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    Fmi e Germania hanno truccato le carte per papparsi l'Italia

    domenica 22 luglio 2012

    L'obiettivo di Berlino è metterci in ginocchio per controllare i nostri gioielli: energia, industria e banche




    di Carlo Pelanda
    Da un paio di mesi sto cercando di capire perché il costo di rifinanziamento del debito italiano sia il doppio di quello che sarebbe giusto in base ai dati economici fondamentali ed alle azioni recenti del governo. Il Centro studi di Confindustria stima che il differenziale realistico – appunto, basato sull’analisi dei fondamentali – tra titoli di debito italiani e tedeschi (spread) dovrebbe essere di 164 punti e non di quasi 500. E avverte che se i tassi teorici e reali convergessero, l’Italia, nel medio termine, tornerebbe in crescita invertendo la tendenza recessiva e, soprattutto, la crisi del credito, e bancaria, che dipende direttamente dall’eccesso di sfiducia sul nostro debito. Se non convergeranno, invece, la recessione sarà devastante, in avvitamento.

    Per evitare tale scenario catastrofico - Confindustria ritiene necessario uno scudo anti-spread più efficace di quello ora in discussione nelle sedi europee. Sensato. Ma l’efficacia dello scudo anti-spread risentirà comunque dell’opinione del mercato in relazione all’Italia. Con questo in mente ho chiesto spiegazioni ai principali attori del mercato finanziario. La risposta concorde è stata: leggiti cosa scrive il Fondo monetario sull’Italia, che è la fonte dati principali a cui si ispirano tutti quelli che devono valutare i rischi sovrani, e, visto che sei del mestiere, capirai perché pretendiamo un premio di rischio del 6% e oltre per comprare titoli decennali di debito italiano, e perché siamo incerti se acquistarli o meno. Ma è immotivato l’eccesso di negatività del Fmi sull’Italia, ho risposto. Prova che sbaglia, hanno ribattuto scettici. Per questo sono andato a confessare parecchi analisti e funzionari del Fondo, raccogliendo le confidenze che qui sintetizzo.

    L’estate rovente - Nella tarda primavera del 2011, quando la crisi si estese all’Italia, una parte dello staff del Fmi, in particolare quello di nazionalità italiana, voleva che il Fondo rendesse pubbliche le analisi sulla sostenibilità del debito e sui fondamentali dell’economia italiana che non giustificavano l’inasprirsi della pressione dei mercati e il conseguente innalzamento dello spread. Questa posizione uscì sconfitta per due motivi. Primo, si formò un asse occulto tra il direttore generale Lagarde e il rappresentante tedesco presso il Fmi, con la benedizione di quello francese, volto a mantenere altissima la pressione sul’Italia. Non solo il Fmi non dischiuse le valutazioni favorevoli sull’Italia ma chiese, con il sostegno tacito della Germania, un monitoraggio rafforzato sull’Italia, strumento che dal 2004 a oggi è stato utilizzato solo per Nigeria e Giamaica. Tale mossa, nelle intenzioni dell’alta direzione del Fmi e della Germania, doveva essere il precursore per costringere l’Italia ad accettare un «programma» di circa 90 miliardi: non tanto per rifinanziare il debito pubblico italiano, ma finalizzato a mettere sotto controllo totale (un prestito serve ad imporre condizioni) le decisioni economiche e di bilancio del governo italiano. Infatti nel vertice G20 di Cannes, nel novembre 2011, Lagarde annunciò una nuova forma di prestito (Precautionary and Liquidity Line; PLL) che molti analisti e giornalisti – si vedano le agenzie Bloomberg e Reuters di quel periodo – valutarono concepita specificamente per mettere in gabbia l’Italia. Secondo motivo. Il governo italiano non intervenne a sostegno degli analisti che volevano ripristinare la verità tecnica sull’Italia e questi, non sentendosi sostenuti dal governo interessato, smisero di insistere. Ed è ancora così, misteriosamente.

    Tesi tedesca - Da allora le pubblicazioni ufficiali del Fmi tendono fedelmente a riflettere la posizione tedesca sull’Italia: consolidamento fiscale e riforme strutturali in tempi ed intensità insostenibili. Non trovano spazio in tali pubblicazioni le analisi interne del Fondo che mostrano come nella crisi dell’euro l’effetto contagio sia dirompente; come i tassi italiani si muovano in risposta ad analoghi movimenti di quelli spagnoli. Se si fosse dato spazio a queste analisi, la conclusione sarebbe stata che l’Italia era vittima di contagio e che avrebbe dovuto beneficiare del supporto sistemico della Bce, cosa che la Germania assolutamente non voleva. Nelle analisi pubblicate, inoltre, non vi è traccia delle preoccupazioni dello staff per gli alti tassi di interesse italiani che, lungi dal facilitare le riforme, ne ostacolano la loro realizzazione proprio per mancanza di accesso ai mercati a costi sostenibili. Ugualmente, non vi è alcuna critica pubblica o semipubblica alla Bce, che, invece, dallo staff Fmi viene percepita come elemento del problema, non della soluzione. Anzi, in ossequio alla volontà tedesca, la Bce viene inserita nella troika che impone e controlla la condizionalità dei Paesi membri dell’euro, un fatto assolutamente inedito nella storia del Fmi e che trova la ferma opposizione degli Stati Uniti. In tutte le pubblicazioni, con l’eccezione – per altro insufficiente - dell’ultimo numero del Fiscal Monitor, non vi è alcun tentativo di analizzare in forma separata e specifica l’Italia che, invece, viene sempre appaiata alla Spagna o ad altri Paesi periferici. Quest’approccio metodologicamente infondato e politicamente distorto, in quanto i problemi dell’Italia sono diversi dagli altri, nonché molto minori, continua in questi giorni in cui l’Italia continua a essere associata alla Spagna senza che si faccia chiarezza sul percorso di riforme intrapreso da Roma in una condizione strutturalmente molto più solida rispetto a quella di Madrid.

    Colpe e assedi - L’Italia è certamente colpevole di disordine economico, per esempio la lentezza delle riforme e l’inconsistenza di gran parte dei politici, partiti e sindacati. Inoltre non possiamo nasconderci che nel 2011 ha perso credibilità in modo totale. Ma i suoi fondamentali sono decenti, ha fatto riaggiustamenti economici, pagati con il sangue del popolo produttivo, come nessuna altra nazione. E, pur se da poco, comincia a tagliare spesa pubblica invece che alzare le tasse ed a valutare, pur ancora timidamente, operazioni patrimonio contro debito. Francamente non si merita uno spread così alto e devastante né tantomeno che le valutazioni del Fmi non riconoscano gli aspetti positivi e specifici della nazione. Si tratta di guerra economica condotta dalla Germania contro l’Italia, per indebolirla e meglio condizionarla, o solo di una diversità o di errori analitici, per la loro tipica ansia che distorce le visioni, dei tedeschi? Alcuni indizi fanno propendere per la prima ipotesi, dal momento che sono in atto tentativi di conquista di posizioni di controllo nei settori industriali, dell’energia (Ansaldo) e bancario e forti compressioni della presenza italiana nei mercati esteri.

    Linea prudente - Il governo Monti non vuole rispondere, e un suo esponente mi ha suggerito di non portare questo tema sulla stampa dopo un primo articolo pubblicato su Il Foglio, perché sta tentando una strategia non conflittuale di convincimento della Germania, nella paura che Berlino possa «catastrofarci» se la denunciamo e sfidiamo. O preferisce tenere nascosti i difetti di gestione dell’immagine italiana presso il Fmi e altrove? Per questo chiedo alle Commissioni parlamentari Esteri e Difesa, se possibile in sessione congiunta in quanto il problema è di sicurezza nazionale, di chiamare in audizione chi può dettagliare ed espandere gli indizi qui riferiti per decidere se siamo oggetto di un attacco o meno e se, in caso, il governo sia attrezzato per la giusta difesa. Secondo me la nazione è sotto attacco e dovrebbe reagire con massima durezza e determinazione. Ma è meglio che siano le istituzioni ad accertarlo in modi approfonditi, vigileremo che lo facciano.

    www.carlopelanda.com

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    ATTENTA GERMANIA CHE L'ITALIA POTREBBE USCIRE DALL'EURO

    domenica 15 luglio 2012


    Nel clima di sospensione di ogni democrazia sostanziale nel paese, giovedì il Senato ha ratificato il cosiddetto fiscal compact con la medesima (vergognosa) maggioranza bulgara che aveva approvato l’inscrizione del pareggio di bilancio in Costituzione. Ora la parola passa alla Camera. Non sembra che, con l’eccezione de il manifesto, gli organi di informazione abbiano cercato di spiegare ai cittadini cosa fosse in ballo, e pour cause.

    Il fiscal compact, concordato lo scorso marzo dall’Unione europea, con l’eccezione del Regno Unito, prevede una serie di misure fiscali vincolanti: a) pareggio di bilancio (oltre alla menzionata iscrizione in Costituzione) con l’obbligo di meccanismi automatici di riequilibrio, come l’aumento automatico dell’Iva; b) l’obbligo per i Paesi con un debito pubblico superiore al 60% del Pil di rientrare entro tale soglia in 20 anni ad un ritmo pari a un ventesimo all’anno, come già definito nel precedente Accordo di Stabilità e Crescita (sic), «six-pack», entrato in vigore a fine 2011; c) misure di sorveglianza e punitive in caso di inadempienza. L’adesione al fiscal compact è necessaria per poter accedere ai fondi Mes (Meccanismo europeo di stabilità) la cui inutilità, nella forma attuale, per abbattere i famosi spread è stata ricordata da Pastrello ieri. Disattendendo le promesse elettorali, a cui solo gli ingenui hanno creduto, anche Hollande si appresta ad approvare il fiscal compact.

    Alla luce del rapido deterioramento delle prospettive economiche e occupazionali del paese causate dalle politiche di austerità, gli effetti devastanti che la pervicace applicazione dei diktat europei sono sotto gli occhi di tutti, senza che, grottescamente, gli obiettivi di bilancio vengano peraltro raggiunti. Il Fondo monetario internazionale prevede, infatti, lo sforamento degli obiettivi di disavanzo, l’aumento del rapporto debito/Pil, tutto questo in un’economia in recessione che sta arretrando di decenni a vista d’occhio. L’operazione di Monti basata sull’idea che a colpi di manovre fiscali il paese potesse recuperare «credibilità», diminuire gli spread e ritornare su un sentiero di crescita si è rivelata fallimentare. Del resto questa era la politica, per dirne una, adottata dal Presidente de la Rua prima del fallimento di quel paese (le cronache del 2001 ci narrano che dovette fuggire in elicottero dal paese per evitare il linciaggio).

    La questione è che il nostro paese non ha davanti solo uno scontro in sede europea con una Germania chiusa a ogni soluzione ragionevole e possibile della crisi e che sta trascinando il proprio popolo su posizioni a un passo dalla xenofobia. L’altro scontro è con i disegni di restaurazione liberista di Mario Monti, e di chi lo asseconda. In fondo in Europa si accetta quello che si decide di accettare (e chi accetta è connivente). Se egli è tornato dallo scorso vertice col biblico piatto di lenticchie, come prontamente abbiamo denunciato su queste colonne, si vede che in fondo così gli andava bene. Così si è permesso un farneticante attacco alla concertazione (altro che imitazione del modello partecipato tedesco!), la manovra ammazza-sanità, ulteriore capitolo di una manovra infinita.

    Sindacato e stato sociale sono per Monti e per chi lo appoggia le cause di fondo della crisi italiana. Eppure armi di contrattazione l’Italia ne avrebbe. Così suggeriva giovedì uno studio di Merril Lynch per il quale l’Italia sarebbe nelle condizioni di uscire dall’euro e di avvantaggiarsene – a differenza della Spagna, incapace di navigare da sola, e della Germania che avrebbe tutto da perdere dalla rinnovata sfida industriale italiana.

    Però a una minaccia si deve credere: cara Germania, o cambi politiche, oppure piuttosto che una rottura catastrofica dell’euro verso cui le politiche attuali non possono non portare, meglio un’uscita ordinata dell’Italia, meglio anche per voi. Si è sinora sostenuto che di una fuoriuscita italiana non si potesse parlare, pena la turbativa dei mercati. Temiamo che a questo punto la turbativa ai mercati provenga dalle politiche di austerità, termine ormai troppo blando perché vedremo il paese impoverirsi a vista d’occhio, e non dall’apertura di un dibattito democratico in cui al paese si dica la finalmente verità e lo si chiami a scegliere.

    Dov’è una sinistra all’altezza di tale sfida?

    Sergio Cesaratto
    Fonte: www.ilmanifesto.it

    L’Italia al verde teme un’invasione di capitali tedeschi

    sabato 7 luglio 2012

    Traduzione Italiadallestero.info
    Uno studio di Deutsche Bank fa pensare ad una cospirazione. Per il risanamento del deficit pubblico italiano verranno venduti alla Germania immobili e aziende a partecipazione statale.

    Contro la Repubblica italiana è in corso una congiura. I protagonisti: antichi sospetti di capitalismo internazionale. Lo scopo dei congiurati: arraffare le ricchezze dell’Italia.

    Salvatore Cannavò editorialista de Il Fatto Quotidiano svela sul suo blog questo spaventoso scenario. L’accusa si rivolge direttamente alla cosiddetta troika – Commissione europea, BCE e FMI – e riguarda una massiccia e profonda privatizzazione dei servizi sociali e del servizio pubblico per un valore di centinaia di miliardi di euro”, scrive.

    Questi sono i piani previsti da Deutsche Bank per il Sud Europa, redatti lo scorso ottobre e giunti a conoscenza dell’autore, – “e, a giudicare dalle intenzioni, anche quelli del nostro governo”. Cannavò conclude: ” Sono decisamente evidenti le strette connessioni con gli “attacchi”dei mercati finanziari internazionali.”

    Deutsche Bank presenta il piano generale

    La storia del complotto è questa: la Deutsche Bank consegna al governo federale tedesco un piano generale su come poter spingere Italia, Spagna, Francia, alla privatizzazione delle proprietà statali. La storia fa breccia infallibilmente nello stato d’animo di un paese preda dei malumori.

    Il quotidiano ” il Fatto” è un progetto giovane e ambizioso che si presenta come uno dei pochissimi giornali italiani non finanziato dallo stato e orientato verso sinistra. Ma anche il giornale degli industriali, il rispettato quotidiano “Il Sole 24 Ore”, sembra essere stato preso in giro dai tedeschi.

    “La casa è in fiamme, il tetto sta per crollare, ma Angela Merkel e il suo ministro delle finanze non se ne preoccupano”, si è letto di recente. L’accusa di stasi si trasforma in egoismo – finalmente la Repubblica federale può guadagnarci qualcosa dai problemi italiani, forse sottoforma di minori tassi di interesse applicati sui titoli di Stato italiani.

    Diamo uno sguardo al suddetto studio. In realtà, gli economisti della Deutsche Bank fanno che quello che fanno gli economisti e che viene pubblicato quotidianamente in dozzine di articoli: discutono sul da farsi e non nascondono quello che pensano sia giusto.

    Tesi a favore della privatizzazione

    Così fanno un gran parlare di trasformare i beni dello stato in denaro. “Le privatizzazioni possono contribuire in modo significativo al consolidamento ampiamente indicato per i bilanci pubblici dell’eurozona “, ne sono convinti Dieter Bräuninger e Henrike Steimer. Non si tratta solo di entrate quasi immediate, ma anche di un “segno di fiducia verso gli investitori”.
    Spazzano via scrupoli sulla vendita dei beni dello Stato su entrambi i fronti, in maniera quasi da manuale di ordoliberalismo. Ci sono postulati come “Lo Stato non è un imprenditore”. “Le aziende private operano in maniera più efficiente e sono più propense all’innovazione”, osservano i banchieri tedeschi – e ripropongono quindi la tendenza degli economisti impegnati in prima linea, che non consente alcuna interruzione di specifici attacchi contro il sud Europa in generale e in Italia.

    Entrambi gli economisti calcolano accuratamente, quanto e in quale paese potrebbe essere prelevato, senza vantarsi di possedere un accesso privilegiato alle informazioni: “Secondo dati ufficiali le partecipazioni azionarie dello Stato alle imprese in paesi grandi come la Francia e l’Italia, ammontano a circa il cinque per cento del PIL “.

    L’Italia possiede partecipazioni azionarie e immobili

    Così, lo Stato italiano dispone di partecipazioni statali nelle aziende per un valore da 80 fino a 140 miliardi di euro. Inoltre ci sarebbero anche edifici pubblici per un valore di 421 miliardi di euro, che non sarebbero neanche tutti in uso e che dovrebbero essere relativamente facili da vendere, sostengono gli economisti. Inoltre, definiscono proficua la privatizzazione della distribuzione dell’acqua potabile.

    I teorici della cospirazione però amano le scorciatoie nel labirinto dei pensieri. Così, nella mente di uno degli uomini più ricchi d’Italia – Silvio Berlusconi, che del resto ritiene opportuno tirare la Germania fuori dalla zona euro – l’egoismo di Berlino diventa un piano con un significato più profondo: Francesco Gaetano Caltagirone, magnate dell’industria e principale azionista nonchè vicepresidente delle generali vuole avere ben chiaro cosa c’è dietro il piano dei banchieri tedeschi “Abbiamo già capito il trucco”.

    L’Italia sta già vendendo questo e quello, anche se a causa della brutta situazione economica con limitato successo: “Siccome dalla privatizzazione della stazione ferroviaria di Gallarate ci ricaveremo poco, i tedeschi vogliono prima Eni ed Enel, e poi le altre grandi compagnie statali” ha detto Caltagirone, al quotidiano milanese “Corriere della Sera”. L’azienda di distribuzione dell’energia elettrica viene considerata la prima preda. Perché tutto quanto? “Un concorrente zoppo perde la forza per difendere i suoi gioielli.”

    Tuttavia, nello studio della DB è stata omessa l’analisi del potenziale della privatizzazione e non si trova alcun cenno al fatto che i paesi del sud Europa, che sono al verde, dovrebbero vendere la loro argenteria preferibilmente ai ricchi tedeschi. In ogni caso, la ricerca della Deutsche Bank è stata finora nota per essere considerata principale scuola di pensiero, abbastanza indipendente e slegata dal proprio Consiglio di Amministrazione – oltre che dal governo federale.

    [Articolo originale "Klammes Italien fürchtet deutsche Kapital-Invasion" di F. Eder e S. Jost]

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    CHI ha guadagnato con l'euro e chi ha perso...indovinate...

    mercoledì 4 luglio 2012


    Ecco quanto la Germania guadagna dalla crisi. Bilancia dei pagamenti più che decuplicata con l'euro.
    La Germania, quello stesso Paese che nel 1997 pagava sui Bund a 10 anni un tasso del 5,5%, non lontano dal 6,1% dei BTp di quel tempo, funziona alla grande con l'euro.
    Dal 1989 al 2000 (quindi in piena fase pre-euro) la bilancia dei pagamenti correnti della Germania era in rosso per 126 miliardi. Dal 2001 al 2012 (qundi in piena fase euro, comprendendo anche l'attuale fase di crisi dei Paesi periferici) è balzata in positivo a quota 1.791 miliardi (dati Bloomberg rilanciati dalla trasmissione televisiva "Mercati, che fare" di Banca Mediolanum). E l'Italia? Prima dell'introduzione dell'euro aveva una bilancia dei pagamenti correnti positiva (53 miliardi) contro -388 accusati nel periodo successivo.

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    Davvero il debito tedesco supererà quello italiano?

    martedì 3 luglio 2012


    La Germania, tra qualche anno, avrà un debito più alto di quello dell’Italia. Parola di Bernd Raffelhüschen, professore di Scienze finanziarie all’Università di Friburgo. E’ scritto tutto nero su bianco, tra le pagine dello studio della fondazione tedesca Stiftung Marktwirtschaft (“Economia di mercato”), presieduta dal professore tedesco. L’indagine, pubblicata a fine 2011, stila una vera e propria classifica dei debiti dei Paesi dell’Eurozona confrontando due valori, il debito esplicito e quello implicito (basandosi sui dati del 2010). Una graduatoria che passa in rassegna i 12 Stati fondatori dell’euro (esclusi gli ultimi ad essere entrati: Slovenia, Slovacchia, Estonia, Cipro e Malta).
    E’ curioso, però, il criterio che la fondazione tedesca ha utilizzato: si è tenuto conto non solo del debito pubblico tradizionalmente inteso, che la fondazione chiama “esplicito”, ma anche di quello “implicito” legato soprattutto alle pensioni in maturazione nei prossimi anni, alla spesa sanitaria, al saldo primario e via dicendo. “Sono possibili calcoli molto precisi sulla scorta dei dati ufficiali, ad esempio sul numero di persone che andranno in pensione nei prossimi anni”, spiega Raffelhüschen a Linkiesta. “Il debito implicito - aggiunge - dipende in modo decisivo dal previsto aumento delle spese legate all'invecchiamento”. E per la Germania, secondo queste proiezioni, il futuro non è dei migliori. Tenendo presente la riforma fiscale, quella pensionistica, l’aumento delle prestazioni sanitarie per alcune malattie tipiche della vecchiaia (come l’Alzheimer), il debito tedesco rischia seriamente di ingrossarsi nei prossimi anni. Un esempio: secondo il professore, nel 2050, lo Stato tedesco dovrà sborsare 1.360 miliardi di euro solo per le pensioni (di cui 870 miliardi di euro per 1,38 milioni di dipendenti pubblici). Sempre secondo la speciale graduatoria della fondazione Stiftung Marktwirtschaft, il Belpaese risulta il più virtuoso, in prospettiva, con un debito totale “presunto” di 146 punti percentuali sul Pil: il risultato è dato dalla somma del debito esplicito del 118,4%, aggiunto a quello implicito pari al 27,6%. Seguono Germania (192,6% la somma dei due debiti) e, a completare il podio, la Finlandia (195,2%). Ma ha senso sommare questi due debiti per avere un indicatore attendibile?
    “Sono due categorie logiche assolutamente differenti e non si possono sommare”, precisa a Yahoo! Paolo Guerrieri, professore ordinario di Economia politica a La Sapienza di Roma. “Sarebbe come comparare le mele con le pere, non si capisce il motivo per cui dovrebbero essere messe insieme. Stiamo parlando di due concetti completamente diversi. Sul debito esplicito si esprimono i mercati, quello implicito è basato su stime e proiezioni”. Quindi, per capire meglio, cosa si intende per debito implicito? “E’ un valore che non può essere definito – continua il professore -, anche perché fa riferimento al Welfare del Paese in questione. Ci sono troppi criteri legati alla soggettività di chi lo vuole calcolare (come, ad esempio, il sistema pensionistico, quello sanitario e il saldo primario, ndr), con margini di oscillazione grandissimi”. Mentre per determinare il debito pubblico – quello esplicito per intenderci – entrano in gioco parametri rigidi e assolutamente precisi. “Questo debito è trasparente e si ottiene utilizzando dei criteri decisi dall’Eurostat”, aggiunge Guerrieri. “Ed è l’unica grandezza certa che viene tenuta in considerazione dai mercati. Perché, sia ben chiaro, la vera dimensione del debito di un Paese non è data dalla somma di questi due debiti, come sostenuto nel rapporto Stiftung Marktwirtschaft. E’ giusto ribadirlo, non ha alcun senso sommarli”.
    Immaginare che tra quarant’anni, però, l’Italia possa avere un debito pubblico più leggero della tanto rigorosa Germania, è un’idea che continua ad esercitare un discreto fascino. Semplicemente, oggi non si può conoscere il futuro e i mercati ragionano su di un arco temporale molto più ristretto. “Nessun operatore di mercato – rincara il professore – terrà mai in considerazione il valore ottenuto dalla somma dei due debiti. Comparare, invece, diversi sistemi di Welfare è utile per avere indicatori economici ulteriori e per abbozzare una previsione sul futuro, ma senza avere nessuna certezza dell’impatto sul debito”. A qualcuno potrebbe anche venire in mente che l’Italia ha un debito pubblico pari al 120% del Pil, mentre il Giappone, che se la passa sicuramente meglio di noi, arriva a toccare la soglia del 200%. Come è possibile? “Anche in questo caso il debito implicito non c’entra niente – conclude Guerrieri – e non importa a nessuno. Per analizzare i debiti di Italia e Giappone, bisognerebbe iniziare a parlare di sovranità monetaria”. Un argomento quasi “tabù” nell’area euro; da queste parti si è più propensi a discutere di debiti. Impliciti od espliciti che siano.

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    GERMANIA: SE USCITE DALL'EURO CI ROVINATE!

    venerdì 22 giugno 2012



    Siamo entrati nell'euro per mano dei tedeschi, anche se non avevamo le carte in regola, dopo avere accettato un progetto di deindustrializzazione che ha reso poveri noi e ricchi loro. Lo dice chiaramente Nino Galloni, altissimo funzionario del tesoro all'epoca del sesto Governo Andreotti, in questa intervista. E ora non usciamo dall'euro per non distruggere Berlino. Lo dice altrettanto chiaramente questo articolo dello Spiegel, datato 13 giugno 2012, di cui riporto un estratto:
     Con un’uscita dall’Euro e un taglio netto dei debiti la crisi interna italiana finirebbe di colpo. La nostra invece inizierebbe proprio allora. Una gran parte del settore bancario europeo si troverebbe a collassare immediatamente. Il debito pubblico tedesco aumenterebbe massicciamente perché si dovrebbe ricapitalizzare il settore bancario e investire ancora centinaia di miliardi per le perdite dovute al sistema dei pagamenti target 2 intraeuropei. E chi crede che non vi saranno allora dei rifiuti tra i paesi europei, non s’immagina neanche cosa possa accadere durante una crisi economica così profonda. Un’uscita dall’euro da parte dell’Italia danneggerebbe probabilmente molto più noi che non l’Italia stessa e questo indebolisce indubbiamente la posizione della Germania nelle trattative. Non riesco ad immaginarmi che in Germania a parte alcuni professori di economia statali e in pensione qualcuno possa avere un Interesse a un crollo dell’euro.  [Spiegel Online: Kurz vor dem Kollaps] (traduzione: Francesco Becchi)
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    LA GERMANIA E QUEL PIANO PER DISTRUGGERE GLI STATI DEL MEDITERRANEO: ALTRO CHE RISANAMENTO!

    domenica 10 giugno 2012

    ALTRO CHE RISANAMENTO!IL PIANO DI RINASCITA TEDESCO PER GLI STATI DEL MEDITERRANEO PARE SEMMAI UNA MANNAIA.NON SOLO PREVEDE LA VENDITA DELL'ORO PER ACCEDERE AGLI EUROBOND,MA ANCHE NUOVI TAGLI AI SALARI,SFRUTTAMENTO MASSIVO DEI LAVORATORI E DIRITTI ZERO.INSOMMA SE PENSAVI CHE LA GERMANIA ERA UN PAESE MODELLO,E' IL MOMENTO DI CAMBIARE IDEA.QUELLO TEDESCO E' UN MODELLO DA INCUBO!
    Germania, il piano in sei punti per lo sfruttamento dei lavoratori in Europa

    E' ormai prassi comune distruggere i salari e i diritti dei lavoratori, avviando una procedura fallimentare. Il caso più noto è quello del colosso americano delle auto General Motors, che ha licenziato 30.000 lavoratori, ha dimezzato i salari dei nuovi assunti, e ha tagliato i benefici dei pensionati. Se il governo tedesco farà a modo suo, questa procedura verrà applicata a interi paesi.
    Secondo un rapporto della rivista Der Spiegel, la cancelleria di Berlino ha elaborato un piano in sei punti per "riforme strutturali" di vasta portata in Grecia e in altri paesi fortemente indebitati dell'Unione Europea. Il piano prevede la vendita delle imprese statali, lo sventramento dei diritti di tutela dell'occupazione, la promozione di un settore del lavoro a bassi salari, la rimozione dei vincoli sulle imprese, e la creazione di zone economiche speciali e agenzie di privatizzazione sul modello della tedesca Treuhand.
    Il portavoce del governo tedesco Steffen Seibert non ha confermato il piano, ma neanche l'ha negato. Secondo Der Spiegel, costituirà la base per i negoziati al cosiddetto "summit sulla crescita" Dell'Unione Europea a fine giugno. Der Spiegel scrive che il cancelliere Angela Merkel accoglierà la richiesta di una politica di crescita dal neoeletto presidente francese Francois Hollande, "applicando il principio dei combattenti di judo: utilizzare lo slancio dell'avversario per sferrare il proprio attacco"
    Se la Merkel farà a modo suo, la "crescita" sarà realizzata interamente attraverso lo sfruttamento intensivo dei lavoratori e non con un eventuale piano di rilancio economico e aumento delle spese sociali. Lei ritiene che Hollande sarà aperto a queste proposte, in quanto il vertice UE avrà luogo dopo le elezioni parlamentari francesi del 17 giugno e il nuovo presidente francese non sarà più vincolato alle opinioni degli elettori o alle sue promesse elettorali.
    Il governo tedesco sta cercando di imporre livelli di sfruttamento simili a quelli attualmente esistenti solo nei paradisi del lavoro a basso costo dell'Europa orientale e asiatici come la Cina e il Vietnam. Le zone economiche speciali hanno svolto un ruolo cruciale nell'emergere della Cina come la più grande fabbrica di sfruttamento del mondo. Queste zone libere esentano le aziende dal pagamento delle tasse o dall'osservanza delle disposizioni ambientali e degli standard di lavoro, riducendo i lavoratori allo status di poveri schiavi industriali.
    Il modello per le agenzie di privatizzazione consigliato dagli esperti presso la Cancelleria è la Treuhand, che ha distrutto il paesaggio industriale della Germania dell'Est dopo il crollo del regime stalinista nel 1989. Gestita da confidenti delle grandi imprese e delle banche accuratamente scelti e senza rispondere ad alcun organismo democratico, la Treuhand ha deciso il destino di milioni di persone. Ha svenduto 8.500 aziende con 45.000 strutture a prezzi stracciati o semplicemente le ha chiuse. Solo una piccola frazione degli originali 4 milioni di posti di lavoro industriali sono rimasti.
    Il piano in sei punti elaborato dalla cancelleria è incompatibile con la sovranità nazionale o la democrazia. Il quotidiano Tagesspiegel ha intervistato vari esperti tedeschi di economia che sono stati brutalmente sinceri nell'esprimere le loro opinioni sulle prospettive future per la Grecia.
    Thomas Straubhaar, direttore dell'Istituto di Economia Internazionale di Amburgo, ha chiesto l'istituzione di un "protettorato europeo" sulla Grecia. Ha detto che qualunque sia l'esito delle prossime elezioni del 17 giugno in Grecia, il paese resterebbe uno "stato fallito", senza "la forza di ricominciare da sola."
    Il termine "protettorato" evoca ricordi orribili. L'imperialismo britannico si riferiva alle sue ex colonie come protettorati quando consentiva a burattini locali, come in Egitto e in diversi emirati del Golfo, di giocare a fare i capi di stato. Nel periodo antecedente la seconda guerra mondiale il termine divenne famoso dopo l'occupazione nazista della Cecoslovacchia e la creazione del Protettorato di Boemia e Moravia.
    Il fatto che questo termine venga re-introdotto nel vocabolario ufficiale rivela ciò che i circoli dirigenti della Germania e dell'Europa hanno in mente. Il dibattito sulle zone economiche speciali e sui protettorati si svolge sullo sfondo di un peggioramento della crisi economica.
    Come risultato del programma di austerità dettata dalla troika - UE, Fondo monetario internazionale (FMI) e Banca centrale europea (BCE) - l'economia greca è in caduta libera. Il paese è ora al suo quinto anno di recessione. Le piccole e medie imprese sono al collasso. La loro associazione imprenditori prevede che, solo quest'anno, 61.000 imprese chiuderanno, si perderanno 240.000 posti di lavoro. L'industria del turismo, che rappresenta uno su cinque dei posti di lavoro greci, ha visto una perdita dei ricavi del 45 per cento nell'ultimo anno.
    Le banche del paese sono al collasso, perché i mutuatari non possono più rimborsare i loro prestiti e gli investitori e i correntisti stanno ritirando i loro soldi. Gli esperti parlano di un assalto "al rallentatore" alle banche che minaccia di propagarsi in Spagna e in Italia. Dall'inizio della crisi, privati ​​cittadini e imprese hanno ritirato 63 miliardi di euro dai conti greci, vale a dire, un terzo dei depositi totali. Dalla metà dello scorso anno, 100 miliardi di euro sono stati ritirati dalle banche spagnole e 160 miliardi di euro dalle banche in Italia.
    In queste circostanze, la classe dirigente sta arrivando alla conclusione che non può più permettersi il lusso della democrazia. Funzionari importanti come il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble e il capo del Fondo Monetario Christine Lagarde minacciano il popolo greco di immediata bancarotta dello Stato se il 17 giugno voterà a favore di partiti che chiedono un ammorbidimento delle politiche di austerità dettate dalle banche attraverso la troika.
    Allo stesso tempo, l'Unione Europea si prepara alla bancarotta nazionale greca e all'uscita della Grecia dall'euro. L'Euro Working Group, un comitato dei ministri delle finanze di tutti i 17 paesi dell'area euro, ha ordinato a tutti i governi di preparare piani di emergenza per un'uscita della Grecia dall'euro. Nella stessa Grecia, la classe dirigente sta preparando segretamente piani per utilizzare l'esercito per schiacciare l'opposizione popolare alle misure di austerità.
    La Grecia, non lascia dubbi su cosa sta di fronte alla classe operaia in tutta Europa. Quasi quattro anni dopo lo scoppio della crisi finanziaria globale, le strutture democratiche sono al collasso ed i rappresentanti delle élite finanziarie e societarie stanno difendendo il loro dominio con attacchi interminabili sui salari, posti di lavoro e programmi sociali.
    La classe operaia può contrastare questa offensiva solo serrando i ranghi a livello internazionale e lottando per un programma socialista. Il compito non è quello di riformare l'Unione europea, ma di mobilitare la classe operaia per abbatterla e sostituirla con gli Stati Uniti Socialisti d'Europa.

    Fonte: Global Research
    Traduzione: Anna Moffa per ilupidieinstein.blogspot.it


    CRISI ECONOMICA:VERTICE MERKEL-MONTI.IL PREMIER:SUPERATA LA FASE PIU' CRITICA.

    martedì 13 marzo 2012


    di Free Italy 
    Crisi economica,ecco l'ennesimo vertice Germania Italia.Temi del vertice:la crescita,la governance europea, il fondo salva-Stati.Ecco cosa ha dichiarato il premier a margine dell'incontro:
    Con Angela Merkel ci siamo soffermati sul fatto che in questa fase della vita europea, nella quale la crisi finanziaria più acuta sembra decisamente superata, non ci si può comunque rilassare. [...]
    Abbiamo fatto un giro d'orizzonte sulle tematiche europee complessive non solo economiche e finanziarie. In questa fase della vita europea in cui la crisi più acuta sembra decisamente superata, non ci si può rilassare, nè dal punto di vista delle politiche interne, nè dal punto di vista delle politiche europee. Occorre che l'Unione europea entri in una fase nella quale presti attenzione all'occupazione, soprattutto quella giovanile.[...]Abbiamo espresso il comune interesse affinchè nei nostri rispettivi parlamenti venga ratificato il fiscal compact, meccanismo di stabilità europeo, abbiamo immaginato modalità per lavorare congiuntamente.
    [...]La sfida continua.L'Italia non ha superato l'emergenza, siamo ancora impegnati. La crisi,stava trasportando l'Italia verso la penisola ellenica, e questo l'abbiamo superato, ma il compito non è esaurito.
    Monti ha inoltre annunciato la nascita di una stretta collaborazione con la Germania:
    Abbiamo deciso di cooperare strettamente su alcuni strumenti per la politica della crescita in particolare servizi, mobilità del lavoro, innovazione, vogliamo tenere ferma la stabilità di bilancio, accentuare l'orientamento alla crescita e farlo in modo integrato.
    Ecco invece quali sono state le parole della cancelliera tedesca:

    Grazie per l'ospitalità i nostri Paesi hanno una grande amicizia e nelle ultime settimane abbiamo seguito con molta attenzione le riforme coraggiose che l'Italia ha attuato.[...] Porteremo avanti questi dibattiti, vorrei chiarire che l'Italia e la Germania collaborano in maniera forte, a giugno parleremo ancora insieme della crescita economica, della disoccupazione giovanile. Abbiamo delle convinzioni specifiche a riguardo che non devono rimanere isolate, bisogna dare delle possibilità alle persone che non hanno un lavoro. E poi abbiamo parlato delle questioni di politica estera, in particolar modo del caso Siria e del programma nucleare, credo che Italia e Germania abbiano intenti simili. Sarò felice di portare avanti questi dibattiti. [...] Dobbiamo nel giro di qualche anno rispondere alla domanda che ci fa il mondo: come si è profilata questa crisi e come vogliamo venirne fuori? C'è bisogno di fare i compiti, le istituzioni europee devono essere rese più forti e in futuro dobbiamo cooperare di più su temi che riguardano l'innovazione.
    La cancelliera ha anche parlato dei problemi del belpaese(ovviamente neanche una parola sui banchieri che vogliono ridurci in mutande):
    Ogni Paese nell'Unione europea dovrà impegnarsi, ci sono grandissime sfide davanti a noi. Ci sono squilibri da superare che sono degli indici del fatto che non siamo ancora nel perfetto equilibrio in cui dovremmo essere. Abbiamo chiarito il nostro rapporto con la Grecia, la stabilità di un Paese vale per la stabilità di tutti i Paesi. Ma ora bisogna riconquistare la fiducia dei mercati.
    E il premier(non siamo sorpresi) dà ragione alla Merkel:
    Ha ragione la cancelliera sulla sfida continua. L'Italia non ha superato nemmeno l'emergenza, siamo ancora molto impegnati nel mettere al sicuro il nostro Paese dal punto di vista finanziario. Certamente abbiamo arrestato la tendenza in direzione sud-orientale che stava trasportando la penisola italica verso la penisola illenica. Ma i compiti non sono ancora finiti.
    Segnatevi bene queste parole cari lettori di Free Italy: "L'Italia non ha superato nemmeno l'emergenza, siamo ancora molto impegnati nel mettere al sicuro il nostro Paese dal punto di vista finanziario."Purtroppo il peggio non è passato anzi,questa è solo l'inizio.Perchè come disse Rockefeller per instaurare il nuovo governo mondiale serve soltanto una grande crisi.Una crisi che ci faccia patire lacrime e sangue,fino a morire la fame.E non pensate che avranno pietà di noi:la Grecia insegna,ci spenneranno fino all'ultimo.E allora leggete bene tra le righe di queste dichiarazioni e traete le giuste conclusioni...

    Free Italy

    FONTI 1 2

    GERMANIA E FRANCIA OBBLIGANO LA GRECIA AD ACQUISTARE LE LORO ARMI IN CAMBIO DEGLI AIUTI..

    lunedì 13 febbraio 2012

    Le pressioni di Berlino sul governo di Atene per vendere armi sono state denunciate nei giorni scorsi da una stampa tedesca allibita per il cinismo della Merkel, che impone tagli e sacrifici ai cittadini ellenici e poi pretende di favorire l'industria bellica della Germania.L'ex premier Papandreou ha dovuto,invece, pagare pegno anche a Sarkozy. Durante una visita a Parigi nel maggio scorso ha firmato un accordo per la fornitura di 6 fregate e 15 elicotteri. Costo: 4 miliardi di euro. Più motovedette per 400 milioni di euro.


    di Byoblu 
    11 milioni di persone ridotte in schiavitù dall'asse franco-tedesco, i cui sistemi bancari detengono rispettivamente 47,9 e 18,6 miliardi di dollari di debito greco. Le pretese che la troika Bce-Fmi-Ue, per mano del suo fantoccio Papademos, ha fatto approvare sono da bollettino di guerra. Drastica deregulation del mercato del lavoro. Una diminuzione di oltre il 20% del salario minimo garantito. 150mila lavoratori licenziati, di cui 15mila subito. Taglio netto delle pensioni. Drastica economia di spesa, soprattutto sui farmaci, sugli ospedali e sulle autonomie locali. Vendita delle quote pubbliche in petrolio, gas, acqua e lotteria.

    Fame nera. In cambio di cosa? Di 130 milardi di aiuti e di una rinegoziazione del debito con le banche estere del 70% in meno. Siamo sicuri che siano aiuti? Il debito pubblico greco ammonta a 365,6 miliardi di euro. Con l'abbattimento dei crediti bancari potrebbe scendere a 265. Con i 130 miliardi di prestiti (+ 15 salva banche) correrebbe nuovamente verso i 400. Nuovo debito per dare l'illusione di liberarsi di quello vecchio.

    E intanto i creditori continuano a fare affari. Nel 2012 la spesa militare ellenica ammonterà a 7 miliardi di euro. La gente è disperata ma si dilapideranno 7mila mlioni di euro. A vantaggio di chi? Ma della Merkel e di Sarkozy, naturalmente. Armi vecchie, di seconda mano, in cambio di nuovo debito.

    La Grecia è ormai ridotta ad area periferica di sfruttamento, estrazione e colonizzazione. E indovinate chi si era opposto? Papandreou. Quello che aveva anche osato parlare di referendum. Quello subito rimosso e sostituito dal banchiere della Commissione Trilaterale, amico di Monti, che a sua volta sta facendo più o meno le stesse cose qui da noi.

    Italiani: che aria tira, lì, sul pero? Fa un bel fresco?

    FREGATE, SOTTOMARINI E CACCIA
    Quelle pressioni di Merkel e Sarkò per ottenere commesse militari
    CORRIERE DELLA SERA - 13/02/2012 - p.5. I greci sono alla fame, ma hanno gli arsenali bellici pieni. E continuano a comprare armi. Quest'anno bruceranno il tre per cento del Pil (prodotto interno lordo) in spese militari. Solo gli Stati Uniti, in proporzione, si possono permettere tanto. Ma cosa spinge Atene a sperperare montagne di soldi? La paura dei turchi? No, è l'ingordigia della Merkel e di Sarkozy. I due leader europei mettono da mesi il governo greco con le spalle al muro: se volete gli aiuti, se volete rimanere nell'euro, dovete comprare i nostri carri armati e le nostre belle navi da guerra.

    Le pressioni di Berlino sul governo di Atene per vendere armi sono state denunciate nei giorni scorsi da una stampa tedesca allibita per il cinismo della Merkel, che impone tagli e sacrifici ai cittadini ellenici e poi pretende di favorire l'industria bellica della Germania.
    Fino al 2009 i rapporti fra Atene e Berlino andavano a gonfie vele, il governo greco era presieduto da Kostas Karamanlis (centrodestra), grande amico della Merkel. Gli anni di Karamanlis sono stati una vera manna per la Germania. «In quel periodo - ha calcolato una rivista specializzata - i produttori di armi tedeschi hanno guadagnato una fortuna». Una delle commesse di Atene riguardò 170 panzer Leopard, costati 1,7 miliardi di euro, e 223 cannoni dismessi dalla Bundeswehr, la Difesa tedesca.

    Nel 2008 i capi della Nato osservavano meravigliati le pazze spese in armamenti che facevano balzare la Grecia al quinto posto nel mondo come nazione importatrice di strumenti bellici. Prima di concludere il suo mandato di premier, Karamanlis fece un ultimo regalo ai tedeschi, ordinò 4 sottomarini prodotti dalla ThyssenKrupp. Il successore, George Papandreou, socialista, si è sempre rifiutato di farseli consegnare. Voleva risparmiare una spesa mostruosa. Ma Berlino insisteva. Allora il leader greco ha trovato una scusa per dire no. Ha fatto svolgere una perizia tecnica dai suoi ufficiali della Marina, i quali hanno sentenziato che quei sottomarini non reggono il mare. Ma la verità, ha tuonato il vice di Papandreou, Teodor Pangalos, è che «ci vogliono imporre altre armi, ma noi non ne abbiamo bisogno». Gli ha dato ragione il ministro turco Egemen Bagis che, in un'intervista allo Herald Tribune, ha detto chiaro e tondo: «I sottomarini della Germania e della Francia non servono né ad Atene né ad Ankara».

    Tuttavia, Papandreou, alla disperata ricerca di fondi internazionali, non ha potuto dire di no a tutto. L'estate scorsa il Wall Street Journal rivelava che Berlino e Parigi avevano preteso l'acquisto di armamenti come condizione per approvare il piano di salvataggio della Grecia. E così il leader di Atene si è dovuto piegare. A marzo scorso dalla Germania ha ottenuto uno sconto, invece dei 4 sottomarini ne ha acquistati 2 al prezzo di 1,3 miliardi di euro. Ha dovuto prendere anche 223 carri armati Leopard II per 403 milioni di euro, arricchendo l'industria tedesca a spese dei poveri greci. Un guadagno immorale, secondo il leader dei Verdi tedeschi Daniel Cohn-Bendit. Papandreou ha dovuto pagare pegno anche a Sarkozy. Durante una visita a Parigi nel maggio scorso ha firmato un accordo per la fornitura di 6 fregate e 15 elicotteri. Costo: 4 miliardi di euro. Più motovedette per 400 milioni di euro.

    Alla fine la Merkel è riuscita a liberarsi di Papandreou, sostituito dal più docile Papademos. E i programmi militari ripartono: si progetta di acquisire 60 caccia intercettori. I budget sono subito lievitati. Per il 2012 la Grecia prevede una spesa militare superiore ai 7 miliardi di euro, il 18,2 per cento in più rispetto al 2011, il tre per cento del Pil. L'Italia è ferma a meno dello 0,9 per cento del Pil.

    Siccome i pagamenti sono diluiti negli anni, se la Grecia fallisce, addio soldi. Ma un portavoce della Merkel è sicuro che «il governo Papademos rispetterà gli impegni». Chissà se li rispetterà anche il Portogallo, altro Paese con l'acqua alla gola e al quale Germania e Francia stanno imponendo la stessa ricetta: acquisto di armi in cambio di aiuti.

    I produttori di armamenti hanno bisogno del forte sostegno dei governi dei propri Paesi per vendere la loro merce. E i governi fanno pressione sui possibili acquirenti. Così nel mondo le spese militari crescono paurosamente: nel 2011 hanno raggiunto i 1800 miliardi di dollari, il 50 per cento in più rispetto al 2001.
    Marco Nese

    http://www.byoblu.com/post/2012/02/13/Armi-alla-Grecia-in-cambio-degli-aiuti.aspx

     
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