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    Napolitano, tra segreti e conflitto ad personam

    giovedì 19 luglio 2012


    Il ventennale della strage di Via D’Amelio, dopo i giorni delle accuse, degli attacchi, delle delegittimazioni istituzionali ai magistrati di Palermo che conducono l’inchiesta sulla trattativa Stato-Cosa Nostra, non poteva essere “celebrato” in modo più inimmaginabile: e cioè con il decreto sul conflitto di attribuzione stilato da Napolitano nei confronti della procura palermitana.

    Secondo il ministro della Giustizia Paola Severino, paladina dell’assoluta segretezza delle conversazioni, si tratta del percorso più lineare che poteva essere intrapreso dal Capo dello Stato e di un’occasione per chiarire ed integrare da parte della Corte Costituzionale una disciplina giuridica “lacunosa” in materia materia di intercettazioni indirette, quando a sollevare la cornetta sia un’alta carica dello Stato.

    Può darsi che sotto il profilo tecnico ed in un’ottica di giurisprudenza costituzionale sticto sensu, si tratti di un’occasione di chiarimento.

    Ma sotto il profilo politico e del rapporto, mai così compromesso tra cittadini ed istituzioni, la mossa della presidenza della Repubblica, motivata dall’intento dichiarato di tenere “la facoltà immune da qualsiasi incrinatura” nello spirito di Einaudi, suona come la rivendicazione esibita di assoluto arbitrio ed intangibilità.

    L’articolo 90 della Costituzione a cui fa riferimento esplicito (unitamente all’art.7 della legge 219 del 1989) il decreto sul conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato contro il presunto abuso della procura di Palermo, rea di non aver interrotto e/o distrutto immediatamente le intercettazioni intercorse tra Nicola Mancino ed il Quirinale, stabilisce che “Il presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione”.

    Sembrerebbe lecito e pertinente domandarsi se, accanto e parallelamente alla rete di telefonate intercorse tra il consigliere giuridico del Quirinale Loris D’Ambrosio e Nicola Mancino, tutte tese a rassicurare l’indagato per falsa testimonianza e ad attivarsi in tal senso, anche le due dirette tra l’ex ministro ed il presidente della Repubblica debbano essere considerate tra “gli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni”.

    A prescindere del fatto fondamentale che si tratta di intercettazioni “casuali ed indirette” come ha ribadito il procuratore Messineo e che i magistrati si sono attenuti alla procedura in vigore, è un delitto di lesa maestà chiedersi se nelle funzioni del capo dello Stato, tra l’altro garante della Costituzione e presidente dell’organo di autogoverno dei magistrati, rientrino le cure e gli imput per tutelare un ex ministro che da testimone stava (consapevolmente) diventando imputato per false dichiarazioni ai Pm?

    Sulla attendibilità delle dichiarazioni di Nicola Mancino si pronunceranno i magistrati; però noi comuni cittadini possiamo intanto liberamente valutare secondo il nostro buon senso se quello che va dicendo in TV o in contesti pubblici in merito alla trattativa, o come la si voglia chiamare, ha un fondamento o una parvenza di verità.

    Poche ore fa nel dibattito con Mentana su La 7 a seguito de Il Divo, Nicola Mancino ha ribadito quanto ha testimoniato a Palermo e cioè che non ha incontrato privatamente Paolo Borsellino il 1 luglio del ’92, appena insediato al Viminale, che non si sono parlati e che comunque non lo ricorda dato che non sapeva che faccia avesse il magistrato più famoso d’Italia, dopo Giovanni Falcone. E a seguire ha negato di aver mai incontrato il generale Dalla Chiesa, di “essersi sempre sentito lontano dalla Sicilia” , di aver incontrato Calogero Mannino, massimo esponente siciliano della sinistra Dc di cui Mancino faceva parte, una sola una volta in Translatantico.

    Infine, incredibile ma vero, ha citato Totò Riina come teste a discarico, contro la deposizione di Giovanni Brusca che nel processo Mori ha dichiarato che Mancino era a conoscenza del “canale aperto” dallo stesso Mori e uomini del Ros con Vito Ciancimino e delle richieste mafiose condensate nel “papello”.

    Senza fare esercizio spericolato di fantasia e di dietrologia è quantomeno possibile identificare il perimetro degli argomenti che possono aver toccato l’ex ministro ed ex potente democristiano, ora semplice cittadino imputato, ed il Capo dello Stato nei momenti più calienti dell’inchiesta in quelle telefonate top secret.

    Se come ha rivendicato Napolitano, elevando un conflitto di attribuzione con la magistratura, che non ha precedenti nella storia repubblicana (altra cosa quello con il ministro della giustizia in materia di grazia risolto con sentenza costituzionale n.200/2006), il bene tutelato sarebbe quello di tenere “la facoltà immune da qualsiasi incrinatura”, la strada maestra era quella di lasciar “piangere il telefono” o in subordine di dare in qualche modo conto ai cittadini del contenuto di quelle conversazioni.

    Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/17/napolitano-tra-segreti-e-conflitto-ad-personam/295586/


    Vi siete mai chiesti cosa faccia il figlio di Giorgio Napolitano?Ma certo!Lavora per il padre!

    martedì 3 luglio 2012



    di Marinella Andrizzi Sinibaldi
    Roberto Tomei è un dirigente dell’Istat. Con una grande passione per il diritto e la giurisprudenza. Numerose sono le sue pubblicazioni in tali ambiti. Nel 2000 decise di partecipare ad un concorso pubblico, per l’assegnazione di una cattedra universitaria di diritto amministrativo (come professore associato, o di seconda fascia che dir si voglia), resasi vacante nella facoltà di giurisprudenza dell’Università del Molise. Ovviamente non era l’unico candidato. Assieme a Tomei si presentarono altre persone. Come rivela lo stesso Tomei al quotidiano Italia Oggi:…..

    «Non ce la feci, perché, nonostante avessi scritto libri e pubblicazioni in materia, la commissione esaminatrice non li ritenne idonei ai fini del punteggio».
    «Ritenne invece idonee per la cattedra altre tre persone prima di me: Andrea Rallo, che venne chiamato dalla stessa università del Molise, e, a seguire, Marina D’Orsogna e Giulio Napolitano, che furono chiamati rispettivamente, dall’università di Teramo e dall’università della Tuscia».
    Fin qui nulla di strano: una persona partecipa ad un concorso per vincere una cattedra universitaria, e la commissione esaminatrice non la ritiene idonea. Se non ci fossero, però, due dettagli. Che qualche ombra sul mancato superamento del concorso la gettano.
    Il primo dettaglio è che Giulio Napolitano è figlio del più noto Giorgio: oggi Presidente della Repubblica. Così come – sempre Giulio Napolitano – attualmente lavora come consigliere per la Presidenza del Consiglio.

    Il secondo dettaglio rilevante è che il figlio del Capo dello Stato – rispetto al Tomei – si presentò avendo pubblicato un minor numero di libri.
    Ecco come racconta ancora a Italia Oggi l’accaduto, Roberto Tomei:
    «Con l’aiuto del mio legale, l’avvocato Giorgio Carta, ho presentato subito ricorso, prima davanti al Tar del Lazio e poi al Consiglio di stato, contro il decreto del rettore dell’università del Molise che aveva approvato gli atti del concorso».
    «E il Cds (Consiglio di stato, ndr), con una sentenza che definirei storica, visto anche lo spazio che gli hanno dato i giornali, la n. 2364/2004, mi ha dato ragione, affermando il principio secondo cui per pubblicazione debbono intendersi soltanto le pubblicazioni diffuse nell’ambito della comunità scientifica che il candidato può vantare all’atto della domanda».
    Al che, il giornalista di Italia Oggi – Roberto Altesi – chiede al Tomei se Giulio Napolitano avesse «i titoli in regola».
    E Tomei risponde:
    «No. E questo non lo dico io ma il Consiglio di stato, che le cito testualmente: «la monografia del dott. Napolitano «Servizi pubblici e rapporti di utenza» risulta prodotta in esemplare stampato in proprio dall’autore, onde la stessa difetta del requisito minimo per essere definita pubblicazione valutabile agli effetti del concorso de quo». E i giudici aggiungono: «Tale lavoro ha costituito elemento decisivo per la valutazione del candidato, in quanto ritenuto, dalla commissione, quello di maggior rilievo sul piano sia formale sia sostanziale, come si evince chiaramente dai giudizi formulati, onde la sua non ammissibilità impone, di necessità, la rinnovazione del giudizio di idoneità espresso nei suoi confronti». Insomma, il Consiglio di stato, non io, ha imposto alla commissione esaminatrice di annullare la prova e di rifarla, rivalutando i titoli».
    Al che il giornalista chiede a Tomei, se ciò sia stato fatto.
    E il dirigente dell’Istat risponde:
    «Macchè. La Commissione esaminatrice, stordita dall’inattesa decisione del Consiglio di stato (soltanto pochi candidati fino a quel momento erano riusciti a vincere innanzi al Consiglio di stato un ricorso inerente concorsi universitari) non ha saputo che pesci prendere, tanto da preferire di farsi decadere. Una nuova Commissione, costituita nell’agosto 2005, è stata poi annullata più di un mese dopo. Solo dopo una diffida da parte mia, a febbraio del 2006, la commissione è stata ricostituita terminando i propri lavori nel giugno del 2006. Non essendosi presentata la candidata D’Orsogna, si trattava di attribuire due posti fra i rimanenti candidati, cioè Napolitano e me».
    «Ancora una volta sono stato bocciato, ancorché mi dovessero essere valutati titoli non considerati dalla prima commissione. E’ risultato idoneo invece Giulio Napolitano, nonostante il suo lavoro principale, quello sul quale la prima commissione aveva fatto leva per promuoverlo, non potesse essere più oggetto di valutazione secondo la sentenza del Consiglio di stato».
    Allora il giornalista di Italia Oggi, chiede al Tomei se nel frattempo Giulio Napolitano avesse pubblicato altri testi, questi sì, idonei.
    E Tomei risponde:
    «E’ noto che in tutti i concorsi i titoli che si presentano debbono essere posseduti alla data della domanda, e non è possibile alcuna sanatoria in corso d’opera. Quindi se anche avesse scritto qualcosa nel frattempo, non avrebbe potuto essere valutata in quel concorso».
    P.S.: le informazioni contenute in questo post, sono tratte da un articolo di Roberto Altesi apparso martedì 20 marzo 2007, a pagina 5, sul quotidiano Italia Oggi. I virgolettati sono riportati fedelmente e per intero. E le notizie contenute nell’articolo succitato non sono state né contestate né smentite dal dott. Professor Giulio Napolitano.
    Ma restando in argomento non è certo meno interessante chiedersi cosa faccia la nipote di Giorgio Napolitano. Il lavoro non è sicuramente un diritto, come ha ribadito lacrima Fornero, ma in compenso il nepotismo sembra davvero vicino a diventarlo.

    fonte: ariachetira.blogspot.it

    L'AVV. MUSU DENUNCIA NAPOLITANO E MONTI PER ATTENTATO CONTRO L'INTEGRITA' E L'INDIPENDENZA DELLO STATO(E ALTRI 7 REATI)

    venerdì 6 aprile 2012

    Napolitano e Monti denunciati per attentato contro l’integrità e l’indipendenza dello Stato(e altri 7 reati)


    La notizia è di quelle che fanno saltare sulla sedia. Un avvocato di Cagliari, Paola Musu, ha sporto formale denuncia nei confronti di Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio, tutti i ministri e tutti i membri del parlamento.

    I reati ravvisabili, come si legge nel documento protocollato e presentato presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Cagliari, sono:

    - attentato contro l'integrità, l'indipendenza e l'unità dello Stato;

    - associazioni sovversive;

    - attentato contro la Costituzione dello Stato;

    - usurpazione di potere politico;

    - attentato contro gli organi costituzionali;

    - attentato contro i diritti politici del cittadino;

    - cospirazione politica mediante accordo;

    - cospirazione politica mediante associazione;

    La denuncia è scattata a seguito delle vicende degli ultimi mesi, conseguenza della crisi economica e del diktat della Bce che hanno "suggerito" al Presidente della Repubblica la formazione di un nuovo governo, cosidetto "tecnico", a guida di Mario Monti. Un governo non legittimato dal voto popolare. Di ciò si è molto discusso, ma nessuno finora si era spinto così in là da sporgere una denuncia formale impugnando la Costituzione e il Codice Penale.

    La prima violazione, secondo l'avvocato Paola Musu, sarebbe all'articolo 1 della Costituzione: "L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione".

    La denuncia continua: "Contenuto essenziale della sovranità di un popolo è dato dalla propria sovranità in materia di politica monetaria, economica e fiscale: è con essa, ed attraverso i suoi strumenti, che un popolo determina le sue sorti. Svuotare un popolo e la sua sovranità di quello specifico contenuto significa, e comporta, privarlo della sovranità stessa, in quanto lo si priva dalla facoltà e dal potere di determinare il proprio destino ed il proprio stesso "essere", compromettendone la sua stessa esistenza".

    La sovranità monetaria oggi non appartiene più al popolo italiano, ma effettivamente alla Banca Centrale Europea che ha dettato, negli ultimi mesi, le politiche economiche del Governo Monti.

    Sotto, il testo integrale della denuncia di Paola Musu, che finora ha trovato il sostegno del giornalista Paolo Barnard, tra i principali divulgatori della Modern Money Teory e impegnato contro quello che non esita a definire un Golpe Finanziario.

    Denuncia in Procura Del 2 Aprile 2012

    PAOLO BARNARD: SOSTEGNO ALL'AVVOCATO PAOLA MUSU.

    Mi sento di appoggiare la denuncia inoltrata dall’Avv. Paola Musu che trovate qui http://www.scribd.com/doc/87677876/Denuncia-in-Procura-Del-2-Aprile-2012#fullscreen.

    Non conosco la Musu, il mio sostegno non implica approvazione della sua persona, solo dell’iniziativa. Inoltre, la Musu ha forse distrattamente omesso di specificare l’effetto coercitivo golpista dell’asse Euro (sistema di emissione), mercati dei capitali, tassi sui titoli e spread, sullo spazio di manovra del Parlamento (ex) sovrano, di fatto così annullato.

    Rimane tuttavia il mio appoggio alla sua coraggiosa iniziativa. Ho più volte scritto e detto che Giorgio Napolitano, Mario Monti e Mario Draghi sono golpisti da arrestare e processare. Ora sembra che esista anche una base giuridica per pretendere ciò. Bene.

    PB

    Fonte: http://www.agoravox.it/Napolitano-e-Monti-denunciati-per.html

    EUROPARLAMENTO:NAPOLITANO GONFIA IL RIMBORSO DEL VIAGGIO AEREO E LITIGA CON CRONISTA TEDESCO (VIDEO)

    lunedì 2 gennaio 2012

    Giorgio Napolitano, ancora parlamentare europeo, perde la calma a causa delle domande pungenti di un cronista tedesco che gli chiede conto del rimborso aereo concesso dall'europarlamento che è assai maggiore del costo del biglietto.
    Il 'rimborso' in questione determina circa 700euro di GUADAGNO netto: e Giorgio intima di chiamare la polizia.



    PAOLO BARNARD:DRAGHI E NAPOLITANO DEVONO ESSERE ARRESTATI E PROCESSATI.

    lunedì 14 novembre 2011

    I golpisti finanziari che hanno terminato la nostra democrazia dopo 63 anni di vita sono stati condotti al Palazzo italiano da Mario Draghi e dal Group of Thirty. Ad attenderli dentro il Palazzo vi era Giorgio Napolitano, da 35 anni uomo di punta in Italia del Council on Foreign Relations degli USA e amico delle loro multinazionali, come da lui stesso dichiarato molti anni or sono su Business Week.

    Si consideri quanto segue:

    1) La sovranità legislativa italiana, quella economica ed esecutiva, già compromesse dai Trattati europei e dall’Euro (si legga Il Più Grande Crimine 2011), sono state terminate del tutto. Ciò è evidente persino nei titoli del Corriere di questi giorni, non c’è bisogno di leggere Barnard o altri. 2) Le misure di austerità - si legga la rapina della pubblica ricchezza e del futuro di milioni di famiglie italiane attraverso un collasso pilotato dell’economia che tali misure portano senza dubbio - non hanno ora più ostacoli, e sono espressione del volere di poteri finanziari non eletti dagli italiani. Il Parlamento non ha avuto voce in capitolo, ha dovuto obbedire di corsa, cioè è stato esautorato di fatto da forze straniere. 3) Saranno decenni di sofferenze e lacrime e sangue per i cittadini, un impoverimento mai visto dal 1948 e tanti morti anzi tempo a causa della demolizione dei servizi. I punti 1, 2 e 3 formano i contenuti sufficienti per un’accusa di alto tradimento della patria da parte di Mario Draghi e di Giorgio Napolitano, che devono essere incriminati e arrestati. Se pensate che questa sia retorica di un esagitato, si legga la letteratura economica americana sulla crisi dell’Eurozona per fugare ogni dubbio, e si visiti l’Irlanda o la Grecia, vittime prima di noi di questi golpisti. Questo è un colpo di Stato.

    Mario Draghi è membro del Group of Thirty (GOT), dove la sua presenza segna il più scandaloso conflitto d’interessi della storia italiana, alla luce del disastro democratico che stiamo vivendo (prendano nota i demenziali travagliati dipietrosi che per anni sono corsi dietro al conflitto d’interessi del presunto ladro di polli e hanno ignorato quello dei veri ladri planetari). Il lavoro dell’eccellente Corporate Europe Observatory ha denunciato il GOT e ciò che vi accade. Fondato nel 1978, è una lobby dove impunemente i grandi banchieri si mischiano a pubblici funzionari di altissimo livello. Ecco i principali membri: Jacob A. Frenkel, di Jp Morgan Chase - Gerald Corrigan, Managing Director del Goldman Sachs Group - Jacques de Larosière, Presidente del Gruppo UE sulle risposte alla crisi finanziaria - William C. Dudley, ex Goldman Sachs oggi alla Federal Reserve di NY - Mervyn King, governatore della Banca Centrale d’Inghilterra - Lawrence Summers, ex ministro del Tesoro USA, oggi al Bilderberg Group - Jean-Claude Trichet, uno dei padri dell’Euro, ex governatore della BCE - David Walker Senior Advisor, Morgan Stanley International - Zhou Xiaochuan, governatore Banca Centrale Cinese - John Heimann, Istituto per la Stabilità Finanziaria - Shijuro Ogata, Vice Presidente, Commissione Trilaterale - inoltre vi sono passati Tommaso Padoa-Schioppa (ex Min. Finanze) e Timothy Geithner (attuale Min. Finanza USA). Ripeto: Draghi ne è membro oggi.

    Cioè, in esso si mischiano i lobbisti della finanza bancaria più criminosa della Storia e i pubblici controllori delle medesime banche.

    Mario Draghi arriva alla BCE fra il 31 ottobre e il primo novembre. Il colpo di Stato finanziario contro l’Italia si svolge nella settimana successiva, il governo eletto ne è spazzato via. Mario Draghi poteva fermare la mano degli speculatori golpisti semplicemente ordinando alla BCE di acquistare in massa i titoli di Stato italiani. Infatti tale acquisto avrebbe, per la legge basilare che li regola, abbassato drasticamente i tassi d’interesse di quei titoli, il cui schizzare in alto a livelli insostenibili stava portando l’Italia alla caduta nelle mani degli investitori golpisti. Essi sarebbero stati fermati, resi inermi di fronte al fatto che la BCE poteva senza problemi mantenere a un livello basso costante i tassi sui nostri titoli di Stato. Ma Mario Draghi siede alla BCE e non fa nulla. Non siate ingannati dalla giustificazione standard offerta per questo rifiuto di acquistare titoli italiani da parte della BCE. Vi diranno che le è proibito per statuto, ma non è vero: infatti clausole come la SMP Bond Purchases lo permettono, e anche le regole sulla stabilità finanziaria del trattato d Maastricht, come scritto di recente da Marshall Auerback e da altri. Draghi poteva agire, eccome.

    Risultato: il golpe. Da ora le elite finanziarie sono col loro aguzzino Mario Monti al governo a Palazzo Chigi. Fine della democrazia italiana fondata nel 1948. Comandano i mercati, non il Parlamento.

    Tutto ciò è stato ampiamente discusso da Mario Draghi con i suoi camerati al Group of Thirty, secondo un copione che trapelava da anni sulle pagine della stampa finanziaria anglosassone. Silvio Berlusconi era stato avvistato più volte dell’esistenza di quel copione: “L’Italia ha problemi gravissimi, ha bisogno di una iniezione di libero mercato con riforme economiche neoliberali… fra cui ridurre le tasse, tagli all’impiego pubblico e alle pensioni, rafforzare il settore dei servizi privati, e rendere più facili i licenziamenti”, cioè esattamente quello che sta accadendo in queste ore nelle riforme che il golpe ci ha imposto, facendosi beffe, come già detto, del Parlamento non più sovrano. La prescrizione in corsivo è del Neoliberista fanatico Alberto Alesina nell’Aprile del 2006. Lo stessa anno in cui Draghi prendeva il comando della Banca d’Italia, dopo aver lasciato la banca d’investimento più criminosa del mondo, Goldman Sachs, in cui resse una posizione di comando nel settore Europa proprio mentre la Goldman aiutava la Grecia a truccare i propri conti pubblici nel 2002. Draghi mentì negando di essere stato in carica a Golman Sachs nei mesi della truffa, ma fu smascherato dalle audizioni del Senato USA, nientemeno.

    Tornando al golpe. Le conseguenze sociali, le sofferenze per milioni di italiani per decenni, la scure che si abbatte sul futuro dei nostri piccoli, sui pochi preziosi anni che rimangono agli anziani indigenti, sull’ambiente, e sulla democrazia, saranno tragici. Nell’ordine di migliaia di volte peggiori di qualsiasi danno le mafie regionali abbiano mai potuto infliggere all’Italia, e col concreto pericolo di prostrarla per intere generazioni. Alla luce di tutto ciò, e mentre si fatica a non emigrare di fronte all’idiozia epica di masse di italiani che festeggiano l’arrivo dei golpisti (sic), è doveroso chiedere l’incriminazione e l’arresto per alto tradimento di Mario Draghi e di Giorgio Napolitano in quanto cittadini italiani. Prego quindi l’eventuale giurista che leggesse queste righe di informarmi sulla procedura per inoltrare una denuncia in tal senso. Se, come temo, essa non esiste, nulla cambia della sostanza morale di quanto scritto.

    p.s. Prego i diversi colleghi che usano in Tv, ai dibattiti o in radio i fatti che scopro e denuncio, di almeno citarmi come fonte. Grazie.

    Fonte: http://paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=268

    OCCUPIAMO BANKITALIA,LA LETTERA DEI DRAGHI RIBELLI A NAPOLITANO (VIDEO+TESTO)

    giovedì 13 ottobre 2011



    LA LETTERA DEI DRAGHI A NAPOLITANO
    La risposta dei draghiribelli alla lettera segreta di Draghi e Trichet:

    Caro Presidente Napolitano,nel nostro paese non si fa altro che parlare di giovani. Lei lo ha fatto spesso. Ultimamente lo ha fatto anche il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, a breve presidente della Banca centrale europea.
    La questione generazionale è semplice: c’è una generazione esclusa dai diritti e dal benessere, che oggi campa grazie al welfare familiare, e sulla quale si sta scaricando tutto il peso della crisi. La questione non si risolve togliendo i diritti a chi li aveva conquistati, i genitori, ma riconoscendo diritti a chi non li ha, i figli, e per far questo ci vogliono risorse, altrimenti le parole girano a vuoto.
    Ora ci chiediamo, e chiediamo anche a Lei Presidente, come è possibile invertire la tendenza e promuovere delle politiche pubbliche a sostegno delle giovani generazioni prendendo sul serio le letterine estive di Trichet e Draghi? Come è possibile farlo se il pareggio di bilancio diventa regola aurea, da inserire, addirittura, all’interno della carta costituzionale di cui Lei è garante?
    Caro Presidente, garantire e difendere la Costituzione oggi, vuol dire rifiutarsi di pagare il debito, così come consigliano diversi premi Nobel per l’economia; vuol dire partire dai ventisette milioni di italiani che hanno votato ai referendum contro le privatizzazioni e in difesa dell’acqua bene comune; vuol dire partire dalle mobilitazioni giovanili e studentesche che da diversi anni, inascoltate e respinte, hanno preteso di cambiare dal basso la scuola e l’università, chiedendo risorse e democrazia; vuol dire partire dalla domanda diffusa nel Paese di un nuovo sistema di garanzie, che tenga conto delle differenze generazionali, ma che, soprattutto, non metta le generazioni l’una contro l’altra: così, in primo luogo, si tiene unita l’Italia!
    Sarebbe un atto di semplice giustizia fare in modo che non siano sempre gli stessi a pagare questa crisi. Siano, piuttosto, coloro che l’hanno prodotta a pagare, attraverso una tassazione delle rendite finanziarie, delle transazioni, dei patrimoni mobiliari e immobiliari. Le risorse ci sono, si trovano nel mondo della finanza che sta cancellando la democrazia: è lì che vanno reperite per distribuirle equamente.
    Con troppa solerzia, caro Presidente, l’abbiamo vista affidarsi alle indicazioni di Trichet e Draghi. Questo non significa unire l’Italia e neanche sostenere le giovani generazioni. Bisognerebbe avere il coraggio, dopo il disastro del ventennio berlusconiano e della seconda Repubblica, di costruirne una terza di Repubblica, fondata sui beni comuni e non sugli interessi privati. È giunto il momento di scegliere da che parte stare, dalla parte della rendita o da quella della vita. La invitiamo a riflettere, perché questa generazione tradita non si arrenderà alla rassegnazione, ma da Tunisi a New York ha imparato ad alzare la testa.

    1987, Berlusconi finanziava la corrente PCI di Napolitano. Una storia che arriva fino a noi – Bologna Città Libera

    sabato 16 luglio 2011


    Nei giorni scorsi sono arrivate due significative dichiarazioni di Massimo D’Alema e Piero Fassino che difendevano il diritto del PDL ad essere ammesso alle elezioni regionali in Lombardia. Eppure la possibilità di far fuori il PDL, in una regione chiave del paese, era concreta e persino perfettamente legale.
    Come mai tutto questo fair play da parte degli esponenti PD provenienti dall’esperienza del PCI? E come mai questo fair play si esercita in Lombardia, nel cuore del potere berlusconiano?
    Certo al PD il decreto “interpretativo” non piace, preferiva altre soluzioni per salvare il PDL e l’ha fatto capire D’Alema all’Ansa. Si trattava come sempre, per il partito di Bersani, di conciliare il conflitto contingente con il PDL con alcune intese di fondo con il centrodestra.
    Intese che furono ricordate un giorno in aula da Luciano Violante che, indispettito dal comportamento del centrodestra, disse che se le cose continuavano in quel modo il centrosinistra avrebbe toccato le televisioni di Berlusconi. “Non l’abbiamo mai fatto per gli accordi che sapete” disse l’ex presidente del senato, facendo capire la portata della minaccia ma anche l’importanza degli accordi. Quegli accordi che formano la costituzione materiale della seconda repubblica. Quelli che portano a dire agli esponenti del PD che l’antiberlusconismo non è un valore. Capire quali in fondo non è difficile. Basta aprire il giornale la mattina.
    Ma in quali radici affondano le intese tra reduci del PCI e Berlusconi? Temporalmente parlando si risale a prima della caduta del muro di Berlino. A quando, secondo la storia alla Orwell di oggi, il PCI prendeva montagne di rubli da Mosca e Berlusconi sosteneva il mondo libero. Ma rubli e “mondo libero” sono questioni degli anni ’50 mentre negli anni ’80 l’integerrimo anticomunista Berlusconi il PCI lo finanziava eccome. E finanziava proprio la corrente del PCI di Giorgio Napolitano, per capire come i protagonisti del decreto di oggi non solo si conoscano da tempo ma abbiano storiche intese suggellate da finanziamenti e da convergenze di interessi di potere.
    Del resto, proprio nel 1987 a Roma il PCI organizzò un convegno sul futuro della televisione italiana. I tre principali relatori furono Massimo D’Alema, Walter Veltroni e..Silvio Berlusconi. Il quale, lungi dallo scatenarsi contro i comunisti, fece una relazione densa di elogi verso il PCI per il ruolo che questo aveva assunto per lo sviluppo della comunicazione e del pluralismo in Italia.
    Per capire il clima dell’epoca è utile la lettura di un libro Il Baratto (Il PCI e le televisioni: le intese e gli scambi fra il comunista Veltroni e l’affarista Berlusconi negli anni Ottanta. Kaos edizioni, 2008) di Michele De Lucia.
    E soprattutto sono utili gli estratti del libro per comprendere subito i rapporti materiali ed ideologici che intercorrevano tra Napolitano e Berlusconi nel 1987.
    Materiali, perchè la Fininvest finanziava con la pubblicità la strategica corrente milanese di Napolitano, ideologici perchè la corrente di Napolitano magnificava il tipo di capitalismo rappresentato dal cavaliere di Arcore.
    Questo per far capire la storia reale d’Italia, le radici antiche delle intese tra Berlusconi ed i reduci del PCI e per comprendere che se l’Italia si vuol liberare dal ducetto di Arcore deve anche tagliare le antiche radici di certi accordi. Che rappresentano una assicurazione sulla vita per Berlusconi e sulla carriera per i personaggi appena citati.
    la fonte
    Napolitano viene da lontano. Era migliorista e berlusconiano. Gli articoli del suo settimanale “Il Moderno” (con pubblicità Finivest anni ’80) superano persino le poesie di Bondi al “caro leader”.
    “Ad aprile del 1985 esce a Milano il primo numero de Il Moderno, mensile (poi settimanale) della corrente “migliorista” del Pci (la destra tecnocratica e filo-craxiana del partito, guidata da Giorgio Napolitano). Animato da Gianni Cervetti… all’insegna dello slogan “l’innovazione nella società, nell’economia, nella cultura” (p. 104).”
    “Intanto a Milano il numero di febbraio 1986 de Il Moderno… scrive che “la rivoluzione Berlusconi [è] di gran lunga la più importante, cui ancora qualcuno si ostina a non portare il rispetto che merita per essere stato il principale agente di modernizzazione, nelle aziende, nelle agenzie, nei media concorrenti. Una rivoluzione che ha trasformato Milano in capitale televisiva e che ha fatto nascere, oltre a una cultura pubblicitaria nuova, mille strutture e capacità pro­duttive” (p. 115)”.
    «Il numero di aprile 1987 … esce con un’intera pagina pubblicitaria della Fininvest. È la prima di una lunga serie di inserzioni pubblicitarie dalla misteriosa utilità per l’inserzionista, dato che il giornale è semi-clandestino e vende meno di 500 copie… Intanto uno dei fondatori del Moderno, l’onorevole Gianni Cervetti, alla metà di aprile è di nuovo a Mosca… E il 18 aprile l’a­genzia Ansa da Mosca informa che in Urss, insieme al compagno Cervetti, c’è anche Canale 5… (pp 126 — 127)”.
    “A giugno 1989 … pubblica un megaservizio su Giocare al calcio a Milano. Con un panegirico sul Berlusconi miracoloso presidente milanista che “ha cambiato tutto: adesso la sua squadra è una vera e propria azienda,” e così via. Il giornale della corrente di destra del Pci è ormai un bollettino della Fininvest, e le pagine di pubblicità comprate dal gruppo berlusconiano ormai non si contano (p. 148)”.(*)

     
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