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    Al governo c'è la nave dei folli

    lunedì 5 settembre 2011

    Cambiano la manovra ogni giorno. Si circondano di faccendieri. Insultano il Paese che li ha eletti. Ma restano attaccati disperatamente alle loro poltrone. Per giudicare questa classe dirigente, non è necessario aspettare la Storia.




    I politici dovunque formano la classe dirigente, quella che governa, che amministra lo Stato, le sue risorse, le sue opportunità, il suo futuro. Come? Di solito si giudicano i risultati: spesso passano per buoni o per sopportabili anche quelli disastrosi. Vogliamo fare un breve elenco? Il Partito della libertà, il partito del fare di Silvio Berlusconi, ha esordito con una meritoria battaglia per il salvataggio dell'Alitalia, la linea aerea di bandiera, concupita da Air France.

    Berlusconi si è vantato e si vanta della difesa a oltranza della compagnia italiana. Risultato: siamo arrivati a 4 miliardi di euro di debiti e l'unica via di uscita pare sia quella della cessione ai francesi. Un'altra grande opera a cui il Cavaliere intendeva affidare la sua fama di statista e di benefattore era il ponte sullo stretto di Messina. Una follia tecnica ed economica, il più lungo ponte del mondo nella zona a maggior rischio sismico, di collegamento fra due regioni economicamente arretrate. E' intervenuta per fortuna l'Europa a negare i finanziamenti. Le opere del regime berlusconiano si segnalano per la loro inattuabilità o per il rischio estremo.

    Quando il nostro ha annunciato in Parlamento la prossima conclusione dei lavori sull'autostrada Salerno-Reggio Calabria una fragorosa risata dei parlamentari ha seppellito la ridicola vanteria.
    Il governo in carica non è in grado neppure di portare a compimento la Tav della Val Susa, dove è in corso una guerriglia fra la maestranza dei cantieri e la popolazione locale, secondo alcuni infiltrata dagli anarchici black bloc, questi misteriosi terroristi che vagano per l'Europa per sabotare ogni iniziativa ragionevole dei governi legittimi.

    L'economia mondiale è da due anni in una crisi profonda che gli esperti non riescono né a capire né a fronteggiare. Siamo arrivati all'impensabile: che gli Stati Uniti, il più ricco Paese del mondo, sono a rischio di default, di fallimento, perché i conservatori del partito repubblicano sabotano il finanziamento pubblico, e cinque o sei Stati europei sono vicini al disastro finanziario. 

    Un vento di follia sembra imperversare in ogni attività umana compreso lo sport. Il mercato dei calciatori è una gabbia di matti dove sceicchi scialacquatori spendono fortune per vincere la Champions league, dove tutte le squadre sono indebitate fin sopra i capelli, il che non impedisce ai giocatori di vendere le partite al mercato delle scommesse. 
    Nei Paesi latini dalla moralità discutibile l'informazione e la giustizia vengono accusate dei peggiori traffici nelle intercettazioni telefoniche e nella corruzione generale. E un giorno si scopre che nella civilissima Inghilterra il magnate della stampa popolare Murdoch ha violato tutte le regole della correttezza, frodando e danneggiando persino il primo ministro di Sua Maestà. 
    Non passa giorno senza che uno stimato uomo politico o un funzionario pubblico non venga colto con le mani nel sacco, ma tutti pronti a giustificarsi con il "così fan tutti", tutti si giovano delle truffe dei faccendieri, dei finanziamenti dei palazzinari e delle società truffaldine con i mafiosi. Non c'è uomo politico che non si faccia pagare l'acquisto della casa o l'affitto dello studio e poi cada dalle nuvole: io non lo sapevo, qualcuno pagava per me ma io non ne ero al corrente. Anche persone di cui si celebrava e ammirava la ferrea onestà vengono colte con le mani nel sacco e non sanno come difendersi, salvo le generiche dichiarazioni sempre smentite di onestà.

    I partiti se potessero manderebbero tutti assolti a continuare il malgoverno. E i maggiori responsabili del disastro non mollano le loro poltrone e accusano i magistrati, e persino il presidente della Repubblica, di essere dei comunisti invidiosi e diffamatori. Se non fosse stato proprio l'esito di Tangentopoli a gettarci nel baratro del berlusconismo, ci verrebbe di chiedere ad Antonio Di Pietro di tornare a fare il pubblico ministero.



    Fonte

    Buttiamo a mare manovra e governo

    mercoledì 31 agosto 2011


    manovra_rai.jpg
    E quattro. Non ce l’hanno fatta nemmeno stavolta. I brindisi di Berlusconi con lo champagne sono durati poche ore. Alla bontà di questa manovra non ci crede nessuno e così stiamo alla terza manovra da buttare a mare. Ma io mi chiedo: un governo che non riesce a fare una manovra economica nemmeno in una situazione d’emergenza estrema come questa, cosa ci sta a fare? Cosa aspetta a prendere atto che non ha più nessun senso e ad andarsene?
    Nel merito, il governo era addirittura riuscito a peggiorare la manovra, e sì che non era facile. L’indignazione popolare li ha ora costretti a cancellare l’intervento sulle pensioni che era, oltre che iniquo e odioso, anche anticostituzionale, ma non era l’unico capitolo inaccettabile di una manovra che deve essere ripensata e riscritta dai fondamentali.
    Oltretutto, con la manovra-ter, questo governo senza più né testa né capo né coda nemmeno trova più i soldi che invece sono necessari e che è possibile trovare senza prenderli a quelli a cui sono sempre stati presi.
    Noi dell’Italia dei Valori abbiamo indicato come con la nostra contromanovra, e questo è il senso di responsabilità che giustamente si può e si deve chiedere all’opposizione. Non con un dialogo privato nelle abitazioni private del presidente del Consiglio, ma in Parlamento, come si fa in democrazia. Sempre che almeno stavolta il governo giochi secondo le regole democratiche e non metta la fiducia come fa solitamente. Cosa che sarebbe un insulto per il capo dello Stato, per la democrazia e per il senso della decenza.

    MANOVRA: GLI SCONTI

    venerdì 26 agosto 2011


    L’innalzamento della soglia del reddito per il contributo di solidarietà sarebbe un aiuto dell’Esecutivo a una parte del suo elettorato. Con l’aumento dell’Iva si vorrebbero colpire gli evasori, ma a pagare il rialzo dei prezzi sarebbero soprattutto i redditi più bassi
    Contributo di solidarietà: il governo vuole alzare la soglia da 90 mila a 100 mila euro. Quali sarebbero le differenze?
    “Se la soglia di reddito per il contributo di solidarietà salisse da 90 a 100 mila euro, saremmo di fronte a un piccolo sconto per chi denuncia redditi così alti. Bisogna tener presente che se cambia la soglia di esenzione, vengono tassati i redditi sopra i 90 mila euro o sopra i 100 mila euro; per cui se la soglia sale da 90 a 100 mila tutti i redditi – anche superiori ai 100 mila euro – risparmiano la tassa su quei 10 mila euro tra 90 e 100 mila. E’ tecnicamente un po’ complicato, ma insomma nella sostanza l’aliquota del 5% che paga chi guadagna 100 mila euro, per esempio, sarebbe di circa 300 euro, tenuto conto della deducibilità dell’imposta. Per cui praticamente tutti quelli che stanno sopra i 90 mila euro, che poi abbiamo visto essere relativamente pochi, alzando la soglia a 100 mila pagheranno 300 euro in meno di tassa. E sostanzialmente ogni 10 mila euro che hanno di reddito sopra i 100 mila euro ne pagheranno grossomodo 300 di tasse. È una sorta di “sconto” che il Governo sta pensando di fare, poi vedremo come va a finire, a un settore ben preciso di quello che considera il suo elettorato.”
    Un’ ipotesi al vaglio, è quella di eliminare il contributo di solidarietà e di aumentare l’Iva. Quali sarebbero gli effetti? Salirebbe il prezzo dei beni di consumo?
    “Sicuramente un aumento dell’IVA, dal 20 al 21% provocherebbe un aumento dei prezzi dell’1%, il che può sembrare poco, ma potrebbe avere degli effetti sull’inflazione (oggi attorno al 2%) abbastanza significativi, e anche degli effetti moltiplicativi sui prezzi.
    D’altra parte è anche vero che siamo comunque in un periodo di bassa inflazione, e quindi da questo punto di vista è giustificato ricorrere alla leva fiscale dell’IVA senza timori eccessivi.
    La vera natura di questa operazione sull’IVA va spiegata con la caratteristica peculiare del nostro Paese, che è caratterizzato dall’evasione fiscale sui redditi; tra l’altro c’è un’evasione dell’IVA molto diffusa, perché provocata dalla volontà di nascondere i redditi da parte di aziende e professionisti.
    Bisogna dire una cosa molto semplice: l’IVA, cioè l’imposta sui consumi, è un’imposta che gli intellettuali definiscono regressiva, cioè il contrario dell’imposta progressiva. È un’imposta checolpisce maggiormente i redditi bassi rispetto ai redditi alti, per la semplice ragione che il reddito basso viene destinato quasi completamente ai consumi, quindi è tassato di più, il reddito alto viene destinato in parte minore ai consumi e quindi viene tassato, di fatto, di meno da un aumento dell’IVA. Però la ragione per cui nessuno, nemmeno i sindacati, o i partiti di sinistra, protestano più di tanto contro l’aumento dell’IVA è che in un paese particolare, come l’Italia, l’IVA è una tassa che pagano tutti. Se io aumento l’IVA sul pane ho la certezza che questa maggiore imposta verrà pagata anche dagli evasori fiscali. Quindi è un’operazione che si basa su un’idea un po’ perversa di riequilibrio fiscale, spostando il peso delle tasse dal reddito – in cui c’è fortissima evasione – ai consumi in cui, almeno in parte, l’evasione è più difficile.”
    Se l’Italia tassasse tutti i conti correnti dell’1% incasserebbe abbastanza denaro per allontanare lo spettro della recessione. Può essere una strada percorribile?
    “Un prelievo fiscale sulle giacenze di conto corrente sarebbe di fatto una forma di patrimoniale, quella più assurda. L’ha già fatto Giuliano Amato nel 1992 prelevando a sorpresa, durante la notte, il 6 per 1000 su tutte le giacenze di conto corrente. Questo significa che se il miliardario in quel momento sul conto corrente ha poco viene tassato poco, il poveraccio che magari proprio quel giorno, come è capitato a qualcuno nel ’92, aveva sul conto corrente tutti i risparmi di una vita perché gli servivano il giorno dopo per comprare la casa, è stato tassato su tutti i risparmi di una vita. Solo l’idea di pensare ad una cosa del genere, in cui casualmente si va a pescare i soldi che uno tiene un certo giorno sul conto corrente, è un’idea demenziale che io spero che nessuno voglia percorrere, perché lì veramente, tra l’altro, c’è il rischio che la gente si arrabbi. Se uno si sta comprando l’automobile e paga il saldo della sua auto nuova il giorno prima del prelievo non viene più tassato, se invece doveva farlo il giorno dopo viene tassato, questa è una follia.
    Io tra l’altro non credo che questa cosa possa essere fatta, tra l’altro è pericolosissimo solo parlarne, perché potrebbe indurre chiunque ad andare in banca a portar via i suoi soldi. Rischiamo di avere la cosiddetta ‘corsa agli sportelli’ per cui se tutti i cittadini vanno in banca e chiedono indietro i loro soldi il sistema finanziario italiano collassa.”

     fonte

    ITALIA IN SVENDITA

    giovedì 25 agosto 2011



    La manovra finanziaria 2011 è stata approvata circa un mese fa (Legge 111 del 15/07/2011 e pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 16/07/2011), ma già è stata varata una manovra bis! Siamo convinti che la manovra e la manovra bis avranno pochi effetti. Siamo già in crisi e le manovre 1, 2 e le altre che verranno aggraveranno la crisi.
    Tutte queste manovre stanno gettando i presupposti per una ulteriore svendita dei beni italiani: la riserva d’oro italiana, la quarta per grandezza al mondo, grandi imprese pubbliche ancora in mano allo stato, alcune delle quali già privatizzate parzialmente, le imprese municipalizzate, quelle che danno sempre grandi profitti, come la raccolta dei rifuti, o la distribuzione dell’acqua.
    Stiamo attenti, che in certi paesi, per esempio in Bolivia la privatizzazione dell’acqua arrivò al punto che ai boliviani più poveri non solo venne negato l’allaccio all’acqua potabile ma vennero costretti a pagare, anzi prepagare per riempire alla fonte i secchi d’acqua. Per poter prelevare l’acqua alla fonte, tramite un secchio, dovevano prima aver pagato la quota prevista!
    A tutto questo vanno aggiunti i beni del demanio pubblico, che fanno gola a molti privati. Qualcuno dirà che sulla base delle attuali leggi non è possibile vendere i beni del demanio.
    Poveri illusi!
    Tutti hanno parlato dei tagli e delle nuove tasse, ma nessuno ha messo in evidenza ciò che di losco, veramente losco si nasconde nella finanziaria.
    Invito a leggere il comma 18 dell’articolo 10 della Legge 111 del 15/07/2011. Il comma in questione recita esattamente:
    “I crediti, maturati nei confronti dei Ministeri alla data del 31 dicembre 2010, possono essere estinti, a richiesta del creditore e su conforme parere dell’Agenzia del demanio, anche ai sensi dell’articolo 1197 del codice civile”.
    Dalla lettura sembra intendersi che i debiti che ha lo stato (che al momento ammontano complessivamente a circa 1.900 miliardi di euro, possono essere estinti, quindi pagati su richiesta del creditore. Qui sorge il primo problema: un creditore si presenta allo stato (al ministero) e chiede il saldo dei debiti. Lo stato (il ministero), in base a questo comma li estingue. Ma con quali soldi o per meglio dire come paga il creditore? Dato che il comma prosegue con la dicitura “su conforme parare dell’Agenzia del demanio” si intuisce che i debiti potranno essere estinti su richiesta del creditore cedendo beni del demanio; se non fossimo in presenza di beni del demanio non ci sarebbe stato bisogno del parere
    dell’Agenzia del Demanio! E’ giusto?
    Il comma conclude rimandando all’articolo 1.197 del codice civile, che a sua volta recita:
    “Il debitore non può liberarsi eseguendo una prestazione diversa da quella dovuta, anche se di valore uguale o maggiore, salvo che il creditore consenta (1320). In questo caso l’obbligazione si estingue quando la diversa prestazione è eseguita. Se la prestazione consiste nel trasferimento della proprietà o di un altro diritto, il debitore è tenuto alla garanzia per l’evizione e per i vizi della cosa secondo le norme della vendita (1483 e seguenti, 1490 e seguenti), salvo che il
    creditore preferisca esigere la prestazione originaria e il risarcimento del danno. In ogni caso non rivivono le garanzie prestate dai terzi”
    Quest’articolo del codice civile è tirato in ballo per giustificare il fatto che il creditore che ha prestato soldi allo stato, invece di ricevere i soldi, possa ricevere una prestazione differente, ossia un bene del demanio. Il codice civile dice che se una persona contrae un debito in denaro non può liberarsi del debito restituendo cose differenti dal denaro, anche se fossero cose di pari valore o addirittura di valore superiore, salvo che il creditore sia d’accordo.
    Praticamente con questa finanziaria a parte i tagli e l’aumento delle tasse si stanno dettando i presupposti per poter pagare i creditori con un bene del demanio, una spiaggia ad esempio. L’attuale governo, qualche termpo fa non aveva pensato ad esempio di “fare cassa” dando in concessione le spiagge?
    L’idea venne ritirata per la diffusa avversione dell’opinione pubblica.
    Oggi tale possibilità è stata introdotta nel silenzio più assoluto dei media ufficiali.
    La cosa si presenta in maniera ancora più losca perchè la norma in questione sembra aprire la strada ad una trattativa diretta tra debitore e stato (ministero), eliminando anche la regola dell’offerta più vantaggiosa, essendo necessario il solo parere favorevole dell’agenzia del demanio. Io credo che siamo di fronte alla privatizzazione del patrimonio artistico e
    paesaggistico del Belpaese.
    Il fine ultimo del debito pubblico è l’appropriarsi, da parte di ristretti e potenti gruppi economici, di imprese, beni e patrimoni dello stato. Il privato, per
    quanto economicamente molto potente, mai sarebbe riuscito ad appropriarsi di determinati beni pubblici senza la scusa del debito pubblico.
    Solo la scusa di un enorme e impagabile debito pubblico può portare perfino alla vendita ed alla svendita dei beni del demanio pubblico. L’opinione pubblica non si oppone, anzi finisce per favorire azioni del genere, pena la necessità di sborsare di tasca propia ulteriori tasse.
    Inoltre, ci sono imprese in cui nessun privato, neppure il più potente potrebbe mai pensare di entrare. E’ sufficiente pensare alla costruzione della capillare linea ferroviaria o la capillare linea telefonica. In Italia, quando si iniziò a costruire la linea ferroviaria nessun privato avrebbe mai potuto pensare di costruirla! Così come nessun privato sarebbe stato in grado di realizzare la Telecom, ex SIP.
    Queste imprese colossali è in grado di realizarle solo lo stato, avendo la possibilità di trovare gli enormi finanziamenti necessari attraverso i crediti garantiti dallo stato. Come si arriva alla vendita o meglio alla svendita della Telecom, ex Sip? Una volta che lo stato ha terminato l’opera ed è un’opera che da frutti, grossi guadagni, il privato riesce ad entrarne in possesso grazie al problema del debito pubblico.
    Quando il debito è enorme, impagabile, lo stato deve vendere le proprie imprese e tutto quanto ha disponibile. Il gruppo economico interessato all’acquisto, per poter entrare in possesso dell’impresa pubblica in questione, o meglio controllare totalmente l’impresa non deve neppure sborsare l’intera quota, essendo suficiente, in una società per azioni, essere in possesso della quota di maggioranza. Pensate al gruppo che è riuscito a controllare la Telecom, ex Sip.
    Il problema dell’Italia è duqnue grave, dato che ha debiti accumulati per 1.900 miliardi di Euro, che rappresentano il 120% del PIL, quota destinata a crescere.
    Con le manovre in atto si finirà per: aumenatre il fallimento delle imprese o accellerare la fuoriuscita delle imprese dall’italia, verso quei territori che permettono maggiori guadagni; aumenterà la disoccupazione; diminuiranno gli introiti sia diretti che indiretti. Conclusione: il PIL si contrae, il debito aumenta percentualmente sul PIL, ma continuerebbe ad aumentare anche se il bilancio fosse in pareggio per via dell’aumento degli interessi sul debito, che continuano a crescere.
    L’alto debito pubblico è dunque la gisutificazione per svendere quanto è rimasto da svendere e perfino, come visto, si cederanno i beni del demanio pubblico, fino alla cessione delle imprese municipalizzate, quindi alla privatizzazione dell’acqua e non ci sarà nessuna opinione pubblica contraria.

    E’ già successo, anche in Italia, negli anni novanta e succederà ancora.

    Si stanno dando tutti i presupposti. Tra l’altro la reazione degli italiani è ormai compromessa da decenni di attività di instupidimento operata della televisione privata. Ovviamente sto parlando di reazione immediata. Successivamente, quando l’italiano si ritroverà non solo privato di una fonte di reddito, derivante dal lavoro, ma anche di quei meccanismi di protezione e di assistenza che allo stato attuale gli impediscono di rendersi conto del problema cui stanno andando incontro (pensione, sanità, educazione, ecc…), necessariamente spinto dai rimorsi della fame saranno costretti a ribellarsi.
    Oggi l’italiano non protesta perchè comunque ha la pancia piena, grazie alla pensioni delle generazioni passate, ai risparmi del passato, all’assistenza sanitaria gratuita, ecc…; ma tutto questo sta per terminare. Necessariamente si va incontro ad esplosioni sociali, come ci insegna la storia. Naturalmente quando le esplosioni sociali saranno forti, il ricorso alla dittatura sarà inevitabile. Solo un regime forte, dittatoriale, fascista può operare una dura repressione, non certo una democrazia, sia pure solo formale come quella italiana.
    Ricordiamo un attimo il passato recente. L’Italia aveva un grande patrimonio costituito dalle imprese pubbliche ed aveva l’IRI, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale,
    che gestiva le imprese pubbliche.
    L’IRI per anni è stata una delle più grandi aziende del mondo, oggi diremmo multinazionale, superata solo da alcune multinazionali statunitensi.
    Ancora nel 1992 era l’azienda con il maggior fatturato (vedasi articolo del Corriere), equivalente a circa 40 miliardi di Euro e nel 1993 era ancora al settimo posto al mondo per fatturato.
    Le aziende dello Stato, le aziende IRI, facevano profitto ed erano ovviamente molto appetibili dal grande capitale. Le imprese pubbliche non solo producevano, vendevano e davano lavoro, ma erano anche fonte di grossi introiti per lo stato. Come si giustificò la sua vendita o meglio la svendita? Semplice: si disse che l’Italia aveva il grosso problema del debito pubblico e per ridurlo era necessario vendere qualcosa.
    Ovviamente il privato non compra carrozzoni, imprese che danno perdite, ma solo imprese che fanno guadagnare, soprattutto se fanno guadagnare molto.
    Per poterle vendere (o per meglio dire per poterle comprare con lo sconto, diciamo così, o al prezzo più basso possibile) era necessario farle apparire come imprese in crisi. A capo della gestione delle imprese pubbliche italiane venivano posti gli amici o gli amici degli amici del grande capitale interessato ad acquistare; questi illustri gestori della cosa pubblica al fine di imporre la tesi che le imprese statali andavano vendute perchè allo stato non apportavano benefici, facevano di tutto per creare queste perdite. Gli amici e gli amici degli amici del grande capitale invece di serivire l’Italia ed il popolo italiano servivano il grande capitale.
    Conclusione: grazie a queste manovre tese a svalorizzare le imprese pubbliche, il grande capitale potè acquistare le migliori imprese italiane a prezzi di svendita (vedasi: Il sacco d’Italia).
    Dunque, l’Italia vendeva perchè aveva bisogno di ridurre il debito pubblico ed allo stesso tempo faceva dei grossi affari – ci dicevano – perchè si stavano vendendo dei carrozzoni che davano solo perdite e tutti erano felici e contenti.
    Quando mai il capitale privato acquista carrozzoni?
    L’Italia vendette i suoi gioielli e momentaneamente, grazie ai quattro soldi di questa svendita,ridusse per quegli anni il debito pubblico.
    Negli anni successivi, dato che la política non è mai cambiata (ossia ha continuato a macinare deficit di bilanci) ed allo stesso tempo sono mancati gli introiti delle imprese pubbliche svendute, il debito è velocemente salito a circa il 120% del PIL ed il futuro è irrimediabilmente compromesso.
    I politici di turno hanno continuato a gestire la cosa pubblica esattamente come prima, spendendo più di quanto avessero a disposzione, ossia creando annualmente dei deficit, coperti ovviamente con nuovi debiti (i Buoni del tesoro o Bond per la sua sigla in inglese).
    Tra l’altro la recente nata Unione Europea, al servizio unicamente del grande capitale,imponeva che si continuasse a vivere facendo deficit; infatti, con la regola che il deficit non potesse superare il 3%, stava dicendo che gli stati potevano e dovevano spendere più di quanto avessero a disposizone, altrimenti se avesse voluto bilanci senza deficit, avrebbe imposto la regola del pareggio di bilancio.
    Lasciando liberi gli stati di accumulare annualmente un 3% di debiti, la UE e chi stava dietro sapeva benissimo che in dieci anni gli stati si sarebbero ritrovati con deficit minimi del 30%, da aggiungere a quelli pregressi.
    A questo si aggiunge il fatto che praticamente nessuno stato rispettava tale regola, ossia tutti sforavano tranquillamente il tetto del 3%, presentando alla UE bilanci truccati, che tutti sapevano essere truccati. In questo modo si è favorito il debito pubblico, che non è un problema di alcuni stati, come vogliono farci credere i giornali di regime, ma di tutti gli stati della UE.
    Anche stati considerati solidi (sic!), come la Germania o Francia, che dieci anni fa presentavano debiti inferiori al 50%, con la regola imposta dalla UE hanno finito per ritrovarsi con debiti dell’80% o più (Vedasi: Tabella del debito pubblico degli Stati al 2010).
    Continuano a dirci che l’Europa si divide in due: l’Europa degli stati del nord, opulenti, con politici capaci e probi e quindi meritevoli di restare nell’area Euro; l’Europa dei, PIGS (dei maiali), degli stati del sud, con deficit spaventosi, politici corrotti, che non meriterebbero di restare nell’area Euro.
    E’ assolutamente vero quello che si dice dei PIGS (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna; ovviamente la I ben potrebbe identificarsi con l’Irlanda, stato del nord, fino a pochi anni fa esaltato come modello di stato capitalista), ma è altrettanto vero che gli stati del nord sono ugualmente nei guai (ad essere sinceri sarebbe più opportuno utilizzare una ben nota parola di cinque lettere che a qualcuno apparirebe una volgarità).
    La verità, dunque, è che tutti gli stati sono in fallimento, compresi quelli del nord.
    Il fatto di avere debiti inferiori agli stati del sud, significa solo che stanno meglio degli stati del sud, ma ugualmente sono sulla soglia del fallimento. Ovviamente l’Italia è tra i paesi con i problemi più gravi e difficilmente risolvibili, a meno che non si adottino determinate politiche già sperimentate in altre latitudini, in America Latina.
    Tutto sembra indicare che l’Italia non ha un futuro molto roseo davanti e se crolla l’italia, ossia fallisce, ossia arriva il giorno in cui il Ministro delle Finanze di turno deve dire al mondo “Signori non possiamo pagare i nostri debiti”, crolla inevitabilmente tutta l’Europa.
    Tutti abbiamo asssitito alla farsa (destinata a sfociare in tragedia) del salvataggio greco, di un piccolo paese; se il problema dovesse toccare un grande paese come l’Italia, la fine dell’Europa sarebbe inevitabile.
    E non dimentichiamo l’altra grande farsa che si è consumata dall’altra parte dell’Atlatico. Che l’accordo sia stato solo una farsa si intuisce analizzando le cifre. Gli USA hanno vissuto per decenni al di sopra delle loro possibilità, accumulando anno dopo anno deficit di bilanci pubblici, che sono ormai impagabili, oscillando tra i circa 15.000 miliardi dei dati ufficiali ed i
    circa 30.000 miliardi quando si aggiungono i dati del salvataggio (improbabile) delle imprese in crisi; a tutto questo va aggiunto il deficit dell’intera società statunitense (Imprese e famiglie) e qui ovviamente gli zeri sono così tanti che è sufficiente dire che sono impagabili.
    Il problema degli USA non si è risolto con l’accordo del 2 agosto – come hanno cercato di farci credere tutti i media ufficiali del mondo – e l’aumento del limite del debito a 14.694 miliardi; il debito USA al 18 agosto ha già raggiunto i 14.620 miliardi, quindi fra non molto tempo si ripresenterà il problema; inoltre i tagli annunciati (qualche centinaio di miliardi all’anno), che saranno sopportati dalle fasce più deboli, attraverso i tagli all’educazione, alla sanità, alle pensioni, all’assitenza sociale, per quanto possano
    sembrare enormi sono ridicoli in confronto ai deficit previsti dai bilanci USA del prossimo decennio. Infatti, i bilanci annuali preventivi per il decennio 2012-2021 presentati da Obama prevedono entrate complessive (nel decenio) per 39.084 miliardi di dollari, a fronte di uscite pari a 46.055 miliardi, per un deficit totale di 6.971 miliardi, cui vanno aggiunti altri 794 miliardi per il pagamento degli interessi sul debito.
    Tagliare spese (e ripetiamo ai danni dei più deboli, lasciando intatte le spese militari, ad esempio) per un migliaio di miliardi è semplicemente una barzelletta.
    E’ una farsa che si trasformerà in tragedia.

    Fonte:
    Ufficio del Bilancio del Congresso USA (CBO). Notare che al debito riportato vanno aggiunti oltre 4.600 miliardi dei debiti fra le amministrazioni pubbliche.
    Prima della crisi, il 10/10/2007, avevamo parlato di una imminente crisi che non sarebbe stata la solita crisi ciclica del capitale, ma la crisi che avrebbe condotto al tracollo dell’occidente. Molti
    ancora non hanno capito che non si tratta di una crisi congiunturale, ma strutturale ed alla fine tutto l’occidente (Stati Uniti ed Europa) ne uscirà fortemente ridimesionato, con la possibilità che l’area Euro vada incontro ad una disgregazione, cosi come gli USA potrebbero cessare di esistere come stato unitario; ma questo lo aveva già previsto Igor Panarin nel 1998.
    Ovviamente dire tracollo dell’occidente non significa la fine del sistema capitalistico, che ha ancora ampi margini di crescita e di fatto sta crescendo in zone del mondo, dove fino a qualche anno fa sembrava di essere in pieno medio evo. Il tracollo, ovvero il forte ridimensionamento riguarderà l’Europa occidentale, gli USA ed ovviamente Israele, stato che esiste ed esisterà solo fino al giorno in cui esisterà la protezione degli Stati Uniti.
    fonte

    Da oggi il gioco d'azzardo online diventa LEGALE.

    martedì 19 luglio 2011

    Da oggi il gioco d'azzardo online diventa una cosa seria: nel bene e nel male. Da una parte le casse dello stato (e anchei terremotati dAzzo, grazie a un decreto) avranno di che esultare, dall'altra gli appassionati dovranno fare ancora più attenzione perché si potrà giocare cash.



    Poker cash, giochi da Casinò, dadi, black jack, roulette è tanti altri sono "finalmente" legali e non richiederanno più il passaggio obbligato dei gettoni pre-pagati. Insomma, chi vorrà perdere le mutande potrà farlo ancora più in fretta che in passato. Scusate la cruda presa di posizione, ma sono sfavorevolissimo.
    Come ricorda il Corriere della Sera i monopoli di Stato nel 2010 hanno raccolto dal mondo dei giochi e dalle lotterie circa 61,4 miliardi, praticamente il 4% del Pil. "Questi si sono poi trasformati in entrate per l'erario per 9,9 miliardi (1,2 venivano dai concessionari per tasse e rinnovo diritti)", sottolinea il quotidiano.
    E il futuro è ancora più roseo poiché secondo Agipronews poker cash e casinò online genereranno circa 1,5 miliardi al mese, e quindi in un anno probabilmente 18 miliardi. Un salto senza precedenti se si considera che nel 2010 il comparto Web ha fatturato 4,8 miliardi, di cui 3,1 con il poker.
    Ma cosa cambia esattamente con il poker cash, rispetto agli attuali Texas hold'em basati sulla modalità torneo? "È il poker vero, il tavolo si lascia quando si vuole, più emozioni e più adrenalina", dichiara Lottomatica.


    Avanti polli, fatevi spennare.



    FONTE
    http://www.tomshw.it/cont/news/l-italia-apre-sul-gioco-d-azzardo-online-da-oggi/32570/1.html

    Manovra ok, Silvio ko

    lunedì 18 luglio 2011


    Passato il pacchetto Tremonti, finisce la tregua che la settimana scorsa ha tenuto insieme la maggioranza. Ora a rischiare il default è Berlusconi, mai debole come in questi giorni. E per lui si parla di un 'salvacondotto'


    Fino a che punto possono spingersi le larghe intese? In tempi di assalto della speculazione internazionale, di crisi di governo strisciante, di inchieste giudiziarie che fanno tremare il Palazzo, la ricerca spasmodica di inedite alleanze e di nuove protezioni può espandersi fino a diventare intese larghissime, onnicomprensive, a comprendere personaggi, settori, ambienti che in situazioni di normalità sarebbero inconciliabili.
    Per accorgersene bastava capitare domenica scorsa a Spoleto, all'Eremo delle Grazie, in occasione della cene finale del festival dei Due mondi, con l'orchestra del teatro San Carlo di Napoli in trasferta e un bel pezzo della città che conta ad accompagnarla. E osservare i commensali del tavolo d'onore, curato personalmente dal commissario del San Carlo Salvo Nastasi, che è anche capo di gabinetto del ministro della Cultura e devoto di Gianni Letta. Ed ecco, sorpresa, seduti uno accanto all'altro, di fronte al sindaco Luigi De Magistris, il sottosegretario Letta e il procuratore capo di Napoli Giandomenico Lepore, guida della procura più temuta e più incontrollabile d'Italia, da cui passano le inchieste sulla P4 e sul braccio destro di Giulio Tremonti, Marco Milanese. Al tavolo accanto, il pm Francesco Curcio, titolare dell'inchiesta sul grande amico di Letta, Luigi Bisignani. Tutti insieme, intenti a elogiare il menù tricolore, in onore dei 150 anni dell'Unità nazionale.

    Massì, stringiamoci a coorte o almeno al desco e viva l'Italia, in questa settimana di paura, con il terrore del default che fa il miracolo, il Parlamento che vota in quattro giorni la manovra finanziaria, con l'intera opposizione Pd-Udc-Idv disposta ad accelerare i tempi di approvazione e con il ministro Tremonti che ne loda il senso dello Stato, unico precedente possibile la giornata più drammatica della storia repubblicana, il 16 marzo 1978, quando dopo il rapimento di Aldo Moro le Camere votarono in un pomeriggio la fiducia al governo presieduto da Giulio Andreotti.

    Ma qui finiscono le somiglianze: perché nessuna unità nazionale è possibile attorno all'uomo del Crack, Silvio Berlusconi. E infatti nella stretta decisiva di lunedì 11 luglio, con la Borsa di Milano che si inabissava al meno 4 per cento, il premier si chiudeva nel silenzio e faceva perdere le tracce, impegnato probabilmente in una riunione familiare per decidere la strategia da adottare sul risarcimento di 560 milioni di euro da consegnare alla Cir di Carlo De Benedetti dopo la sentenza di Milano sul lodo Mondadori. E in assenza del presidente del Consiglio il governo della crisi finanziaria passava nelle mani del Quirinale, da Giorgio Napolitano, in collegamento con Letta a Palazzo Chigi.

    Con le opposizioni, a partire dal Pd di Pier Luigi Bersani e dall'Udc di Pier Ferdinando Casini, avvistato nei giorni successivi a braccetto con Antonio Di Pietro in pieno Transatlantico, a dare il via libera per l'approvazione a tempo record, sia pure continuando a votare contro. "Se non lo avessimo fatto", ragiona il bersaniano Andrea Orlando, "Berlusconi avrebbe rovesciato addosso a noi la responsabilità della speculazione. Dopo l'approvazione della manovra, però, dovremo riprendere ad alzare la voce".

    La voglia di unità nazionale provocata dagli attacchi in Borsa mal si concilia con un quadro politico sempre più sfilacciato. La tregua sembra destinata a durare il tempo di dare ai mercati l'impressione di un Paese compatto: una volta passata la manovra in Parlamento la tensione è destinata a risalire. Nel mirino, più di tutti, c'è Giulio Tremonti. Isolato nella maggioranza, abbandonato dalla Lega, sfiorato dall'inchiesta giudiziaria che coinvolge pesantemente il suo uomo di fiducia Marco Milanese. Sull'orlo di una crisi di nervi, al punto di sentire il dovere di scusarsi con i senatori dell'opposizione a Palazzo Madama: "Non dormo da due giorni". Difficile che il ministro possa tornare a sonni tranquilli nei prossimi giorni. Dopo la tempesta economica sta per abbattersi su di lui quella politico-giudiziaria. "Prima si diceva che i mercati crollavano perché Tremonti minacciava di dimettersi. Ora si afferma che i mercati vanno giù perché Tremonti minaccia di restare", sintetizza un deputato della maggioranza. "Su Tremonti noi del Pd non abbiamo detto una parola per senso di responsabilità. Ma ora bisognerà prendere posizione", avverte Orlando. Angosciante lo spettacolo che arriva dall'inchiesta di Napoli: il potente ministro dell'Economia racconta ai pm di un tentativo di intimidazione ai suoi danni organizzato all'interno della maggioranza e del governo ("Dissi a Berlusconi di essere refrattario al metodo Boffo"), descrive la trama di un complotto ai suoi danni che parte dal Pdl e da Palazzo Chigi. Mentre nel gruppo parlamentare azzurro già calcolano a decine i colleghi pronti a votare per l'arresto di Milanese quando la richiesta arriverà in aula.




    fonte
    http://espresso.repubblica.it/dettaglio/manovra-ok-silvio-ko/2156344/24

    TUTTI CONTRO QUESTA MANOVRA FINANZIARIA


    Dalle Regioni ai Comuni, dalle provincie ai cittadini, dai commercianti ai sindacati, dalle imprese ai consumatori tutti stanno contestando e disapprovando questa manovra finanziaria varata con così tanta fretta per dare un segnale ai mercati finanziari...e pensate un pò...le borse sono tutte in negativo e Piazza Affari ha il peggior andamento d'Europa.
    L'Italia rischia il default e il Governo Berlusconi e i suoi ministri si stanno rendendo inadeguati a gestire questa crisi, urge un Governo Tecnico di unità nazionale per prendere in mano le redini di questo Paese e risollevarlo dalle infauste sorti che l'attendono.
    Tutti si chiedono come sia possibile che i Governanti ci chiedano ulteriori sacrifici contando che il prelievo fiscale, da stime europee, è arrivato in Italia al 68% ca. contro la media europea del 55% e che vengano tagliati i servizi essenziali ma non i costi assurdi della casta politica. O i sacrifici li fanno tutti oppure no, sta di fatto che invece di tagliare i suoi costi la politica li aumenti.

    Ci serve un leader credibile, uno che raccolga dal fondo del baratro questo Paese e non parlo dei soliti noti, ci serve qualcuno estraneo alla politica che abbia serietà e senso della decenza per entrare in un'era di democrazia vera e giusta per tutti.
    Gli stessi che hanno votato il pdl ora se ne pentono, "la casta è salva, noi traditi" sono queste le parole che circolano nei loro elettori in questo momento buio del Paese o ancora tuonano frasi del tipo: "se l'Italia è il Titanic, i politici hanno già preso tutte le scialuppe".
    Insomma Berlusconi farà meglio a riflettere sul da farsi prima che tutto il Paese gli si rivolti contro, venti di rivoluzione sull'esempio spagnolo, greco, islandese e nord-africano si affacciano come uno spauracchio sul nostro Paese, staremo a vedere che succede.

     
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