso ad altre aree del registro relative, appunto, alla titolarità delle quote degli editori di giornali.
    Perché un cittadino non dovrebbe poter sapere a chi appartiene, davvero, un giornale che pur non avendo mai letto e, magari, del quale non ha mai neppure incrociato in edicola la copertina, è costretto a finanziare?
    Che senso ha pubblicare i dati relativi ai contributi all’editoria senza porre i cittadini nella condizione di conoscere le dimensioni del fenomeno, quali sono i criteri in base ai quali fiumi e rivoli di denaro finiscono nelle tasche di questo o quell’editore, quante copie dei giornali e periodici sovvenzionati con risorse pubbliche sono state davvero distribuite nel Paese, in quanti hanno beneficiato dell’informazione prodotta con i soldi dello Stato?
    Ma, ancor prima, che senso ha, nel 2011, sovvenzionare con ingenti risorse pubbliche di un Paese in piena crisi economica, decine e decine di giornali di carta e inchiostro…

    Nel secolo della Rete, per garantire a tutti la libertà di fare informazione basta molto meno: risorse di connettività a volontà, piattaforme di blogging e qualche euro di pubblicità per farsi conoscere online.
    L’informazione che vale troverà lettori e mercato e sopravvivrà mentre quella che, a giudizio dei lettori, varrà di meno, scomparirà come è giusto che sia e come avviene in ogni altro mercato.
    Che senso ha tenere in vita dinosauri del vecchio impero dei media che danno poco al Paese e prendono e pretendono molto.
    Quali e quanti giornali e periodici, negli ultimi mesi, hanno inserito i contributi all’editoria nei loro interminabili elenchi di sprechi e sperperi di Stato da arginare ed eliminare?
    Di “caste” nel nostro Paese, ce ne sono tante e quella degli editori di giornali difende se stessa esattamente come quella dei politici e di certi imprenditori: sono sempre i soldi destinati agli altri a dover essere risparmiati.







    FONTE
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/18/contributi-alleditoria-150-milioni-di-euro-nel-2010/152176/#comments

    TESTAMENTO BIOLOGICO. IN TEORIA E PRATICA

    venerdì 12 agosto 2011


    Lo scorso marzo da questepagine si era riportato il caso di Annunziata Iannicelli, la donna 68enne di Bordighera che, per via delle sue convinzioni religiose – la donna era testimone di Geova – aveva rifiutato di sottoporsi a cure che avrebbero potuto salvarle la vita, nella fattispecie una trasfusione. La figlia Maria si era inutilmente rivolta al giudice nel tentativo di “obbligare” la madre a ricevere i trattamenti necessari, ma la sua domanda fu respinta per un vizio di forma. Il mese successivo Annunziata è deceduta.
    La cronaca ora ci pone ora di fronte ad un analogo drammatico caso, che rischia però di aprire una crepa nell’imminente legge sul testamento biologico prima ancora che essa passi al vaglio del Senato. Protagonista è ancora una volta una donna testimone di Geova,
    una 48enne della provincia di Treviso. Questa volta però è stata proprio la signora in questione, affetta da una malattia degenerativa, a rivolgersipreventivamente al giudice tutelare, chiedendo di fare in modo che anche qualora le proprie facoltà intellettive vengano meno, le sue volontà circa i trattamenti da effettuarsi sul suo corpo siano rispettate, e il giudice ha ritenuto idonee le sue richieste. A tal fine ha anche nominato il marito amministratore di sostegno della donna: sarà lui che, nel caso in cui lei non sia più in grado di farlo, dovrà dare o negare l’assenso alle terapie e alle cure da intraprendere.
    La vicenda non desterebbe alcuno scalpore in un paese laico e democratico quale l’Italia sostiene di essere in base a quella dichiarazione d’intenti che è la nostra Carta costituzionale: l’art. 32,  infatti prevede già che «nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge». Ciò non ha però impedito al ministro del Lavoro Maurizio Sacconi (già ministro della Salute) di affermare che la sentenza del giudice trevigiano costituirebbe un primo passo verso il diritto al «suicidio assistito e programmato», mentre il sottosegretario Eugenia Roccella ha affermato che «non c´era alcun bisogno del giudice: con la legge di oggi (N.d.R. quella in discussione), come con quella Calabrò sulle dichiarazioni anticipate, una persona lucida, in grado di intendere e di volere, è assolutamente libera di decidere responsabilmente di sé, ha diritto a rinunciare alle cure, come la donna che morì non volendosi far tagliare la gamba in cancrena. Il problema riguarda un futuro nel quale la persona non sia più vigile».
    Esatto, ed è proprio qui il crudele paradosso contenuto nella legge che il Senato, ne siamo certi, si accinge purtroppo ad approvare, ed è proprio questo che la donna sta probabilmente tentando di prevenire. Come spiega il senatore Marino infatti: «al governo giocano con le parole e la vita altrui: dicono che uno è libero di rinunciare alle cure ma non appena perde conoscenza la sua volontà diventa non vincolante». L’art. 7 della legge in via di approvazione sancisce infatti che «Gli orientamenti espressi dal soggetto nella sua dichiarazione anticipata di trattamento sono presi in considerazione dal medico curante che, sentito il fiduciario, annota nella cartella clinica le motivazioni per le quali ritiene di seguirle o meno». Non solo, ma una modifica apportata all’art. 3 prevede che le volontà disposte dal paziente siano ritenute valide solo quando il medesimo fosse «nell’incapacità permanente di comprendere le informazioni circa il trattamento sanitario e le sue conseguenze per accertata assenza di attività cerebrale integrativa cortico-sottocorticale e, pertanto, non può assumere decisioni che lo riguardano». Cioè la volontà del malato sarà presa in considerazione dal medico solo se questi lo riterrà opportuno e solo se il malato sarà già clinicamente morto.
    In molti hanno già definito questa legge assurda e liberticida. La signora trevigiana, forse nel timore che tale obbrobrio, entrando in vigore, le impedisca di disporre di sé come ritiene più consono al proprio sentire, ha probabilmente cercato di aprirsi un varco, angusto, che lasci spazio per l’autodeterminazione in un frangente della parabola dell’esistenza così intimo, personale e delicato. Frangente nel quale, invece, il partito trasversale del Vaticano – unico vero e solido partito trasversale che l’Italia repubblicana abbia mai avuto – pretende di legiferare ex cathedra, quella di Pietro, naturalmente.

    GLI OCCHI TEDESCHI SULL'ITALIA

    lunedì 1 agosto 2011


    BERLINO. “Ciao bella! Il tramonto del Paese più incantevole del mondo”. Così l’autorevole settimanale tedesco Der Spiegel ha titolato la copertina di una sua recentissima edizione, dedicandola interamente alla crisi della nostra Italia. Una crisi che è soprattutto economica, ma non solo: perché il caso italiano ha attirato l’attenzione della stampa internazionale alla luce del recente attacco della speculazione, ma la sua malattia è molto più profonda.
    Ed è così che Der Spiegel traccia il ritratto di un Paese paralizzato a livello politico, economico e culturale, che fa fatica ad affermarsi nell’economia globale nonostante la sua presenza nell’olimpo dei Paesi più industrializzati. Un’immagine già di per sé triste, costantentemente schiacciata a livello internazionale dagli ingombranti problemi personali della sua classe dirigente.
    Tanto per cominciare, Der Spiegel cita il Forum Economico Mondiale di Ginevra, che ha definito l’Italia “un grosso intralcio” allo sviluppo; un’inefficiente burocrazia statale, un sistema tributario corruttibile, infrastrutture insufficienti e un fiacco sistema di prestiti sono alla base della sua debolezza. Il bilancio 2010 della Banca d’Italia ha rivelato un livello di economia pari a 25 anni fa. Nel 2009 il volume del sistema produttivo si è contratto del 5%, mentre nel 2010 ha superato di poco la parità.
    Tra il 2008 e il 2009 sono stati cancellati 560mila posti di lavoro; il debito pubblico ha raggiunto i 1.843 miliardi di euro, più del doppio di quelli di Grecia, Irlanda e Portogallo e nel 2011 raggiungerà con ogni probabilità il 120% del Prodotto interno lordo (Pil). E, dulcis in fundo, solo il 27,5% dei cittadini italiani sostiene l’attuale Governo, ma la forza di cambiare davvero sembra scemare.
    È da vent’anni a questa parte che l’Italia perde progressivamente di credibilità sotto ogni punto di vista, e questo non è un mistero. Per il settimanale tedesco il verdetto decisivo in questo senso è arrivato settimana scorsa dai mercati: citando il Financial Times, Der Spiegel scrive che la finanza non dà più credito al Governo italiano perché la sua politica crea insicurezza negli investitori. E anche ora che la manovra per la riduzione del deficit è passata e il vertice europeo di giovedì a Bruxelles sembra aver rassicurato i mercati (tra cui anche Piazza Affari che ha ripreso istericamente colore), il pericolo finanziario non sembra del tutto scongiurato.
    Perché in realtà le basi su cui poggia il piano di risparmio da oltre 70 miliardi del Governo italiano lasciano aperti spiragli di insicurezza, suggerisce Der Spiegel. “Tra questo e il prossimo anno si prevede di risparmiare 9 miliardi di euro, solo l’11% del traguardo finale”, si legge nel lungo servizio, 10 pagine che sembrano non finire mai, “nel 2013 ci saranno poi le elezioni e la sopravvivenza della manovra alla campagna elettorale è tutt’altro che sicura”. In pratica, i veri sacrifici sono rimandati a una prossima legislatura: poco probabile che l’Italia stia recuperando la sua attendibilità di fronte ai mercati per la serietà del suo programma di risparmio.
    “Di quell’Italia degli anni ’70 e ’80 che l’Europa tutta guardava con speranza, simpatia e forse una punta di invidia rimane sempre meno”, prende atto Der Spiegel, e introduce la sua analisi della nostra società dal punto di vista dei costumi e della cultura. E si parte dal ruolo fisso delle donne nella televisione, che si riduce al mero, inconsapevole “sculettare”, passando per gli “orgogliosi comuni del Nord Italia”, trasformatisi nella “roccaforte xenofoba della Lega Nord”, e per Cinecittà, ormai leggenda nella memoria tedesca, che affonda facendo spazio “all’impero del cattivo gusto”.
    Inutile aggiungere che, ancora una volta, al centro del servizio di Der Spiegel c’è il premier Silvio Berlusconi: dai processi in corso al Rubygate, dalla nascita del suo impero mediatico agli interventi sulle leggi italiane che gli garantiscono la sopravvivenza politica ed economica, senza tralasciare i recenti diverbi con il ministro delle Finanze Giulio Tremonti e i provvedimenti per circoscrivere la libertà dei giudici. Nessun particolare è risparmiato all’Italia e alla sua politica, definita da Der Spiegel la “democrazia dell’intrattenimento”, perché l’Europa è preoccupata e osserva.
    Ed è proprio un filosofo friulano, Flores D’Arcais, a dare voce alle inquietudini europee: “Il berlusconismo è la moderna alternativa al fascismo e si fonda sulla legalizzazione dei privilegi, così come sul potere assoluto delle immagini”. Der Spiegel non manca di citare le parole dell’intellettuale, facendo presente che il rischio di contagio per il resto del continente è reale. Berlusconi è deciso a portare a termine la sua legislatura nonostante i vari coinvolgimenti privati, e tutte le capitali europee ne sono sbalordite. Nel resto del mondo i politici si dimettono per una tesi copiata o per una relazione clandestina con stagiste: ai più viene difficile capire la mentalità italiana fino in fondo. Perché nulla cambia.
    L’Europa non crede più all’Italia e i segnali sono chiari. È difficile accettare il quadro che la stampa internazionale traccia della nostra società, eppure è giusto prenderne atto. Forse preferiremmo non doverci confrontare continuamente con il romanzo dei problemi privati della nostra classe politica, ma come possiamo aspettarci che il mondo faccia finta di niente quando il nostro rapporto con la politica si riduce a questo, a una lotta quotidiana con le loro complicazioni private? La difficoltà maggiore è quella di dimostrare agli stranieri che noi siamo diversi, che la nostra classe politica non ci rappresenta. Anche se è arduo sconfiggere i pregiudizi, almeno quanto il malgoverno.
    FONTE

    l’Italia della munezza, città per città

    Il rapporto Istat degli «Indicatori ambientali urbani» è la fotografia di un Paese che viaggia a più velocità: mentre il Nord primeggia per la raccolta differenziata e Napoli continua a sprofondare nell’emergenza, Salerno e Avellino primeggiano. Ma la produzionne procapite per abitante è sempre alta: 609,5 chilogrammi per abitante. Bene il fotovoltaico e i dati dello smog in calo.
    L’Italia della raccolta differenziata viaggia su una media del 31,7%. Ben lontana dal traguardo del 60% come obiettivo dell’Unione Europea. Ma è un Paese a più velocità quello dei rifiuti: il nord di poco oltre il 40% e al suo interno l’area del nord-est sopra il 47%, il centro al 28,1%, e il sud (21,3%) e le isole (15%). E la conferma della crisi nella raccolta e nello smaltimento arriva dalla percentuale del 17,7% di differenziata che riesce a raggiungere Napoli.

    Sono i dati diffusi dall’Istat che nel rapporto «Indicatori ambientali urbani», ha tracciato uno spaccato della realtà ambientale (riferita al 2010) parlando anche di rinnovabili, inquinamento, acqua, trasporto e verde pubblico. Ecco i dati salienti: la raccolta differenziata in Italia è in aumento dell’1,4% rispetto al 2009, mentre la raccolta di rifiuti urbani risulta pari a 609,5 chilogrammi per abitante (più 0,9%, dopo tre anni decrescenti). Tra i grandi comuni, Verona è l’unico che ha raggiunto il 50% di differenziata. Valori superiori al 30% si registrano a Torino (43,3%), Firenze (38,4), Milano (35,9%), Venezia (35,6%) e Bologna (34,8%). Chiudono Palermo e Catania che arrivano rispettivamente al 7,7% e al 6,8%.
    A Napoli, di nuovo in emergenza, la differenziata – spiega l’Istat – non supera il 18%, mentre volano gli altri comuni capoluogo della Campania superando la media nazionale: Salerno arriva al 71%, Avellino al 67,3%, Caserta al 46,9%, e Benevento al 33,9%. In 13 capoluoghi – Pordenone, Novara, Carbonia, Verbania, Salerno, Avellino, Nuoro, Belluno, Oristano, Asti, Tortolì, Rovigo e Trento – viene superato l’obiettivo del 60% di differenziata che, per legge, deve essere centrato entro il 31 dicembre 2011.
    Si fermano, invece, a 34 quelli oltre il 50%. Ci sono però anche esempi in negativo, comuni capoluogo in cui non si raggiunge la soglia del 10% di differenziata come Enna ferma all’1,2%, Siracusa al 3, Messina al 5,3, Isernia all’8, Agrigento all’8,4, Taranto all’8,7, Foggia al 9, Catanzaro al 9,4 e Vibo Valentia al 9,8. Ma non solo rifiuti, nello spaccato dell’Istat c’è spazio anche per le rinnovabili: con un aumento del 114,9% della potenza media di fotovoltaico installata sugli edifici comunali (per una potenza media arrivata nel 2010 a 1,1 kilowatt ogni 1.000 abitanti) rispetto all’anno precedente. Rimanendo in ambito energetico, si registra una leggera diminuzione (0,3%) per l’energia elettrica per uso domestico, mentre risultano in aumento del 4,7% i consumi pro-capite di gas per casa e riscaldamento.
    Buone notizie sul fronte dell’inquinamento atmosferico: nel 2010 si sono registrati in media 10 giorni in meno di superamento dei limiti di Pm10 (polveri sottili) per la salute, dai 54,1 nel 2009 si è passati ai 44,6 del 2010. L’Istat ha poi fatto i conti al consumo pro-capite di acqua proveniente dal nostro rubinetto di casa, calcolando che per l’uso domestico sfiora i 67 metri cubi (meno 1,9%). Infine, viene registrato un aumento dei viaggiatori sui mezzi pubblici dello 0,6%, mentre si attesta a 106,4 metri quadrati la «porzione» di verde per abitante in città.








     







     
    Free Italy © 2011 | Designed by RumahDijual, in collaboration with Online Casino, Uncharted 3 and MW3 Forum