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    Quel bonifico di 11 milioni di Berlusconi a Santo Domingo per la latitanza del senatore Dell'Utri

    venerdì 20 luglio 2012


    Un bonifico di 11 milioni di euro partito dal conto corrente di Silvio Berlusconi verso un conto cifrato a Santo Domingo l'8 marzo 2011, il giorno prima della sentenza definitiva in Cassazione per l'accusa di associazione mafiosa nei confronti di Marcello Dell'Utri.
    Lo stesso Dell'Utri in quei giorni si era reso irreperibile, probabilmente fuggito in un paradiso fiscale senza estradizione, come Santo Domingo, per sfuggire alla condanna di 7 anni: dalla cassazione però non arrivò la conferma ma il rinvio degli atti alla corte di appello per riesaminare il caso.
    Dell'Utri ricomparse il giorno dopo in Italia e da allora, fino a oggi, è tornato a sedersi comodamente sulla sua poltrona di rappresentante del popolo italiano al Senato della Repubblica, dove probabilmente verrà rieletto per il resto della sua vita per sfuggire ad eventuali mandati di cattura. Sempre che non arrivi qualche condanna definitiva, in tal caso ville, milioni di euro e conti cifrati l'aspettano a Santo Domingo.

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    ONORE A TE GRANDE UOMO E A TUTTI COLORO CHE SONO CADUTI PER LA PATRIA .

    giovedì 19 luglio 2012

    scritto da Danilo Calvani

    DEDICATO A BORSELLINO ..
    Da Italiano mi sento fiero di essere stato rappresentato da Gente come Borsellino , Falcone , Dalla Chiesa , Chinnici , e da tutti coloro che sono CADUTI per servire la nostra PATRIA .
    Da Italiano pero' mi sento meno fiero di essere ancora rappresenato da una classe politica Mafiosa e Criminale , vera ed unica mandante della morte di questi EROI sopra citati e della distruzione sociale del NOSTRO STATO.
    In queste riccorrenze , dove questi esseri degradanti appaiono , il solo vederli ti fa venire il VOLTASTOMACO .
    Come hanno ben fatto i familiari di Borsellino dichiarando che : NON VOGLIONO LA PRESENZA DI POLITICI ALLE LORO COMMEMORAZIONI . Come cittadino condivido pienamente questa loro scelta , anzi invito tutti gli Italiani che saranno presenti alle commemorazioni di questi EROI di : CONTESTARE E CACCIARE TUTTI QUESTI POLITICI CORROTTI E MAFIOSI DA QUESTE SOLENNI COMMEMORAZIONI .
    Ci auguriamo altresi , che presto a commerorare tutti questi CADUTI siano cittadini per bene , onesti , leali, insomma cittadini che hanno tutte le carte in regola per poter rappresentare e onorare sia il Popolo , sia questi CADUTI EOROICI ...
    In poche parole non vediamo l'ora che "Gente come Napolitano , Casini , Fini , Bersani , ecc , ecc,.....SPARISCANO DEFINITIVAMENTE DALLA NOSTRA VISTA ....Appena ciò avverrà , anche questo sarà motivo di GRANDE FESTA !!!
    W L'ITALIA ....CHE DIO LA BENIDICA !!!

    Danilo Calvani

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    Napolitano, tra segreti e conflitto ad personam


    Il ventennale della strage di Via D’Amelio, dopo i giorni delle accuse, degli attacchi, delle delegittimazioni istituzionali ai magistrati di Palermo che conducono l’inchiesta sulla trattativa Stato-Cosa Nostra, non poteva essere “celebrato” in modo più inimmaginabile: e cioè con il decreto sul conflitto di attribuzione stilato da Napolitano nei confronti della procura palermitana.

    Secondo il ministro della Giustizia Paola Severino, paladina dell’assoluta segretezza delle conversazioni, si tratta del percorso più lineare che poteva essere intrapreso dal Capo dello Stato e di un’occasione per chiarire ed integrare da parte della Corte Costituzionale una disciplina giuridica “lacunosa” in materia materia di intercettazioni indirette, quando a sollevare la cornetta sia un’alta carica dello Stato.

    Può darsi che sotto il profilo tecnico ed in un’ottica di giurisprudenza costituzionale sticto sensu, si tratti di un’occasione di chiarimento.

    Ma sotto il profilo politico e del rapporto, mai così compromesso tra cittadini ed istituzioni, la mossa della presidenza della Repubblica, motivata dall’intento dichiarato di tenere “la facoltà immune da qualsiasi incrinatura” nello spirito di Einaudi, suona come la rivendicazione esibita di assoluto arbitrio ed intangibilità.

    L’articolo 90 della Costituzione a cui fa riferimento esplicito (unitamente all’art.7 della legge 219 del 1989) il decreto sul conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato contro il presunto abuso della procura di Palermo, rea di non aver interrotto e/o distrutto immediatamente le intercettazioni intercorse tra Nicola Mancino ed il Quirinale, stabilisce che “Il presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione”.

    Sembrerebbe lecito e pertinente domandarsi se, accanto e parallelamente alla rete di telefonate intercorse tra il consigliere giuridico del Quirinale Loris D’Ambrosio e Nicola Mancino, tutte tese a rassicurare l’indagato per falsa testimonianza e ad attivarsi in tal senso, anche le due dirette tra l’ex ministro ed il presidente della Repubblica debbano essere considerate tra “gli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni”.

    A prescindere del fatto fondamentale che si tratta di intercettazioni “casuali ed indirette” come ha ribadito il procuratore Messineo e che i magistrati si sono attenuti alla procedura in vigore, è un delitto di lesa maestà chiedersi se nelle funzioni del capo dello Stato, tra l’altro garante della Costituzione e presidente dell’organo di autogoverno dei magistrati, rientrino le cure e gli imput per tutelare un ex ministro che da testimone stava (consapevolmente) diventando imputato per false dichiarazioni ai Pm?

    Sulla attendibilità delle dichiarazioni di Nicola Mancino si pronunceranno i magistrati; però noi comuni cittadini possiamo intanto liberamente valutare secondo il nostro buon senso se quello che va dicendo in TV o in contesti pubblici in merito alla trattativa, o come la si voglia chiamare, ha un fondamento o una parvenza di verità.

    Poche ore fa nel dibattito con Mentana su La 7 a seguito de Il Divo, Nicola Mancino ha ribadito quanto ha testimoniato a Palermo e cioè che non ha incontrato privatamente Paolo Borsellino il 1 luglio del ’92, appena insediato al Viminale, che non si sono parlati e che comunque non lo ricorda dato che non sapeva che faccia avesse il magistrato più famoso d’Italia, dopo Giovanni Falcone. E a seguire ha negato di aver mai incontrato il generale Dalla Chiesa, di “essersi sempre sentito lontano dalla Sicilia” , di aver incontrato Calogero Mannino, massimo esponente siciliano della sinistra Dc di cui Mancino faceva parte, una sola una volta in Translatantico.

    Infine, incredibile ma vero, ha citato Totò Riina come teste a discarico, contro la deposizione di Giovanni Brusca che nel processo Mori ha dichiarato che Mancino era a conoscenza del “canale aperto” dallo stesso Mori e uomini del Ros con Vito Ciancimino e delle richieste mafiose condensate nel “papello”.

    Senza fare esercizio spericolato di fantasia e di dietrologia è quantomeno possibile identificare il perimetro degli argomenti che possono aver toccato l’ex ministro ed ex potente democristiano, ora semplice cittadino imputato, ed il Capo dello Stato nei momenti più calienti dell’inchiesta in quelle telefonate top secret.

    Se come ha rivendicato Napolitano, elevando un conflitto di attribuzione con la magistratura, che non ha precedenti nella storia repubblicana (altra cosa quello con il ministro della giustizia in materia di grazia risolto con sentenza costituzionale n.200/2006), il bene tutelato sarebbe quello di tenere “la facoltà immune da qualsiasi incrinatura”, la strada maestra era quella di lasciar “piangere il telefono” o in subordine di dare in qualche modo conto ai cittadini del contenuto di quelle conversazioni.

    Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/17/napolitano-tra-segreti-e-conflitto-ad-personam/295586/


    Ndrangheta, studente-boss dà 9 esami in 42 giorni in Architettura

    martedì 17 luglio 2012

    All'Università di Reggio Calabria il figlio di un boss della Ndrangheta si comportava da padrone assoluto, arrivando a dare 9 esami in 41 giorni. Oggi è stato arrestato per associazione per delinquere di stampo mafioso.



    Riuscire a superare all'Università 9 esami in 41 giorni è un’impresa degna di un novello Albert Einstein. E’ invece cronaca, delle più sporche. Antonio Pelle, figlio di un pericoloso boss della Ndrangheta, era un vero e proprio ‘VIP” alla Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Reggio Calabria. Grazie alle amicizie con il personale del corpo docente, amministrativo e studentesco aveva complessivamente sostenuto 22 esami, tra cui tre Laboratori strutturati in 8 diversi moduli. Il giovane, nel bimestre giugno/luglio 2009 sarebbe riuscito a superare ben 9 esami in soli 41 giorni "Pelle Antonio" – è scritto nelle carte d'indagine - "vantava molte conoscenze all'interno del corpo docenti della Facoltà di Architettura ed era in possesso dei numeri di cellulare aziendali e privati di alcuni professori che era solito contattare per ottenere informazioni o chiedere cortesie".

    Un docente ha fatto mettere a verbale che "All'interno della Facoltà si parlava di Pelle Antonio come uno studente di "livello meno che mediocre" ed in possesso di "un cognome legato alla 'ndrangheta" Tutti, insomma, avevano rispetto o paura del giovane Pelle. Anche, perché, riferiranno le persone ascoltate “i ragazzi con cognomi importanti come Pelle, Strangio o Nirta, se presi per il verso sbagliato, tentano di distruggere l'immagine del docente e rovinano il clima di un intero corso". Pelle, quindi, si comportava come il padrone dell'intera area universitaria: "Un giorno" – racconta uno dei docenti - ho visto una macchina di grossa cilindrata dalla quale era sceso Pelle ed altri individui dall'aspetto non molto raccomandabile; la macchina in questione parcheggiò davanti al portone dell'ingresso principale della Facoltà, posto dove nessuno ha il permesso di parcheggiare, poggiando le ruote addirittura sul marciapiede e disturbando l'ingresso anche dei pedoni". Oggi il giovane Pelle è finito in carcere per il il reato più grave e temuto: l'associazione a delinquere di stampo mafioso.

    Chissà cosa penserà, leggendo questa notizia, la mamma di Lucia, la neolaureata di Cosenza che si è suicidata nei mesi scorsi perchà non riusciva a trovare un lavoro consono al percorso di studi fatti oppure Azzurra, la ragazza che per un anno ha cercato inutilmente lavoro a Catanzaro. Una società civile e avanzata avrebbe impedito a certi soggetti di avere spianato il percorso di studi solo perchè figli di boss mafiosi, come se questo fosse titolo di merito che darebbe diritto a privilegi e vantaggi. Invece si è consentito a questi soggetti di fare i padroni all'Università con buona pace di tutti i discorsi retorici sul fatto che esse debbano essere i luoghi dove si deve formare la classe dirigente di un Paese. Questa vicenda è indice del livello del sudiciume morale a cui si è arrivati in questo Paese, il quale non ha più la forza di indignarsi e si appassiona a seguire le vicende di calciatori e ragazze svestite, mentre tutto va a rotoli.

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    Ecco i 334 boss graziati durante la trattativa Stato-Mafia dopo le stragi del '92

    mercoledì 4 luglio 2012

    La lista dei 334 cui l’allora Guardasigilli Conso revocò il 41bis e gli fece la grazia di passare a un regime carcerario più morbido, parla chiaro. Non tanto per alcuni nomi di boss di rango che figurano qua e là, in un mare magnum che però - da Adelfio Francesco da Palermo a Zito Vincenzo da Fiumara, da Aquilino Paolo da Montebello Jonico (Reggio Calabria), passando pure per l’algerino Hamoul Mohamed e dallo slavo Haziri Fazli- è fatto anche di ’ndranghetisti, boss della camorra, colombiani e criminali vari.
    Ma soprattutto per i nomi di due personaggi, ormai defunti, e che pure fanno parte integrante della presunta trattativa: Vito Ciancimino, l’ex sindaco boss di Palermo che secondo i pm sarebbe stato il tramite della prima fase della trattativa, quella avviatasostengono - a cavallo delle stragi; e Luigi Ilardo, nei primi anni ’90 rappresentante della famiglia mafiosa di Caltanissetta, cugino e braccio destro del boss nisseno Piddu Madonia e che però, scarcerato nel 1994, iniziò a collaborare col Ros,fece l’infiltrato nel tentativo di portare alla cattura di Bernardo Provenzano e che poi, scoperto, fu ucciso dalla mafia, nel 1996.
    Insomma, mentre polizia e magistratura acciuffavano i boss, sequestrando loro i beni e spedendoli al carcere duro senza se e senza ma, la politica li trattava coi guanti bianchi. Ciancimino e Ilardo non sono le sole sorprese contenute nei prospetti riepilogativi sull’andamento del 41 bis in quegli anni trasmessi alla procura di Palermo nel gennaio del 2011 dall’allora direttore del Dap Franco Ionta e agli atti dell’inchiesta palermitana. Spulciando i nomi dei «graziati» dal ministro se ne scoprono delle belle.
    Sì, ci sono esponenti di spicco del gotha mafioso dell’epoca come il capomandamento di San Mauro Castelverde Giuseppe Farinella o Giuseppe Gaeta, capo della famiglia mafiosa di Termini Imerese, o ancora il vecchissimo - classe 1917- Nenè Geraci, il capomafia di Partinico (Palermo). Ma ci sono pure personaggi che i galloni di boss li conquisteranno molto dopo, come Vito Vitale, futuro capo di Partinico. Non solo. Un’altra anomalia che salta all’occhio è la presenza di cognomi della vecchia mafia, quella che aveva perso la guerra con i corleonesi guidati da Riina e Provenzano. Come Inzerillo o i due Alberti, Gerlando senior e Gerlando junior, coinvolto il primo nei principali fatti di mafia degli anni ’60 e il secondo nell’uccisione a soli 17 anni, nel 1985, di Graziella Campagna. Colpisce, poi, la presenza di personaggi di rilievo marginale o che persino nulla hanno a che fare con Cosa nostra, come narcotrafficanti colombiani, o esponenti di ’ndrangheta e camorra. Persino Renato Vallanzasca, di cui tutto si può dire meno che sia un capomafia, all’epoca beneficò del mancato rinnovo del carcere duro.
    Perché questo strano mix? Non possono non tornare alla mente le intercettazioni sono venute fuori in questi giorni- le preoccupazioni dell’ex ministro dell’Interno, Nicola Mancino, e del consigliere del Quirinale Loris D’Ambrosio,che al telefono parlano del suicidio in carcere, nell’agosto del ’93,di Antonino Gioè. E non può non tornare alla mente un altro fatto di quel terribile 1993: la lettera che a febbraio i parenti dei detenuti sottoposti al 41 bis nelle carceri speciali di Pianosa e dell’Asinara inviarono al presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Una lettera aspra, dai toni minacciosi, in cui i familiari intimavano al Colle di prendere le distanze dagli «squadristi agli ordini del dittatore Amato ».
    Quel Niccolò Amato,all’epoca alla guida del Dap, che pochi mesi dopo sarebbe stato silurato e sostituito col più morbido Adalberto Capriotti, indicato - Scalfaro sentito dai pm di Palermo ha detto di non ricordare, ma lo smentisce il suo ex segretario Gaetano Gifuni- dal Quirinale. Poi Conso fece il resto, con il mancato rinnovo del carcere duro per 334 reclusi. E le bombe si fermarono.

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    NUOVI ARRESTI PER VIA D'AMELIO: BORSELLINO ERA UN OSTACOLO

    giovedì 8 marzo 2012

    All’alba di oggi sono state notificate quattro nuove ordinanze di custodia cautelare nei confronti dei nuovi indagati per la strage di via d’Amelio in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e i 5 agenti di scorta. Il provvedimento è scattato per il boss palermitano Salvino Madonia, per Vittorio Tutino e Salvatore Vitale, quest’ultimo agli arresti domiciliari in una struttura ospedaliera, e per l’ex-collaboratore di giustizia catanese Calogero Pulci, arrestato in provincia di Pescara. Rimane invece indagato a piede libero il meccanico palermitano Maurizio Costa per il quale il Gip del tribunale nisseno ha rigettato la richiesta di carcerazione avanzata dalla Procura diretta da Sergio Lari.Fonti investigative aggiungono che nel corso delle operazioni è stato sequestrato “materiale documentale molto interessante”.



    Di Nicola Biondo per l'UnitàDiversi i capi di imputazione per i cinque indagati: a Madonia si contesta il reato di concorso in strage con finalità di terrorismo per avere partecipato ad una riunione della Cupola tra il novembre e il dicembre del 1991 nel corso della quale si decisero le stragi avvenute l’anno successivo. Stesso reato per Tutino e Vitale: il primo avrebbe rubato con il pentito e testimone chiave della nuova inchiesta Gaspare Spatuzza, l’auto usata per la strage approntando il congegno collegato all’esplosivo, mentre Vitale - che abitava in un appartamento di via D’amelio - avrebbe facilitato la collocazione dell’autobomba e fornito informazioni sulle abitudini del giudice, che in quella via si recava spesso per visitare la madre.

    Il meccanico Costa - che secondo Spatuzza avrebbe riparato l’auto usata per la strage ma senza sapere a cosa doveva servire - è accusato di favoreggiamento aggravato. Per i magistrati avrebbe comunicato ad esponenti del clan Graviano particolari delle indagini in corso poche ore dopo essere stato interrogato il 10 marzo 2009, in seguito alla chiamata in correità fatta da Spatuzza.

    Le intercettazioni ambientali effettuate su Costa non sono state ritenute sufficienti dal Gip per autorizzarne l’arresto.

    Arresto scattato invece per l’ex-collaboratore di giustizia Calogero Pulci per il reato di calunnia aggravata. Pulci, nonostante le nuove indagini, avrebbe continuato a sostenere la partecipazione alla strage di Gaetano Murana, scarcerato 5 mesi fa dopo essere stato condannato all’ergastolo sulla bade della falsa ricostruzione operata dal falso pentito Vincenzo Scarantino.

    L’inchiesta sulla morte di Paolo Borsellino è stata riaperta nel 2008 grazie alle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza a cui si è aggiunto nella primavera scorsa il contributo di un nuovo collaboratore, Fabio Tranchina. La ricostruzione della strage compiuta da Spatuzza ha trovato molteplici conferme nelle indagini condotte dalla Dia di Caltanissetta portando lo scorso ottobre alla clamorosa scarcerazione di sette persone condannate all’ergastolo. Condanne che portano la firma di un nucleo d’elite della polizia diretto dal questore Arnaldo La Barbera, deceduto pochi anni fa, che tarò le indagini sul racconto di due falsi pentiti Vincenzo Scarantino e Salvatore Candura, attualmente indagati per calunnia. Alle 11 di oggi è stata convocata dai vertici della Procura una conferenza stampa a cui parteciperà il Procuratore nazionale antimafia Piero Grasso.


    http://www.unita.it/italia/via-d-amelio-4-nuovi-arresti-br-borsellino-era-un-ostacolo-1.389397

    TAV,IMPOSIMATO:"FALCONE E BORSELLINO UCCISI DURANTE INCHIESTE APPALTI TAV"

    venerdì 2 marzo 2012

    Parla l’ex giudice Imposimato: “La mia inchiesta sulla Tav, commissionata dal presidente della Commissione antimafia , non è mai stata discussa dalla commissione stessa”.


    Piemonte, ultime news Torino – UnoNotizie.it – Lo leggo spesso il magistrato Imposimato, attraverso quel fiume poliedrico di Facebook, come leggo in questi giorni le notizie NO TAV, di cui ho costantemente scritto nel tempo, non potendo esserci davvero sul posto con loro. Girava stanotte una foto di Luca Abbà e le sue parole, lui che è ancora in precarie condizioni di vita: “Per chi non mi conosce sappiate che io abito da 10 anni in una borgata dell’alta valle Susa, nella casa dove nacque mio padre e dove hanno vissuto fino alla morte i miei nonni, sono coltivatore diretto da anni e vivo del reddito che mi fornisce la Terra tramite i suoi prodotti, faccio anche saltuari servizi di giardinaggio e il tempo che dedico (volentieri) alla lotta No Tav lo ritaglio tra il lavoro e le mille faccende della vita di campagna. L’amore per la Terra e per questa valle mi spinge a difenderla fino in fondo dalle mani avide degli speculatori; invito Esposito (“uno del pd”) questa estate a farsi una giornata di lavoro con me al mio ritmo e con i miei orari, voglio vedere se riesce ad arrivare sano a fine serata! Chi mi ha visto lavorare sa cosa intendo”.

    E tra le tante note e riporti di Facebook è ritornato anche il libro che scrisse Ferdinando Imposimato nel 1999, Corruzione ad Alta Velocità, coadiuvato da Giuseppe Pisauro e Sandro Provvisionato: “sono Ferdinando Imposimato, ex Senatore che ha fatto parte della Commissione parlamentare antimafia e fin dal 1992 mi sono occupato dall’alta velocità. Sono nettamente contrario all’alta velocità in Val di Susa, perché ritengo che in quella zona si riprodurrebbe se dovesse essere realizzata, la stessa situazione che io ho riscontrato insieme a diversi altri collaboratori nel centro e nel sud e nel nord dell’Italia, cioè arricchimento, tangenti, distruzione dell’ambiente e vantaggi minimi…”
    Torna alla ribalta quel documento agghiacciante che nella scheda NO TAV Torino così presenta: “Ci vogliono una certa dose di coraggio ed uno stomaco robusto per leggere “Corruzione ad Alta Velocità – Viaggio nel Governo invisibile”. Ma è un’occasione per guardare in faccia la realtà.” Lo scandalo del TAV è l’emblema della degenerazione globale del sistema politico; esso ha coinvolto maggioranza ed opposizione in egual misura. Dopo Tangentopoli non è scaturita una Repubblica rinnovata, ma una riedizione peggiore del vecchio sistema di potere. Si è organicamente strutturata l’alleanza tra ceto politico e forze dominanti del potere economico delle grandi imprese sia private che pubbliche….”

    É questo, in sostanza, l’approdo del viaggio costituito dal libro. É il risultato di una rigorosa inchiesta, condotta con grande professionalità dagli autori, una ricerca della verità che seguendo il filo delle vicende legate al TAV attraversa gli anni ’90 della storia italiana. É lo sviluppo di una specie di trama gialla in cui via via vengono scoperte tessere che restituiscono un mosaico di insieme sempre più inquietante: ad ogni capitolo crescono gli intrecci e le dimensioni del groviglio di interessi che si nasconde dietro la Grande Opera, ma solo alla fine si capisce pienamente la ragione per cui l’Alta Velocità abbia tanti sostenitori tra gli imprenditori ed i politici “di rango” di questi anni 2000.

    Ferdinando Imposimato, ex giudice, è il tenace conduttore dell’indagine che nasce nel 1995 in seno alla Commissione Antimafia per scoprire le infiltrazioni della criminalità organizzata in Campania, ma che presto si allarga a livello nazionale coinvolgendo noti imprenditori pubblici e privati, politici con incarichi istituzionali ai massimi livelli, magistrati di grande fama che operano coperture e depistaggi compiacenti.”

    E ancora, Il giudice Imposimato choc: “Falcone e Borsellino uccisi per le inchieste sugli appalti pubblici e la Tav” “La mia inchiesta sulla Tav, commissionata dal presidente della Commissione antimafia , non è mai stata discussa dalla commissione stessa”. E’ quanto afferma ai microfoni di “Ho scelto Manà” il giudice Ferdinando Imposimato, autore di ‘Corruzione ad alta velocità. Viaggio nel governo invisibile’ (ed. Koiné Nuove Edizioni; pp. 191; € 14,50), un libro inchiesta sulla grande opera dell’alta velocità.

    “Quando nel 1992 stava prendendo avvio la Tav, – dice – mi accorsi che quest’opera pubblica era accompagnata da bombe e attentati contro le imprese che si trovavano lungo la tratta. Essendo allora membro della Commissione antimafia, decisi di fare un’inchiesta perché mi resi conto che nell’opera confluiva anche la malavita organizzata al fine di lucrare somme ingenti attraverso la moltiplicazione dei costi. E’ venuto fuori che nella Tav partecipavano politici corrotti e imprese della mafia”. Il costo dell’opera, come venne fuori nei vari processi di tangentopoli, che partiva da 29mila miliardi di lire, avrebbe dovuto raggiungere la somma di 300mila miliardi.

    “La cifra – continua Imposimato – serviva per coprire le ‘mazzette’ alla mafia e ai politici. Inoltre, la linea Tav è strettamente connessa con la morte di Falcone e Borsellino, i quali, parallelamente a me, avevano riscontrato le stesse ‘anomalie’ nel progetto Tav”. Tornando indietro cronologicamente, gli omicidi dei due giudici siciliani avvennero nel 1993, circa un anno dopo l’avvio del progetto della Tav. “Nonostante vi siano documentazioni delle connessioni con le mafie e con la corruzione politica, – conclude – la mia relazione non è mai stata discussa nella Commissione antimafia perché dopo due anni venne sciolto il Parlamento, a mio avviso, proprio per la mia inchiesta. Non potendo votare a favore per un’alta velocità imperniata sulla corruzione, la mia relazione non è stata mai più discussa. Tutto questo è di una gravità inaudita in quanto un’inchiesta fatta da un relatore su incarico del presidente della Commissione antimafia, non è mai stata presa in considerazione dalla Commissione antimafia”.

    Ci tenevo a far conoscere il più possibile anche questa voce, che certo non è anonima e forse molti avrebbero il gran desiderio di vedere spenta. Ma a noi piace piace il sole la luna e le stelle e la Terra da difendere, chi è Umano: Geografie …Sarà Orgoglio pennuto? Può darsi. Ah sarà dura.

    Doriana Goracci

    FONTE

    LA N'DRANGHETA IN VAL DI SUSA:DIETRO ALLE MINACCE AI MANIFESTANTI LA MAFIA CALABRESE..

    Il Piemonte è in mano ai clan calabresi. Rocco Varacalli, pentito di 'ndrangheta, ha ben descritto gli intrecci politica-mafia nel torinese: "Il patto si fa prima: a loro i voti a noi i cantieri". Chi c'è dietro la Tav? E chi si nasconde dietro le minacce ai manifestanti?
    Quella in corso in Val di Susa non è la classica protesta di un gruppo di ambientalisti contro i signori del cemento. Quelle proteste che durano il tempo di una stagione e poi si dimenticano. Quella in corso è una guerra lunga vent'anni. La guerra di un popolo disposto a tutto pur di difendere la sua terra. Una guerra senza respiro che va dal traliccio di Luca Abbà fino al bar di Chianocco, teatro di un raid notturno della polizia.
    Ma in tutta questa storia fatta di racconti tremendi, di sangue e provocazioni stupide, si corre il rischio di rimanere intrappolati nel fango della partigianeria, dimenticando uno dei problemi cardine del nostro Paese: le organizzazioni criminali.
    In Piemonte comanda la 'ndrangheta. Ce lo ha confermato l'inchiesta "Minotauro" coi suoi 142 arresti. Gli intrecci fra 'ndrine e politica emersi in Piemonte fanno impallidire.
    La 'ndrangheta ha votato Fassino sindaco, alle primarie di Torino, almeno secondo alcune intercettazioni. I clan calabresi hanno uomini nei consigli comunali, spesso esprimono assessorati e addirittura sindaci.
    Sulla presenza della 'ndrangheta in Piemonte c'è una testimonianza importante. E' quella di Rocco Varacalli, uno dei rarissimi pentiti calabresi che proprio in Piemonte, da affiliato a un clan, prendeva appalti e costruiva palazzi e centri commerciali.
    Quello che dice Varacalli alle telecamere di Presadiretta è interessante: «La 'ndrangheta ha bisogno della politica e i politici hanno bisogno della 'ndrangheta. Il patto si fa prima: a loro i voti a noi i cantieri». Un patto che dà alla Santa un canale preferenziale negli appalti: «Olimpiadi 2006, alta velocità... tutti i lavori pubblici del Piemonte li fa la 'ndrangheta».

    La Tav è un'opera da 22 miliardi di euro. L'approvazione bipartisan che la politica sta offrendo sull'alta velocità Torino-Lione è un caso rarissimo, nel contesto litigioso della Seconda Repubblica. Cosa hanno promesso i partiti alla 'ndrangheta?
    Nelle ultime ore in Val di Susa hanno bruciato le auto di alcuni manifestanti. Davvero vogliamo essere così miopi e ingenui da pensare che siano stati incendi accesi dagli stessi No Tav o dalla polizia? E a che scopo?
    E davvero vogliamo far finta di non capire il contenuto della lettera recapitata a Perino, leader No Tav? E' scritto: «Brutto figlio di puttana, le stalle che abbiamo bruciato erano solo un avvertimento. Ora passeremo ai cristiani: vi veniamo a prendere mentre dormite, vi scanniamo come maiali e vi squagliamo nell'acido». Chi l'ha scritta? Perché i giornali non ne parlano?
    Luca Mercalli, valsusino e climatologo, da anni porta avanti la tesi dell'inutilità della Tav. Pochi giorni fa su Cadoinpiedi ha scritto: "Se mi si dimostra che l'opera serve veramente vado a inaugurarla di persona!".
    Ovviamente non gli ha risposto nessuno.

    FONTE

    IL CAMORRISTA COSENTINO SU RADIO PADANIA:MONTA LA PROTESTA DEGLI ASCOLTATORI (VIDEO)

    venerdì 13 gennaio 2012

    La Lega vomita sul sud eppoi appoggia e vota a favora di Cosentino.E la base della lega che fa?Che dice?E' come il Sud,non è capace di mandare a casa la sua dirigenza.E visto i suoi continui proclami è anche peggio..Cari amici di Free Italy ogni popolo è paese e la politica è il più qualunquista dei paesi..Tutti pronti a strillare,ma quando c'è da difendere l'interesse comune tutti uniti...E ora godetevi il video ripreso direttamente da Repubblica Tv



    BANCA POPOLARE MILANO,INDAGATO MASSIMO PONZELLINI: SOSPETTI SU UN FINANZIAMENTO DA 148 MILIONI DI EURO

    lunedì 31 ottobre 2011

    Ostacolo alle Autorità di vigilanza. Con quest'accusa i pm hanno indagato Massimo Ponzellini, presidente dal 2009 della Banca Popolare di Milano. Al centro delle indagini è finito il finanziamento da 148 milioni di euro alla società Atlantis/BetPlus, attiva nei giochi d'azzardo, con sede nelle Antille olandesi e facente capo a Francesco Corallo, figlio di Gaetano, condannato per reati di criminalità organizzata, e legato al clan di Nitto Santa Paola


    Il presidente di Banca popolare di Milano Massimo Ponzellini Ostacolo alle Autorità di vigilanza. Con quest’accusa i pm Roberto Pellicano e Mauro Clerici hanno indagato Massimo Ponzellini, presidente dal 2009 della Banca Popolare di Milano (Bpm), l’istituto da mesi al centro di un’aspra lotta tra sindacati e correnti interne.Il procedimento, come rivela oggi La Repubblica, ha preso spunto dal rapporto ispettivo di Banca d’Italia, che secondo i pubblici ministeri, avrebbe portando all’emersione di un grave fenomeno associativo “coltivato all’interno delle strutture della Bpm”. Sullo sfondo, l’ombra della criminalità organizzata.

    Al centro delle indagini è finito il finanziamento da 148 milioni di euro alla societàAtlantis/BetPlus, attiva nei giochi d’azzardo, “un finanziamento che – scrivono i pm in un decreto di sequestro – appare incomprensibile, sia secondo i canoni di buona amministrazione sia, più gravemente, secondo le regole della disciplina in materia di riciclaggio”. La Atlantis, vincitrice di una gara d’appalto con l’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato (Aams) diretta daAntonio Tagliaferri, avrebbe ricevuto un prestito dalla banca di Ponzellini. Ma questa società, risalendo la catena di controllo, farebbe capo attraverso una società offshore con sede a Saint Lucia (Antille Olandesi) a Francesco Corallo, figlio di Gaetano, condannato per reati di criminalità organizzata, e legato al clan di Nitto Santa Paola. Nell’ottobre 2010 Il Fatto Quotidiano aveva chiesto al direttore dei giochi dell’Aams Tagliaferri se dietro alla Atlantis ci fosse realmente Corallo jr. Il dirigente che da anni si occupa del settore dominato da Atlantis World e Betplus e che a gennaio 2011 è stato nuovamente confermato – aveva ammesso: “Non so chi sia la persona fisica che sta dietro la ex Atlantis World”. Tagliaferri sosteneva infatti di avere interessato inutilmente la Prefettura di Roma al riguardo: “Abbiamo chiesto più volte se la società Atlantis World fosse in regola con i requisiti dellalegislazione antimafia e ci hanno sempre risposto di sì. La legislazione non ci attribuisce altri poteri”. Ora, secondo i magistrati si apre un nuovo fronte di indagine: i ricavi della Atlantis, infatti, finirebbero fuori dall’Italia, senza saperne la destinazione.

    A rivelare le anomalie nei finanziamenti, la consulenza tecnica del pubblico ministero resa nota da La Repubblica: “Secondo quanto informalmente appreso in azienda, la relazione è stata introdotta dal Presidente in quanto diretto conoscente dell’amministratore delegato, presso la filiale di Bpm di Roma il cui responsabile era allora il dottor Lucca (attuale responsabile della direzione concessione crediti)”. Sempre secondo la consulenza, alcuni consiglieri avrebbero espresso ampi dubbi sull’affidabilità del socio di controllo. Per questo, la pratica avrebbe avuto un iter particolarmente contrastato anche se, scrivono i tecnici, “sarebbe stata poi approvata anche sulla base della forte sponsorizzazione del Presidente (Ponzellini, ndr) oltre che per alcuni approfondimenti condotti circa la sussistenza dei requisiti richiesti per ottenere la concessione governativa”.

    La Guardia di finanza ha perquisito gli uffici di Roma dell’Aams di Tagliaferri per capire i legami di quest’ultima con il gruppo Atlantis e fugare i dubbi emersi anche su un aumento di una fideiussione in occasione della quale non sarebbero stati verificati i requisiti della società, primo fra tutti la necessità che la società per ottenere le concessioni sui giochi d’azzardo dalla Stato italiano non avesse sede in Paesi a fiscalità agevolata. Anche perché il direttore generale di Aams, Raffaele Ferrara, è presidente dell’Organismo di Vigilanza della Bpm.

    Salgono così a due i grandi manager italiani di banca messi sotto inchiesta dalla magistratura. Lo scorso 17 ottobre è stata infatti la volta di Alessandro Profumo accusato dal procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo di aver ideato, gestito e condotto una colossale operazione finanziaria – nel periodo in cui Profumo era amministratore delegato di Unicredit – al fine di frodare il fisco per un valore totale di 245 milioni di euro.


    FONTE

    GIUDICE DIMENTICA DI SCRIVERE LE MOTIVAZIONI DELLA CONDANNA:9 MAFIOSI LIBERI

    sabato 15 ottobre 2011

    Il giudice dimentica di depositare le motivazioni della condanna:fuori i baby-boss della malavita."Mole di lavoro troppo grossa".Nitto Palma manda gli ispettori

    Arrestati, processati e condannati, ma scarcerati perchè lo stesso Gip di Catania che ha emesso la sentenza non ha depositato nei tempi previsti dalla legge le motivazioni, facendo così scadere la decorrenza dei termini che ha aperto loro le porte del carcere. Una «dimenticanza» che ha fatto scattare i primi passi ispettivi del ministro della Giustizia, Nitto Palma, anche se il Gip ammette le proprie responsabilità, citando a discolpa i carichi di lavoro.Al centro della vicenda un gruppo di giovani emergenti della malavita etnea che tentava di farsi spazio a Adrano ipotizzando anche un presunto attentato in piazza contro il boss locale. Il clan era stato sgominato, grazie a intercettazioni, e dopo l’arresto c’era stato il processo, con il rito abbreviato, celebrato davanti al Gup di Catania, Alfredo Gari. La sentenza di condanna di primo grado - pene comprese tra 3 anni e 4 mesi e 8 anni e otto mesi, per mafia, un’estorsione e detenzione di armi - è stata emessa il 21 giugno 2010. Ma al dispositivo letto in aula non ha fatto seguito, nei termini di legge, il deposito della sentenza da parte del giudice. Con la conseguente scarcerazione degli imputati. Nei confronti dei nove, su richiesta della Procura, lo stesso Gip ha disposto l’obbligo di dimora a Adrano e per alcuni anche quello di firma due volte al giorno in uffici di polizia giudiziaria.
    «La scarcerazione di questi imputati - ammette Gari, 70 anni, presidente aggiunto dei Gip di Catania - è da addebitare a una mia mancanza. E mi brucia moltissimo. Ma c’è un problema di sostenibilità di lavoro, miracoli non ne possiamo fare e io alterno disperazione a serenità assoluta. È stata una defaillance, ma la prima in quarant’anni di carriera». «L’organico dei gip è all’osso - aggiunge Gari, che è il Gip dell’inchiesta Iblis - stasera c’è il saluto di tre cancellieri che vanno in pensione e non saranno sostituiti. La mole di lavoro è enorme, siamo pochi e il tempo corre. Ho quasi 70 anni e non riesco più a fare sempre nottate come un tempo, ma la mia carriera è sotto gli occhi di tutti e sono sempre stato una garanzia di terzietà. L’unico timore che ho - sottolinea il Gip - è che questo incidente possa delegittimare la sezione, per me non ho alcunchè da temere».
    Intanto il Guardasigilli, Francesco Nitto Palma, ha attivato l’ispettorato generale del ministero della Giustizia per chiedere informazioni preliminari al presidente della Corte d’appello di Catania, tramite la Procura generale di Catania, per «verificare i motivi che hanno portato alla scarcerazione dei nove imputati, per i quali il ritardo nel deposito delle motivazioni della sentenza ha provocato la decorrenza dei termini di custodia cautelare».

    Passaparola,Lega di mafia e di governo. (Marco Tavaglio,Video)

    lunedì 26 settembre 2011

    Un Marco Travaglio pungente e geniale come al solito ci racconta chi è Saverio Romano,il ministro col numero di telefono nelle tasche di Provenzano.Ricordi,testimonianze,intercettazioni,mafiosi e amici illustri: Cuffaro e Mastella.Ne vedremo delle belle nella nuova puntata di Passaparola.

    PROVENZANO E QUEL PIZZINO COL NUMERO DI TELEFONO DEL MINISTRO ROMANO

    domenica 25 settembre 2011

    Il Ministro Saverio Romano è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, in settimana potrebbe essere sfiduciato, e per difendersi ha deciso di dare alle stampe un libro, "La mafia addosso", che sta regalando a tutti i rappresentanti della Camera dei Deputati. Nel frattempo le indagini proseguono, e dalle carte è spuntato questo biglietto, ritrovato nelle tasche di un boss di Cosa Nostra.
    Il boss agrigentino Alberto Provenzano aveva annotato due numeri di telefono di Saverio Romano dietro un biglietto di "Pronto pizza - servizio a domicilio": il giorno che l'arrestarono, durante un summit fra i capi delle famiglie della provincia, quel biglietto gli fu trovato nel portafoglio. Era il 2 agosto 2002. L'avvocato Saverio Romano era alla Camera dei deputati ormai da un anno (...) perché un capomafia (fino al 2002 un perfetto insospettabile) teneva nel portafoglio i numeri di cellulare e di studio di un avvocato-deputato? Con questa domanda inizia l'atto d'accusa del gip di Palermo Giuliano Castiglia.




    FONTI

    COSA HANNO A CHE FARE BERLUSCONI E DELL'UTRI CON LA MAFIA?

    martedì 20 settembre 2011

    Mentre si continua a parlare delle signorine che negli ultimi anni hanno fatto compagnia al nostro Presidente del Consiglio che presiede un governo con valori cristiani, come lui stesso ha detto il 24 dicembre 2009, nessuno parla di una notizia che in un paese normale quale non è il nostro avrebbe una certa importanza. Il 17 settembre l'ANSA ha riportato:«Il processo per la strage di via D'Amelio, in cui morirono Paolo Borsellino e cinque uomini della scorta, si rifarà almeno per sette degli imputati che stanno scontando l'ergastolo pur essendo estranei all'attentato. E di pari passo si svilupperà un altro filone giudiziario, l'ennesimo, per fare luce sul ''colossale depistaggio'' - cosi' lo ha definito il procuratore Sergio Lari - costruito dagli apparati investigativi deviati sulle dichiarazioni di Vincenzo Scarantino. Le sue rivelazioni pilotate sono praticamente crollate di fronte all'altra verità raccontata da Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina, due collaboratori ben più informati e attendibili del ''picciotto'' della Guadagna. Se non altro perché si sono autoaccusati di avere partecipato alla fase preparatoria della strage organizzata da Giuseppe Graviano, boss di Brancaccio». Di tutto questo naturalmente non si è parlato nei vari telegiornali di regime che occupano l'etere televisivo. Ma qual'è l'altra verità raccontata da Gaspare Spatuzza? Chiaramente non possiamo sapere cosa abbia detto ai pm negli ultimi interrogatori, ma cosa ha detto in passato invece lo possiamo ricordare benissimo. Nel dicembre del 2009 affermò: "Graviano(Giuseppe Graviano, boss di cosa nostra negli anni novanta. NDA) mi disse che avevamo ottenuto tutto quello e questo grazie alla serietà di quelle persone che avevano portato avanti questa storia, che non erano come quei quattro 'crasti' socialisti che avevano preso i voti dell'88 e '89 e poi ci avevano fatto la guerra. Mi vengono fatti i nomi di due soggetti: di Berlusconi, Graviano mi disse che era quello del Canale 5''. Riguardo l'altro soggetto:''C'è di mezzo un nostro compaesano, Dell'Utri'', ha detto Spatuzza, citando Graviano. ''Grazie alla serietà di queste persone ci avevano messo praticamente il Paese nelle mani''. Non è un giudice comunista a parlare, ma un mafioso pentito. Le accuse sono pesantissime. Cosa nostra avrebbe ottenuto qualcosa(“ tutto quello e questo”) grazie alla serietà di Berlusconi, il cui tramite con Cosa Nostra era Marcello Dell'Utri. Questi due signori, è giusto ricordarlo, sono i due fondatori di “Forza Italia”. Cosa avrebbero fatto Berlusconi e Dell'Utri per Cosa nostra? A sentire Spatuzza c'è poco da fantasticare:''Grazie alla serietà di queste persone ci avevano messo praticamente il Paese nelle mani''. Come avrebbero fatto? La risposta a questa domanda probabilmente sta nel “papello”, cioè le richieste che Cosa Nostra fece allo Stato in cambio di fermare le stragi(era appena stato ucciso il giudice Giovanni Falcone). Il papello, consegnato ai giudici da Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso Vito Ciancimino, che dice di averlo preso in una busta, in un bar di Mondello, dal medico condannatto per mafia Antonino Cinà, è composto da dodici punti: Revisione delle sentenze del maxi processo, annullamento del 41 bis, revisione della legge Rognoni-La Torre, riforma della legge sui pentiti, riconoscimento dei benefici per i condannati di mafia, arresti domiciliari dopo i 70 anni, chiusura dei super carceri, carcerazione vicino le case dei familiari, niente censura della posta familiare, esclusione delle misure di prevenzione per la famiglia, arresto con "fragranza" (nel papello è scritto così) di reato, levare tasse carburanti come ad Aosta. Ci volle un po' prima che lo Stato decidesse cosa fare. Furono necessarie la strage di via D'Amelio nel luglio del 1992(con tutti i punti interrogativi che porta con se, c'è chi dice che la causa dell'omicidio di Borsellino e della sua scorta sta nel fatto che Borsellino sapeva della trattativa fra Stato e mafia ed era assolutamente contrario), la strage di via dei Georgofili a Firenze, di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma, di via Palestro a Milano nel 1993. Poi si organizza un attentato ai carabinieri dello stadio Olimpico. Ma per pura fortuna qualche ingranaggio non funziona. E allora Cosa Nostra decide di rinviarlo. Spatuzza a proposito delle stragi in giro per l'Italia, che sono qualcosa di insolito per la mafia che mai si era allontana dal territorio siciliano, dice:"Dopo le stragi di Capaci e Via d'Amelio abbiamo gioito, perché Falcone e Borsellino erano nostri nemici; mentre i morti di Firenze e Milano non ci appartenevano. Quando rappresentai a Giuseppe Graviano questa mia debolezza, lui mi rispose: 'E' bene che ci portiamo un po' di morti dietro, così chi si deve muovere si dia una smossa. Graviano mi disse che dovevamo uccidere un bel po' di carabinieri e organizzammo l'attentato, all'Olimpico di Roma". Chi è che si deve muovere? E a fare cosa? Intanto si organizza per la fine del 1993 l'attentato ai carabinieri in servizio allo Stadio Olimpico. Ma Cosa Nostra all'ultimo momento lo revoca. Non serve più. Da quel momento finiscono le stragi di mafia e comincia una lunga pax mafiosa che tutt'ora non ha fine. Perché? Quello che è certo è che da lì a poco Berlusconi si candida alle elezioni politiche del 1994 con il partito che ha fondato con l'amico Marcello Dell'Utri. Cosa hanno a che fare Berlusconi e Dell'Utri con Cosa Nostra e con le stragi? Centra qualcosa la loro scesa in campo con il fatto che, secondo Cosa Nostra, gli “avevano messo praticamente il Paese nelle mani” ? Dopo tante domande, sarebbe ora di ricevere qualche risposta. 

    P.S. Proprio poche ore la pubblicazione del post, alle ore 16:27 l’ANSA batte la notizia che « “Bernardo Provenzano mi riferì di accordi politici con Dell’Utri, dopo le stragi del ’92-’93, che costituirono la base su cui la mafia decise di appoggiare Forza Italia”. E’ la rivelazione del pentito Stefano Lo Verso, per anni vicino a Provenzano, depositata oggi al processo per favoreggiamento aggravato al generale dei carabinieri Mario Mori. Lo Verso ha riferito che tra i benefici previsti dal presunto accordo c’era anche il mantenimento della latitanza di Provenzano. » Le accuse sono sempre più gravi. E le risposte sempre più assenti.

    Giacomo Cangi

    Camorra, ora il Pdl trema

    domenica 4 settembre 2011


    Luigi Cesaro, uomo forte di Berlusconi in Campania e re della spazzatura, è ufficialmente indagato per i suoi rapporti con la cosca dei Casalesi. Un'inchiesta che potrebbe terremotare un intero sistema di potere

    Luigi CesaroLuigi Cesaro

    Indagato per camorra: Luigi Cesaro, presidente della Provincia di Napoli, è stato iscritto nel registro degli indagati dalla Direzione distrettuale Antimafia di Napoli con l'accusa di aver avuto rapporti con il gruppo dei Casalesi capeggiato da Francesco Bidognetti per mettere le mani su un affare immobiliare da 50 milioni di euro.

    Lo riferisce l'edizione odierna de 'Il Mattino', con un articolo a firma di Rosaria Capacchione, la giornalista che da due anni vive sotto scorta per le minacce subite dai boss del clan dei Casalesi.

    A chiamare in causa il deputato vicino al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è l'avvocato Michele Santonastaso, a lungo legale degli stessi boss attualmente agli arresti.

    Le sue rivelazioni, contenute nelle oltre trecento pagine di verbale dell'interrogatorio del 25 marzo scorso, parlano di rapporti tra la camorra, la politica, le imprese e il mondo delle professioni.

    Santonastaso, in particolare, si sofferma sulle dichiarazioni di un altro pentito del clan, Luigi Guida detto O' Ndrink, che gli avrebbe parlato degli interessi comuni della famiglia Cesaro e dei Casalesi nell'affare del Pip di Lusciano, piccolo centro del casertano.

    In particolare, Cesaro avrebbe offerto a Luigi Guida, incaricato di realizzare i progetti del Pip, una percentuale maggiore per la realizzazione dei lavori di quella già presentata dall'imprenditore Emini.

    Nel settembre 2008 era stato 'L'Espresso' con un'inchiesta a firma di Gianluca Di Feo e Emiliano Fittipaldi, a parlare per primo dell'affaire sospetto e dei rapporti tra Cesaro e la mafia di Gomorra, citando le accuse dello stesso Guida e di un altro pentito Gaetano Vassallo.

    Cesaro in passato era già stato arrestato e processato per camorra. Erano i tempi della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo: il Presidente della Provincia di Napoli fu arrestato nel febbraio del 1984 e condannato un anno dopo in primo grado a 5 anni. Fu assolto in appello nel 1986, ma non senza che i giudici avanzassero dubbi e sospetti sul suo rapporto con la NCO: «Il quadro probatorio relativo alla posizione del Cesaro non può definirsi tranquillante». E ancora: «Il dubbio che l'imputato abbia, in qualche modo, reso favori ai suddetti personaggi per ingraziarseli sussiste e non è superabile dalle contrastanti risultanze processuali». Ci penserà Corrado Carnevale, passato alla storia come il giudice ammazza-sentenze, a cancellare in Cassazione tutte le accuse a Cesaro, che sarà assolto "per non aver commesso il fatto". 

    Da allora Giggino A' Purpetta, come lo chiamano a Sant'Antimo, suo paese natale, ne ha fatta di strada: con i buoni uffici dell'amico e collega di partito Nicola Cosentino, e a suon di tessere e mozzarelle fatte recapitare direttamente ad Arcore, Cesaro è riuscito prima a farsi eleggere deputato e poi a conquistare la Presidenza della Provincia della terza città d'Italia. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

    A parte le gaffe che lo hanno reso celebre, la caratteristica principale del suo mandato è stata, finora, l'inefficienza. Un esempio su tutti: i rifiuti. Luigi Cesaro avrebbe dovuto aprire una nuova discarica dove portare la monnezza di Napoli. Ha scelto, invece, di portare i rifiuti fuori regione, con costi doppi e risultati pessimi.

    La monnezza è ancora lì. Cesaro pure. Per ora
    Fonte

    .

    MAFIA (censurato dal governo Berlusconi)

    Parte del documentario di Lucarelli (Blu Notte) su RAI TRE sulla Mafia e sulle inchieste censurato dal governo Berlusconi.

    Mala-Politica-Radicata & Mala-Vita-Organizzata un matrimonio tutto italiano

    giovedì 1 settembre 2011


    articolo in 5 puntate,terza parte. 
    tratto dal blog 
    http://nonmisentorappresentato.blogspot.com/

    le prime due parti sono già presenti sul blog, per l'articolo completo guarda a piè di pagina


    [...]Cosicché il matrimonio ha provveduto a chiudere tutte le porte e spifferi dai quali potessero entrare
    interessi che non fossero i loro: per essere eletti bisognava affidarsi a partiti, per costituire partiti
    bisognava avere “appoggi”, e questi appoggi erano forniti dai capi, i quali contavano in diverso
    modo sui voti dei sudditi, incantati da promesse – alla quali hanno potuto credere (e fidarsi) grazie
    alla conformazione ai costumi mafiosi – o obbligati da minacce.

    Il cerchio si era appena chiuso; il matrimonio funzionava, e continua a funzionare a meraviglia!
    Questo abituarsi ai costumi mafiosi, ha fatto espandere il modus operandi, dalle regioni nelle quali
    le organizzazioni sono nate, fino a Roma, e di qui alle singole regioni e paesi(ometto la citazione
    delle province nelle speranza che quando questo post sarà pubblicato saranno già state dismesse),
    dove il sindaco e i suoi consiglieri-picciotti avrebbero potuto, potuto senza limiti e controlli,
    sfamare i loro interessi stringendo accordi sottobanco e iniziando a loro volta nuovi corteggiamenti.
    Sistemare il figlio, la figlia, il cognato, il fratello di chi mi ha votato e via elencando;

    Può esserci qualcosa che sia peggio di tutto ciò?

    La risposta è sempre, sì! Tutto ciò è ben poca cosa in confronto all'animo compiacente dei sudditi
    che[...]

    a breve la quarta parte, o l'intero articolo è già su http://nonmisentorappresentato.blogspot.com/2011/08/effetti-ed-antidoto.html

    Mala-Politica-Radicata & Mala-Vita-Organizzata un matrimonio tutto italiano

    martedì 30 agosto 2011


    articolo in 5 puntate,prima parte. 
    tratto dal blog 


    La situazione negli anni in cui viviamo è il frutto di attente e minuziose scelte di forze di cariche opposte che si sono attratte l'un l'altra fino a co-implicarsi, producendo un risultato deleterio e
    controproducente. Provocati dai connubi ignorante-demagogo e Mafia-Politica.
    Ma perché si è arrivati fin qui? e qual è il punto di debolezza di questo circolo vizioso?

    Bisogna partire appunto dalla Ignoranza dilagante e dall'alto tasso di analfabetismo del secondo dopoguerra; l'ignoranza, si sa, è causa di molti mali e della incurabilità di questi.
    Un popolo ignorante subisce il fascino di un demagogo e le minacce di un malavitoso, ecco che le due figure hanno preso ad avvicinarsi l'un l'altra, frattanto una grande porzione di popolo si è
    alfabetizzata, ma nonostante ciò la mala vita organizzata si è avvicinata sempre più alla politica
    fino ad entrarci, il mafioso è diventato il demagogo, il demagogo si è fatto mafioso ed entrambi
    hanno tratto grossi benefici; il primo ha imparato ad usare la lingua e il secondo ha imparato ad usare le armi.
    Il popolo restava a osservare tutto questo rituale di corteggiamento, si limitava a parlare, e sporadicamente a parlare ad alta voce ed a scrivere.

    tra 2 giorni la seconda parte, o l'intero articolo è già su http://nonmisentorappresentato.blogspot.com/2011/08/effetti-ed-antidoto.html

    In memoria di Libero Grassi, imprenditore ucciso dalla mafia a Palermo il 29 agosto 1991.

    lunedì 29 agosto 2011

    Il 29 agosto del 1991 veniva ucciso a Palermo l'imprenditore che si rifiutò di pagare il pizzo

    Liberainformazione - "Non sono pazzo, non mi piace pagare. Io non divido le mie scelte con i mafiosi". Così l'11 aprile 1991 in diretta tv, Libero Grassi, industriale tessile proprietario di una azienda di Palermo, racconta la sua vicenda d'imprenditore che rifiuta di pagare il pizzo alla mafia. Il 29 agosto di quello stesso anno viene ucciso in un agguato dai boss di Cosa nostra. Oltre alla mafia, che lo vuole morto perché rappresenta un "cattivo esempio" per gli altri imprenditori, Grassi rimane vittima, dell'indifferenza dei suoi colleghi e di buona parte della città. Adesso questa storia, che oggi compie vent'anni, è raccontata in un fumetto dal titolo "Libero Grassi. Cara mafia io ti sfido". A ricordare l’impegno di Libero Grassi, oltre al fumetto pubblicato dalla Round Robin Editrice (scritto dai giornalisti, Biffi, Lupoli e Innocenti) anche un film: “Mettersi a posto - Il Pizzo a Palermo” realizzato da Marco Battaglia, Gianluca Donati, Laura Schimmenti, Andrea Zulini, in collaborazione con la Film Commission della Regione siciliana.

    In via Alfieri, il luogo dell’agguato, stamani i figli Davide e Alice e la moglie Pina Maisano Grassi, hanno apposto un nuovo manifesto con la scritta: "Il 29 agosto 1991 qui è stato assassinato Libero Grassi, imprenditore, uomo coraggioso, ucciso dalla mafia e dall'omertà dell'associazione industriali, dall'indifferenza dei partiti, dall'assenza dello Stato". Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato loro una lettera: "Ricorrono oggi venti anni da quel tragico 29 agosto 1991, quando Libero Grassi, l'imprenditore onesto e coraggioso che si era pubblicamente ribellato alla mafia e al suo sistema estorsivo, fu ucciso in un agguato tragico e feroce", si legge nella missiva. "Il suo sacrificio - sottolinea il capo dello Stato - è divenuto nel tempo, anche grazie alla mobilitazione delle migliori energie della società e alla crescente determinazione dell'imprenditoria siciliana, un riferimento essenziale della rivolta contro il racket e la pressione mafiosa. Il ricordo della lotta di Libero Grassi per salvaguardare la dignità del lavoro e la libertà dell'attività economica da forme inammissibili di violenza deve costituire fecondo stimolo per una sempre più ampia mobilitazione della coscienza civile e per una sempre maggiore diffusione della cultura della legalità". "Con questo auspicio - conclude Napolitano - e interpretando la gratitudine di ogni italiano, esprimo a lei e ai suoi figli sentimenti di affettuosa vicinanza e solidale partecipazione".

    C’è un prima e un dopo a Palermo, dalla morte di Libero Grassi. Ma passerà molto tempo prima che i commercianti escano allo scoperto e rompano quel silenzio che aveva avvolto l’omicidio dell’imprenditore di origini catanesi. Lo faranno, circa dieci anni dopo, grazie al coraggio di alcuni giovani che, sull'esempio di Libero Grassi: stilano un elenco di cittadini che si impegnano a comprare solo da chi "la messa a posto" a Palermo non la paga. In sostanza il messaggio, innovativo e dirompente, è che i commercianti non sono più soli. I cittadini sono al loro fianco e l'antiracket è l'unica strada, anche perchè è conveniente, lo assicurano gli stessi potenziali clienti.

    Nascono così l’associazione Addio Pizzo e poi l’antiracket, Libero Futuro. Si fanno strada molti commercianti e imprenditori che denunciano, e prendono il via processi importanti con rinvii a giudizio e condanne. Lo slogan coniato dai ragazzi di Addiopizzo "un popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità" diventa la frase simbolo di questa battaglia. Non è tutto semplice. Si tratta di un percorso che vede alti e bassi. Fra i punti a suo favore la scelta di Confindustria Sicilia, presieduta da Ivan Lo Bello, di espellere dalla categoria chi paga il pizzo. E a seguire la presa di posizione della stessa Confindustria nazionale. Ma sono ancora deludenti alcuni dati emersi dalla ricerca realizzata quest’anno dai ragazzi di Addiopizzo a Palermo. Secondo questa indagine, la città è vista dai commercianti come il luogo degli "abusi e dell'illegalità" e questo scoraggia molti di loro a rivolgersi ad uno Stato, che da questi pareri, risulta poco presente. Soprattutto a livello locale.

    http://www.laperfettaletizia.com/2011/08/ventanni-dopo-lomicidio-di-libero.html

    Scandalo pass invalidi dei calciatori. si indaga sul ATC



    Foto di repertorio
    Inchieste sui pass invalidi e sui permessi temporanei per parcheggiare in centro, i cosiddettiT7: la procura di Bologna si concentrerà a breve su eventuali responsabilità di Atc. I prossimi sviluppi delle indagini, infatti, potrebbero riguardare l’azienda per il trasporto pubblico del capoluogo che aveva dato in gestione il rilascio delle autorizzazioni alla cooperativa Coopertone, un ex dipendente della quale, Gianluca Garetti (licenziato all’inizio dello scorso giugno proprio in seguito ai fascicoli aperti dal procuratore aggiunto Valter Giovannini), è stato iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di corruzione, falso in certificazione e truffa ai danni del Comune di Bologna.
    L’ipotesi su cui lavorerà la procura, dopo un incontro dei giorni scorsi in piazza Trento e Trieste con il comandante della polizia municipale, Carlo Di Palma, è quella dei controlli che Atc avrebbe o meno messo in atto per verificare la corretta gestione del servizio di rilascio dei permessi. In base al codice civile e alle normative sugli appalti, il committente è obbligato a monitorare il servizio erogato per proprio conto e, nel caso vengano rilevate delle anomalie, deve chiedere all’appaltatore di porre rimedio per evitare l’interruzione del rapporto ed eventualmente il risarcimento del danno. Il dubbio degli inquirenti sta proprio qui. L’attività legata ai permessi falsi viene ritenuta dalla procura “non occasionale, ma sistematica”, dunque non si esclude che potesse essere rilevabile da un’attività di verifica.

    Per quanto riguarda Coopertone, poi, gli inquirenti vogliono capire se le responsabilità siano tutte di Garetti. Da controlli condotti dall’autorità giudiziaria, in effetti, sarebbe risultato che la “firma” informatica su alcuni permessi T7 fosse riconducibile a un altro paio di dipendenti, nei confronti dei quali non sono stati emessi al momento provvedimenti. Prima di procedere, dunque, procura e polizia giudiziaria vogliono verificare se si tratta di singole responsabilità dolose oppure se altri lavoratori della cooperativa possano aver ottemperato – magari dietro pagamento di un corrispettivo (come nei casi contestati a Garetti, che avrebbe ricevuto 250 euro a tagliando rilasciato) – alle richieste di qualcuno.
    Dal canto suo la Coopertone, quando aveva licenziato il dipendente “infedele”, aveva già detto di “essere assolutamente estranea a qualsivoglia fatto illecito relativo all’indagine in corso afferente a permessi non regolari” e di ritenersi parte lesa. Inoltre aveva ricordato: “Chiunque sia in possesso di notizie sui fatti specifici ha l’obbligo di riferirlo all’autorità giudiziaria procedente alla quale la cooperativa presta la più ampia collaborazione”.
    La prima inchiesta a chiamare in causa Garetti riguardava 10 targhe auto in uso a calciatori del Bologna Calcio associate al permesso invalidi di Marilena Molinari, una specie di factotum che provvedeva alle necessità degli sportivi. Indagata anche per l’annullamento di una quarantina di contravvenzioni comminate al capitano della squadra, Marco Di Vaio, su di lei sono state scaricate tutte le responsabilità. In base a quanto riferito ai magistrati, società sportiva e giocatori avrebbero detto di non aver mai saputo che le targhe erano state associate a un’autorizzazione che, oltre a consentire il parcheggio negli appositi spazi per portatori di handicap, permette anche l’accesso in centro – compresa la zona a traffico limitato – senza restrizione alcuna. Per questo sono finiti sotto indagine, oltre a Di Vaio, anche Daniele PortanovaEmiliano Viviano,Massimo MutarelliGaby MudingayiArchimede MorleoVangelis MorasAndrea Esposito e Gabriele Paonessa
    La donna, dal canto suo, si era difesa sostenendo che l’avrebbe fatto perché i calciatori l’accompagnavano in giro per la città quando lei aveva bisogno di effettuare commissioni e per questo aveva chiesto a Garetti di collegare le targhe al suo permesso. Ma anche questa spiegazione è stata negata dai diretti interessati mentre le indagini hanno fatto emergere dubbi pure sul permesso rilasciato alla madre di Molinari, per il quale non sarebbe stato trovato il fascicolo relativo.
    E poi c’è il filone dei T7, i permessi a scadenza (valgono 90 giorni) rilasciati quando si fa richiesta di residenza temporanea. Anche in questo caso nel mirino dei magistrati sono finiti calciatori ancora in forza o che hanno lasciato il Bologna (oltre ai già citati Mudingay, Portanova, Viviano, Morleo, Moras, Mutarelli, Esposito e Paonessa, in questo frangente si aggiungonoAdaílton Martins Bolzan e Vlado Šmit) e alcune delle loro mogli, per i quali sono risultate autorizzazioni a parcheggiare nonostante la residenza non fosse mai richiesta, non fosse più valida o anche dopo il passaggio degli sportivi rossoblù ad altre squadre. Indagando su questo fronte, gli inquirenti avevano accertato anche che in due casi, quelli di Adaílton e di Mudingayi, c’erano anche contravvenzioni non saldate rispettivamente per 35 e 30 mila euro. A metà estate i legali degli sportivi avevano fatto sapere che, se la circostanza fosse stata confermata, si sarebbe provveduto al pagamento.








     
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