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    Fmi e Germania hanno truccato le carte per papparsi l'Italia

    domenica 22 luglio 2012

    L'obiettivo di Berlino è metterci in ginocchio per controllare i nostri gioielli: energia, industria e banche




    di Carlo Pelanda
    Da un paio di mesi sto cercando di capire perché il costo di rifinanziamento del debito italiano sia il doppio di quello che sarebbe giusto in base ai dati economici fondamentali ed alle azioni recenti del governo. Il Centro studi di Confindustria stima che il differenziale realistico – appunto, basato sull’analisi dei fondamentali – tra titoli di debito italiani e tedeschi (spread) dovrebbe essere di 164 punti e non di quasi 500. E avverte che se i tassi teorici e reali convergessero, l’Italia, nel medio termine, tornerebbe in crescita invertendo la tendenza recessiva e, soprattutto, la crisi del credito, e bancaria, che dipende direttamente dall’eccesso di sfiducia sul nostro debito. Se non convergeranno, invece, la recessione sarà devastante, in avvitamento.

    Per evitare tale scenario catastrofico - Confindustria ritiene necessario uno scudo anti-spread più efficace di quello ora in discussione nelle sedi europee. Sensato. Ma l’efficacia dello scudo anti-spread risentirà comunque dell’opinione del mercato in relazione all’Italia. Con questo in mente ho chiesto spiegazioni ai principali attori del mercato finanziario. La risposta concorde è stata: leggiti cosa scrive il Fondo monetario sull’Italia, che è la fonte dati principali a cui si ispirano tutti quelli che devono valutare i rischi sovrani, e, visto che sei del mestiere, capirai perché pretendiamo un premio di rischio del 6% e oltre per comprare titoli decennali di debito italiano, e perché siamo incerti se acquistarli o meno. Ma è immotivato l’eccesso di negatività del Fmi sull’Italia, ho risposto. Prova che sbaglia, hanno ribattuto scettici. Per questo sono andato a confessare parecchi analisti e funzionari del Fondo, raccogliendo le confidenze che qui sintetizzo.

    L’estate rovente - Nella tarda primavera del 2011, quando la crisi si estese all’Italia, una parte dello staff del Fmi, in particolare quello di nazionalità italiana, voleva che il Fondo rendesse pubbliche le analisi sulla sostenibilità del debito e sui fondamentali dell’economia italiana che non giustificavano l’inasprirsi della pressione dei mercati e il conseguente innalzamento dello spread. Questa posizione uscì sconfitta per due motivi. Primo, si formò un asse occulto tra il direttore generale Lagarde e il rappresentante tedesco presso il Fmi, con la benedizione di quello francese, volto a mantenere altissima la pressione sul’Italia. Non solo il Fmi non dischiuse le valutazioni favorevoli sull’Italia ma chiese, con il sostegno tacito della Germania, un monitoraggio rafforzato sull’Italia, strumento che dal 2004 a oggi è stato utilizzato solo per Nigeria e Giamaica. Tale mossa, nelle intenzioni dell’alta direzione del Fmi e della Germania, doveva essere il precursore per costringere l’Italia ad accettare un «programma» di circa 90 miliardi: non tanto per rifinanziare il debito pubblico italiano, ma finalizzato a mettere sotto controllo totale (un prestito serve ad imporre condizioni) le decisioni economiche e di bilancio del governo italiano. Infatti nel vertice G20 di Cannes, nel novembre 2011, Lagarde annunciò una nuova forma di prestito (Precautionary and Liquidity Line; PLL) che molti analisti e giornalisti – si vedano le agenzie Bloomberg e Reuters di quel periodo – valutarono concepita specificamente per mettere in gabbia l’Italia. Secondo motivo. Il governo italiano non intervenne a sostegno degli analisti che volevano ripristinare la verità tecnica sull’Italia e questi, non sentendosi sostenuti dal governo interessato, smisero di insistere. Ed è ancora così, misteriosamente.

    Tesi tedesca - Da allora le pubblicazioni ufficiali del Fmi tendono fedelmente a riflettere la posizione tedesca sull’Italia: consolidamento fiscale e riforme strutturali in tempi ed intensità insostenibili. Non trovano spazio in tali pubblicazioni le analisi interne del Fondo che mostrano come nella crisi dell’euro l’effetto contagio sia dirompente; come i tassi italiani si muovano in risposta ad analoghi movimenti di quelli spagnoli. Se si fosse dato spazio a queste analisi, la conclusione sarebbe stata che l’Italia era vittima di contagio e che avrebbe dovuto beneficiare del supporto sistemico della Bce, cosa che la Germania assolutamente non voleva. Nelle analisi pubblicate, inoltre, non vi è traccia delle preoccupazioni dello staff per gli alti tassi di interesse italiani che, lungi dal facilitare le riforme, ne ostacolano la loro realizzazione proprio per mancanza di accesso ai mercati a costi sostenibili. Ugualmente, non vi è alcuna critica pubblica o semipubblica alla Bce, che, invece, dallo staff Fmi viene percepita come elemento del problema, non della soluzione. Anzi, in ossequio alla volontà tedesca, la Bce viene inserita nella troika che impone e controlla la condizionalità dei Paesi membri dell’euro, un fatto assolutamente inedito nella storia del Fmi e che trova la ferma opposizione degli Stati Uniti. In tutte le pubblicazioni, con l’eccezione – per altro insufficiente - dell’ultimo numero del Fiscal Monitor, non vi è alcun tentativo di analizzare in forma separata e specifica l’Italia che, invece, viene sempre appaiata alla Spagna o ad altri Paesi periferici. Quest’approccio metodologicamente infondato e politicamente distorto, in quanto i problemi dell’Italia sono diversi dagli altri, nonché molto minori, continua in questi giorni in cui l’Italia continua a essere associata alla Spagna senza che si faccia chiarezza sul percorso di riforme intrapreso da Roma in una condizione strutturalmente molto più solida rispetto a quella di Madrid.

    Colpe e assedi - L’Italia è certamente colpevole di disordine economico, per esempio la lentezza delle riforme e l’inconsistenza di gran parte dei politici, partiti e sindacati. Inoltre non possiamo nasconderci che nel 2011 ha perso credibilità in modo totale. Ma i suoi fondamentali sono decenti, ha fatto riaggiustamenti economici, pagati con il sangue del popolo produttivo, come nessuna altra nazione. E, pur se da poco, comincia a tagliare spesa pubblica invece che alzare le tasse ed a valutare, pur ancora timidamente, operazioni patrimonio contro debito. Francamente non si merita uno spread così alto e devastante né tantomeno che le valutazioni del Fmi non riconoscano gli aspetti positivi e specifici della nazione. Si tratta di guerra economica condotta dalla Germania contro l’Italia, per indebolirla e meglio condizionarla, o solo di una diversità o di errori analitici, per la loro tipica ansia che distorce le visioni, dei tedeschi? Alcuni indizi fanno propendere per la prima ipotesi, dal momento che sono in atto tentativi di conquista di posizioni di controllo nei settori industriali, dell’energia (Ansaldo) e bancario e forti compressioni della presenza italiana nei mercati esteri.

    Linea prudente - Il governo Monti non vuole rispondere, e un suo esponente mi ha suggerito di non portare questo tema sulla stampa dopo un primo articolo pubblicato su Il Foglio, perché sta tentando una strategia non conflittuale di convincimento della Germania, nella paura che Berlino possa «catastrofarci» se la denunciamo e sfidiamo. O preferisce tenere nascosti i difetti di gestione dell’immagine italiana presso il Fmi e altrove? Per questo chiedo alle Commissioni parlamentari Esteri e Difesa, se possibile in sessione congiunta in quanto il problema è di sicurezza nazionale, di chiamare in audizione chi può dettagliare ed espandere gli indizi qui riferiti per decidere se siamo oggetto di un attacco o meno e se, in caso, il governo sia attrezzato per la giusta difesa. Secondo me la nazione è sotto attacco e dovrebbe reagire con massima durezza e determinazione. Ma è meglio che siano le istituzioni ad accertarlo in modi approfonditi, vigileremo che lo facciano.

    www.carlopelanda.com

    fonte

    GRECIA IL PAESE VICINO ALLA BANCAROTTA:L'EUROPA CHIEDE NUOVI TAGLI A PENSIONI,STIPENDI STATALI E ALLA SPESA PUBBLICA.IL PAESE NEL CAOS

    mercoledì 8 febbraio 2012

    CRISI GRECA,LA SITUAZIONE SI FA SEMPRE PIU' GRAVE.L'UNIONE EUROPA E IL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE CHIEDONO NUOVI SACRIFICI AD UN PAESE GIA' IN GINOCCHIO:BAMBINI DENUTRITI E SUICIDI A RAFFICA.NONOSTANTE QUESTO IL DIKTAT E' SEMPRE LO STESSO:SE VOLETE NUOVI FINANZIAMENTI DOVETE TAGLIARE SPESA PUBBLICA,STIPENDI E PENSIONI.L'ACCORDO TRA FMI,UE E GOVERNO GRECO NON E' STATO ANCORA RAGGIUNTO.OGGI POTREBBE ESSERE LA GIORNATA DECISA.VI TERREMO AGGIORNATI.

    di Free Italy
    Il governo greco non è riuscito a chiudere ieri l'accordo che gli impone la Troika,la speciale commissione formata dall'Unione Europea,Bce e Fondo Monetario Internazionale,per continuare a ricevere gli aiuti internazionali.Il tutto a margine di una giornata concitata dove numerosi rumors davano l'accordo come già siglato.Il governo greco ha deciso infatti di posticipare ad oggi la riunione cruciale tra il primo ministro Papademos e i partiti della coalizione governativa-socialdemocratici,conservatori ed estremadestra-che devono decidere il da farsi: accettare le rigide misure imposte dalla Troika o rifiutarle?Questo è quello che si chiedono i giornali tradizionali italiani ed esteri.Personalmente penso che nel momento in cui l'Unione Europea ha messo al timone della Grecia l'ex banchiere Lucas Papademos ha di fatto deciso le sorti del paese ellenico.Mi spiego: Troika e governo greco sono emanazione dello stesso potere,quello della finanza internazionale,quindi al tavolo si siederanno due amici desiderosi di portare a termine il proprio piano.Che sia quello di spellare la Grecia fino all'ultimo centesimo per poi magari farla fallire mi apre ovvio.Penso che la Grecia abbia,purtroppo,ancora qualcosa da dare e quindi le nuove misure di austerità passeranno.
    Come scrive El Pais,infatti,già nella giornata di ieri sembrava essere stato raggiunto l'accordo tra i rappresentanti del governo e quelli della Troika.Tradotto:non è saltato nulla,l'accordo è sempre lì e alla fine verrà firmato nonostante il grande malcontento che vive il popolo greco.Ma cosa chiede ancora la Troika ad un paese e ad un popolo già in ginocchio?Lo vediamo grazie ai dati molti chiari che ci fornisce El Pais.

    ECCO QUALI SONO LE NUOVE MISURE DI AUSTERITY RICHIESTE DALLA TROIKA AL GOVERNO GRECO.




    Ecco le principali richieste che quegli aguzzini usurai della Troika impongono al popolo greco:

    1. Taglio della spesa pubblica pari a 3,3 miliardi di euro.Il governo greco chiede che siano "solo" 2,3 miliardi.
    2. Drastica riduzione di salari e pensioni.La Troika impone il licenziamento di 15.000 dipendenti pubblici su un totale di 750.000.Ovviamente i sindacati sono imbufaliti e minacciano battaglia.
    Ma in cambio di quale grande regalo dovrebbero fare questi sacrifici i greci?La risposta si chiama:130 miliardi di euro.A tanto ammonta il prestito promesso dagli squali della Troika..Peccato che nonostante i 73 miliardi di prestiti la Grecia si trovi ancora nel caos e peccato che nonostante questi finanziamenti la Grecia sia sull'orlo della bancarotta.Ma cavolo bisogna agire!Infatti si teme che Atene non possa rimborsare i creditori(leggasi i banchieri) a metà marzo..Insomma tradotto spiccio spiccio:noi cittadini comuni paghiamo i debiti dei banchieri loro incassano.Nel frattempo ci impoveriamo ma continuiamo a pagare e a pagare..
    La Grecia ha tempo fino al 20 marzo quando dovrebbe rimborsare,scrive El Pais,ben 14,4 miliardi di euro.Insomma c'è tempo per massacrare i poveri fratelli ellenici.Ma Francia e Germania non contente si lamentano pure e criticano il popolo greco.Il popolo non il governo.Ecco il messaggio ignobile rivolto ai greci da Sarkozy e dalla Merkel

    I nostri amici greci devono assumersi le loro responsabilità votando le riforme su cui si sono impegnati"(Sarkozy)

    I greci devono prendersi le loro responsabilità votando le riforme su cui si sono impegnati(Merkel)
    Per fortuna c'è qualcuno nel governo greco che ha ancora gli attributi per dire le cose come stanno.Yorgos Karatzaferis, líder dell'estrema destra e del terzo partito della coalizione di governo ha criticato duramente la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Nicolàs Sarcozy accusandoli di aver creato un "Munich 2" facendo riferimento alla celebre conferenza del 1938 durante la quale Germania, Italia, Gran Bretagna e Francia firmano il Trattato di Monaco, che obbliga la Cecoslovacchia a cedere alla Germania Nazista i Sudeti, incluse le sue principali posizioni militari difensive.
    Sembra davvero di rivivere quei giorni..Tant'è che Karatzaferis attacca così:
    La Grecia deve far fronte a una compagna di umiliazione e questo governo è obbligato a tenerne conto.Non appoggerò mai un accordo che contraddica la Costituzione greco ed esigo che il Parlamento si pronunci sul fatto se le richieste imposte dall'Ue alla Grecia siano conformi ai trattati europei.
    Su quest'ultimo punto rispondo subito.Caro Karatzaferis putroppo sì sono conformi ai trattati europei ma non alla tua costituzione nè a quella italiana.La costituzione nasce per difendere i diritti umani e quelli basici di ogni individuo.I Tratti europei li calpestano..

    Ma Karatzaferis non è solo.Anche un altro deputato dimostra di avere gli attributi quando dichiara che non voterà mai a favore delle misure imposte dalla Troika."Preferisco la povertà alla schiavitù".ha dichiarato il deputato del Pasok, Jristos Magkuris.D'accordo con te Jristos!

    Intanto ieri lo sciopero di ieri è stato un successone:ha scioperato l'80% dei lavori privati e il 90% di quelli pubblici.Almeno 20.000 persone hanno manifestato per le strade di Atene al grido: "Fuori la Troika dalla Grecia!"

    Fuori la Troika dalla Grecia e che non si avvicini mai all'Italia!Anche se quest'ultimo scenario è poco probabile..Noi e gli spagnoli saremo i prossimi a meno che tu caro lettore di Free Italy e noi italiani tutti riusciamo a svegliare tutti gli italiani prima che sia troppo tardi.

    Fonte: http://politica.elpais.com/politica/2012/02/07/actualidad/1328651305_691924.html
    Traduzione: www.free-italy.info

    Free Italy

    TUTTA LA VERITA' SUL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE,LO STRUMENTO PREDILETTO DEI BANCHIERI MASSONI

    lunedì 30 gennaio 2012

    IL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE E' UN'ORGANIZZAZIONE NATA A SEGUITO DELLA CONFERENZA DI BRETTON WOODS CHE DOVREBBE PERSEGUIRE L'INTERESSE ECONOMICO MONDIALE.IN REALTA' E' UN'ISTITUZIONE NON DEMOCRATICA IN QUANTO IL SISTEMA DI VOTO PRIVILEGIA I PAESI PIU' RICCHI,MA SOPRATTUTTO PERCHE' E' MANOVRATA COME AL SOLITO DAI RICCHI BANCHIERI CHE ATTRAVERSO L'FMI IMPONGONO I LORO VOLERI AI GOVERNI DEMOCRATICAMENTE ELETTI..
    di Salvatore Tamburo
    Il Fondo Monetario Internazionale (International Monetary Fund, di solito abbreviato in FMI in italiano e in IMF in inglese) è, insieme al Gruppo della Banca Mondiale, una delle organizzazioni internazionali dette di Bretton Woods, dalla sede della Conferenza che ne sancì la creazione.
    L'Accordo Istitutivo acquisì efficacia nel 1945 e l'organizzazione nacque nel maggio 1946. L 'FMI si configura anche come un Istituto specializzato delle Nazioni Unite (ONU).

    I suoi obiettivi sono (dovrebbero essere):
    - Promuovere la cooperazione monetaria internazionale
    - Facilitare l'espansione del commercio internazionale
    - Promuovere la stabilità e l'ordine dei rapporti di cambio, evitando svalutazioni competitive
    - Dare fiducia agli Stati membri rendendo disponibili, con adeguate garanzie, le risorse del Fondo per affrontare difficoltà della bilancia dei pagamenti
    - In relazione con i fini di cui sopra, abbreviare la durata e ridurre la misura degli squilibri delle bilance dei pagamenti degli Stati membri.

    Ogni membro (attualmente 185 paesi) può accedere al credito del fondo (SBA ed EFF), in un anno, fino al massimo del 100% delle quote sottoscritte e, cumulativamente, fino al massimo del 300%; l'ammontare dei prestiti può essere elevato in casi eccezionali.
    Il Fondo Monetario Internazionale è fortemente criticato dal movimento no-global e da alcuni illustri economisti, come il Premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, che lo accusano di essere un'istituzione manovrata dai poteri economici e politici del cosiddetto Nord del mondo e di peggiorare le condizioni dei paesi poveri anziché adoperarsi per l'interesse generale.
    Il sistema di voto, che chiaramente privilegia i paesi "occidentali", è considerato da molti iniquo e non democratico. Il FMI è accusato di prendere le sue decisioni in maniera poco trasparente e di imporle ai governi democraticamente eletti che si trovano così a perdere la sovranità sulle loro politiche economiche.

    Il board esecutivo e il board dei governatori del FMI non danno a tutti i Paesi la stessa possibilità di essere rappresentati.
    L’assegnazione del numero dei voti è basata sul sistema “un dollaro un voto”, che quindi antepone la ricchezza alla democrazia. I paesi più ricchi controllano il board esecutivo sia in termini di seggi che di voti, nonostante il Fondo sia quasi completamente impegnato in Paesi a basso e medio reddito. Questo sistema, creato durante il periodo coloniale e controllato dai governi dei Paesi sviluppati, è inadeguato e necessita di essere radicalmente modificato.
    Perciò molti economisti, rappresentati del governo e associazioni chiedono una struttura del Fondo che sia realmente democratica, che abbia gli stessi standard di democrazia richiesti a livello nazionale. Per raggiungere questo obiettivo, si auspica l’adozione immediata di un sistema di voto a doppia maggioranza. Le decisioni dei board dovrebbero essere prese solo con il consenso della maggioranza dei governi membri e con la maggioranza dei voti a favore. Il sistema “un Paese, un voto” contro-bilancerebbe il sistema “un dollaro, un voto”. La combinazione dell’attuale sistema di voto con la richiesta di un accordo della maggioranza dei governi membri contribuirebbe a superare l’ineguaglianza che caratterizza il meccanismo decisionale del FMI.

    Come espresso prima Joseph Stiglitz ha apertamente criticato l’operato del Fondo Monetario Internazionale.
    Stiglitz ha rivestito ruoli rilevanti nella politica economica. Ha lavorato nell'amministrazione Clinton come Presidente dei consiglieri economici (1995 –1997); alla Banca Mondiale ha assunto la posizione di Senior Vice President e Chief Economist (1997 – 2000), prima di essere costretto alle dimissioni dal Segretario del Tesoro Lawrence Summers.
    Stiglitz esprime il suo disappunto per la politica del FMI nel suo libro intitolato "Globalization and Its Discontents" 92 ("La globalizzazione e i suoi oppositori"), dove analizza gli errori del FMI e della gestione delle crisi finanziarie che si sono susseguite negli anni novanta, dalla Russia ai paesi del sud est asiatico all'Argentina. Stiglitz illustra come la risposta del FMI a queste situazioni di crisi sia stata sempre la stessa, basandosi sulla riduzione delle spese dello Stato, una politica monetaria deflazionista e l'apertura dei mercati locali agli investimenti esteri. Tali scelte politiche venivano di fatto imposte ai paesi in crisi ma non rispondevano alle esigenze delle singole economie, e si rivelavano inefficaci o addirittura di ostacolo per il superamento delle crisi.

    Stiglitz critica il FMI su diversi punti.
    Analizzando la crisi dell’Est asiatico, Stiglitz ricorda che il 2 luglio 1997 crollò il baht tailandese che segnò l’inizio della più grande crisi economica dai tempi della Grande depressione, una crisi che partendo dall’Asia sarebbe andata a colpire anche Russia e America Latina.
    Il baht, che per dieci anni era stato scambiato con un rapporto di 25:1 rispetto al dollaro, dalla sera alla mattina subì una svalutazione di circa il 25 per cento.

    Ormai la crisi è passata ma sfortunatamente le politiche imposte dal FMI durante quel periodo tumultuoso hanno peggiorato la situazione, e in molti casi hanno provocato addirittura l’inizio di una crisi: secondo Stiglitz una liberalizzazione eccessivamente rapida dei mercati finanziari e dei capitali è stata probabilmente la causa principale della crisi, sebbene vi abbiano condotto anche alcune politiche sbagliate condotto dai singoli paesi.
    Oggi gli esperti del FMI hanno riconosciuto molti errori, ma non tutti.
    Si sono resi conto, per esempio, di quanto possa essere pericolosa una liberalizzazione troppo rapida del mercato dei capitali, ma è un cambiamento di opinione che arriva quando ormai è troppo tardi per aiutare i paesi in difficoltà.

    Nei tre decenni precedenti alla crisi, l’Est asiatico non era soltanto cresciuto più velocemente di qualsiasi altra regione del mondo, più o meno sviluppata, riuscendo addirittura a ridurre la povertà, ma aveva anche acquisto stabilità e si era salvato dagli alti e bassi che caratterizzavano tutte le economie di mercato.
    Tanto che quei risultati positivi vennero descritti come “il miracolo asiatico”.
    Quando scoppiò la crisi però il FMI e il Tesoro degli Stati Uniti fecero aspre critiche contro questi paesi, incolpandoli di avere dei governi corrotti e urgeva una riforma radicale.
    Stiglitz però si interroga: “come è possibile che le istituzioni di questi paesi abbiano funzionato così bene per tanto tempo se sono marce e corrotte?” . La risposta si evinse chiaramente dalla relazione intitolata “The East Asian Miracle” realizzata dalla Banca Mondiale su pressione dei giapponesi: quei paesi asiatici avevano avuto successo non solo malgrado il fatto di non aver seguito il diktat del Washington Consensus, ma proprio perché non li avevano seguiti; fu così evidenziato l’importante ruolo svolto dai governi.

    Mentre le politiche del Washington Consensus mettevano in risalto la privatizzazione, i governi asiatici a livello nazionale e locale davano contributi per la creazione di imprese efficienti che hanno svolto un ruolo decisivo nel successo di alcuni di questi paesi.
    Quando cominciò la crisi, l’Occidente non ne colse la gravità.
    Il FMI per risolvere la crisi impose un’impennata dei tassi d’interesse e tagli alle spese, nonché di introdurre nei paesi cambiamenti sia economici che politici.
    Il FMI stava fornendo miliardi di dollari a questi paesi, ma a condizioni di così ampia portata che i paesi che accettavano i finanziamenti finivano per rinunciare a gran parte della loro sovranità economica.

    Nonostante ciò, i programmi del FMI sono falliti: avrebbero dovuto arrestare la caduta dei tassi di interesse, che invece si sono mantenuti in discesa, senza che il mercato abbia minimamente dimostrato di aver preso atto che fosse arrivato il FMI a “salvare la situazione”. Imbarazzato dal fallimento della sua ricetta il FMI ha puntualmente incolpato il paese di turno di non aver attuato sul serio le riforme necessarie.
    Con l’aggravarsi della crisi aumentò la disoccupazione: la percentuale di disoccupati era quadruplicata in Corea, triplicata in Thailandia e decuplicata in Indonesia.
    Il rallentamento nella regione ha avuto ripercussioni globali:la crescita economica complessiva fu rallentata e, con questo rallentamento, sono crollati i prezzi delle materie prime.

    Secondo il premio Nobel americano, a generare le crisi economiche dall’Est asiatico all’America Latina, dalla Russia all’India, ritiene che la colpa vada imputata alla liberalizzazione dei movimenti di capitali. Secondo Stiglitz essa può creare rischi enormi persino in quei paesi che hanno banche forti, borse valori mature e altre istituzioni che molti di quei paesi in crisi non possedevano. Nonostante egli esempi del passato, il FMI ripropone la sua ricetta di liberalizzazione dei capitali, nella bizzarra ipotesi che questa migliorerebbe la stabilità economica attraverso una maggior diversificazione delle fonti di finanziamento. Basterebbe però analizzare i dati relativi ai flussi di capitali per rendersi conto che essi hanno un andamento prociclico, cioè defluiscono da un determinato paese in tempi di recessione, proprio quando il paese ne ha più bisogno, e affluiscono verso il paese nel periodi di rapida espansione, esasperando le pressioni inflazionistiche.

    Analizziamo due casi: la Corea del Sud dove è intervenuto il FMI e la Cina che scelse di non seguire le politiche del Fondo.

    1. In Corea il FMI, nonostante conoscesse l’eccessivo indebitamento delle aziende, insistette che fossero aumentati i tassi di interesse e ciò aumentò il numero delle aziende in crisi e, di conseguenza, il numero delle banche che si trovarono a gestire “crediti in sofferenza”. In pratica il FMI era riuscito a congegnare una contrazione simultanea tanto della domanda quanto dell’offerta.
    Il FMI si giustificava dicendo che le sue politiche avrebbero aiutato a riportare la fiducia nei mercati dei paesi colpiti. Ma chiaramente un paese in piena recessione non ispira alcuna fiducia.

    2. Confrontando quello che è successo in Cina invece, che come la Malesia scelse di non seguire i programmi del FMI, vediamo chiaramente gli effetti negativi delle politiche del FMI.
    La Cina , del resto come l’India, fu uno dei grani paesi in via di sviluppo che è riuscita ad evitare la devastazione della crisi economica mondiale introducendo dei controlli sui movimenti dei capitali.

    Mentre i paesi in via di sviluppo con mercati dei capitali liberalizzati hanno registrato un declino dei redditi, l’India è cresciuta di oltre il 5% e la Cina quasi dell’8%. Questi risultati notevoli sono stati seguiti non certo seguendo le ricette del FMI, bensì quelle dell’ortodossia economica che gli economisti insegnano da più di mezzo secolo. La Cina ha colto l’occasione di associare ai suoi obiettivi a breve termine quelli di una crescita di lungo periodo, stimolando una domanda enorme di infrastrutture.
    Conn Hallinan è analista in politica estera al Foreign Policy, ed insegnante di giornalismo all’Università della California a Santa Cruz. Hallinan scrive che l’ultima vittima in ordine di tempo del FMI sia stata appunto l’Argentina: la terza economia, per importanza, dell'America Latina è stata fatta deragliare dalle politiche del Fondo Monetario Internazionale che hanno già devastato popolazioni ed economie da Mosca a JaKarta riempiendo al contempo i forzieri delle banche e delle organizzazioni finanziarie.

    Secondo Hallinan il mito più diffuso riguardo al FMI è che si tratti di un organismo “internazionale". Infatti, ha molti membri ma gli Stati Uniti ed i suoi alleati prendono tutte le decisioni. L'Olanda, ad esempio, ha più potere di voto della Cina e dell'India. "Internazionale" sarebbe quindi una comoda finzione che permette all'organizzazione di evitare il controllo del Congresso. Quello che il FMI fa è di fare un'offerta che non è possibile rifiutare.
    Quando L’Argentina attraversò un periodo economico burrascoso all’inizio degli anni ’90, il Presidente Bush (senior) e il Fondo offrirono un prestito condizionato all’ancoraggio del Peso Argentino al Dollaro, alla totale privatizzazione di banche e servizi, alla rimozione di dazi doganali ed alla liberalizzazione della circolazione dei capitali.

    L’Argentina ha abboccato e i capitali stranieri sono affluiti. Per alcuni (i benestanti) l’economia decollò, ma legare il peso al dollaro ha reso le esportazioni argentine proibitive mentre l’inondazione di importazioni estere a basso costo ha minato la base industriale del paese: chiusura di fabbriche, diffusione della disoccupazione ed implosione del debito. La libera circolazione dei capitali ha permesso a compagnie straniere di spillare profitti all’estero ed ha aperto le porte ai “vulture funds”, che hanno acquistato gran parte del debito per fare il colpo grosso con gli elevati tassi d’interesse.
    Il fondo Toronto Trust Argentina98 ha avuto un ritorno del 79,25% sui debiti acquistati pari a trenta volte quello che avrebbe realizzato con i Bonds del tesoro statunitensi.

    L’effetto delle privatizzazioni proposte dal FMI portarono una compagnia francese ad acquistare gli acquedotti del paese e aumentare le tariffe del 400%.
    L'Argentina era guardata dal mondo come il paese dove il pensiero unico del F.M.I. e della Banca Mondiale aveva vinto. Un miracolo economico! Ma le privatizzazioni prima o poi finiscono, lo squilibrio commerciale resta, lo Stato deve drenare denaro sui mercati internazionali attraverso prestiti internazionali in valuta, ad ogni giro i tassi salgono e il rating diminuisce. I tassi alti scoraggiano l'economia e per tre anni l'Argentina va in recessione. Le Grandi Famiglie (3% della popolazione) incominciano a cambiare i pesos in dollari. Servono altri prestiti, sempre più cari.

    A questo punto scoppia la crisi finanziaria.
    Nessuno presta più soldi all'Argentina che è costretta a tagliare del 13% i salari pubblici e a bloccare totalmente la spesa pubblica. Neanche questo basta, ed ecco l'F.M.I., caritatevole, giungere in soccorso, prestando 8 miliardi di dollari . con una clausola, però, che l'Argentina aderisca al F.T.A.A. (Free Trade Area of the Americas) cioè si apra al libero scambio con gli USA.

    Doppia trappola: il deflusso di dollari non potrà che aumentare, per il libero scambio e in più si mette in ginocchio il Brasile e si fa saltare il Mercosur (il Mercato dell'America del sud).
    La crisi finanziaria argentina è solo rimandata di qualche mese: una boccata d'ossigeno per l'UBS, Citygroup e Chase Manhattan e altre grandi banche che hanno ancora qualche mese per “securizzare” i propri crediti, cioè farli scomparire nel risparmio gestito di fondi pensione. Quando la stessa cosa avvenne in Messico nel 1995 a rimetterci fu il Fondo Pensione degli Insegnanti della California! Ma ormai è fin troppo chiaro: le ricette virtuose del F.M.I. sono catastrofiche.
    Dopo il Sud Est asiatico e la Russia hanno rovinato il Sudamerica. Ma la grande fornace di Wall Street ha bisogno di capitali esteri che tengano su i corsi azionari e quindi `mors tua vita mea'!

    Meraviglie della globalizzazione dei mercati finanziari!
    Ma a dicembre del 2001 la crisi esplode senza remissione. Prima l'annuncio del default sul debito, bonds sovereign e local market instruments collocati compiacentemente sui mercati internazionali per un valore di oltre 58 miliardi di dollari vanno in default. Il Ministro dell'Economia Domingo Cavallo tentò un ultimo colpo da presitigiatore finanziario: lo Swap del debito.
    Tassi al 7% invece del 30% e più e allungamento delle scadenze. I mercati non accettano. Gli argentini così incominciano a dubitare che un dollaro valga un peso. Le banche sono prese d'assalto per cambiare pesos in dollari. I capitali defluiscono e con essi la possibilità di far fede agli impegni assunti con il F.M.I. In più la crisi riduce i profitti e i consumi. Crollano dunque anche le entrate fiscali e l'obiettivo del `deficit di bilancio zero torna ad essere quello che era sempre stato: una pura utopia. Si limita la possibilità di ritirare denaro a 1.000 dollari mese. I bancomat vengono presi d'assalto e presto vanno in Tilt. Ormai è crisi di liquidità. Il F.M.I. nega la `tranche' di oltre 1 miliardo di dollari dell'ultimo accordo di sostegno.

    Anche loro sanno che sarebbe ormai solo una goccia in un mare di debiti. Iniziano gli assalti ai supermercati e la crisi che tutti conosciamo.
    Il crac in Argentina non può essere imputato semplicemente alla corruzione nazionale ma al sistema “politico” del FMI che, invece di sostenere una partecipazione vera nello sviluppo della nazione, ha introdotto meccanismi monetaristici che hanno portato alla rovina economica il paese.
    Tra Paesi che soccombono in crisi finanziarie, c’è invece un paese che si libera dal debito nei confronti del FMI e Banca Mondiale, ovvero il Venezuela del Presidente Hugo Chàvez.
    Il paese sudamericano ha estinto il debito con il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale e adesso nutre come secondo obiettivo la costituzione del Banco del Sur.
    Il Venezuela ha recuperato interamente la sua sovranità; le sue orme potrebbero essere seguite da tanti altri paesi sudamericani od europei. Naturalmente tutto dipende se al tavolo delle trattative si indossi la veste del finanziatore pro-lobby o del debitore.

    FONTE

    BIBLIOGRAFIA
    http://bankitaliasignoraggioenwo.blogspot.com
    http://www.imf.org
    STIGLITZ J., La globalizzazione e i suoi oppositori Torino, Einaudi, Torino (2002)
    www.foreignpolicy.com
    http://www.aamterranuova.it


    L'UNGHERIA SFIDA FMI E BCE PER RIPRENDERSI LA SOVRANITA' MONETARIA,MA IL RISCHIO FALLIMENTO RESTA ELEVATO..

    venerdì 6 gennaio 2012

    Il governo ungherese denigrato e diffamato perche' prende le distanza dal FMI e
    dalla BCE.Il governo di Viktor Orbán vuole rompere con la subordinazione dei suoi predecessori ai mercati internazionali e ristabilire la sovranità economica. Ma il rischio di un doloroso fallimento è elevato.

    Il secondo regno di Viktor Orbán è contrassegnato dalla volontà di rompere l’ideologia che ha caratterizzato l’Ungheria dopo la caduta del regime comunista. Tutto quello che dice e che fa va in questa direzione. L’idea guida degli ultimi venti anni era la “modernizzazione”. “La sovranità” era invece solo un elemento di fondo, un miraggio. Lo scopo della seconda era Orbán – la prima è durata dal 1988 al 2002 – è quindi ricostruire il potere sovrano, che si sarebbe disintegrato negli ultimi otto anni [con i governo socialisti-liberali].


    L’obiettivo del suo progetto è di conseguenza la creazione di un capitalismo all’ungherese. La politica in apparenza sconclusionata del suo ministero dell’economia serve in realtà a fornirgli le munizioni per distruggere la rete che continua a tenere le redini del paese. Per il resto il progetto di Orbán è molto semplice: il capitalismo ungherese non può esistere senza capitali ungheresi, in particolare i capitali finanziari.

    Ma come sapere se il denaro, che per definizione non ha odore, è “ungherese”? In che misura una banca che ha una vasta clientela nel paese e che dà lavoro a diverse migliaia di ungheresi può essere considerata “straniera”? È semplice, secondo il “sistema Orbán” possono essere considerati ungheresi i capitali disposti a collaborare alla creazione di un capitalismo ungherese, anche se i limiti di quest’ultimo rimangono vaghi.

    Per creare questo capitalismo ci vogliono quindi delle istituzioni finanziarie – banche e assicurazioni – in grado di “invadere” i mercati. Queste istituzioni si possono creare grazie a degli investimenti diretti dello stato nelle nuove banche o attraverso l’acquisto della sua quota da parte di quelle esistenti. Una volta che saranno schierate in ordine di battaglia, si potrà cominciare a fare pressioni sugli altri attori del mercato.

    Le istituzioni finanziarie create di recente dallo stato sono tutte dirette da uomini di fiducia del primo ministro e anche se le banche austriache o tedesche possono ricomprare delle banche ungheresi, nulla vieta il contrario. Allo stesso modo “le poche istituzioni finanziarie che rimangono nelle mani dello stato” possono sempre essere ricapitalizzate. Inoltre quando sarà il momento sarà sempre possibile di procedere a un riacquisto da parte dello stato delle istituzioni che si sono sviluppate in questi ultimi anni in modo autonomo. Quando si possiedono i due terzi dei seggi al parlamento si può fare quasi tutto.

    Ammettendo quindi che queste istituzioni esistano, bisognerà trovare i capitali per procedere all’invasione programmata. Niente di più facile: lo stato dispone di molti mezzi per avvantaggiare gli attori “locali” nelle gare di appalto o facendo leva sulla regolamentazione fiscale e per spingere nelle braccia delle banche ungheresi la massa di chi cerca dei capitali. In effetti dall’autunno scorso la Pszáf [l'Autorità di sorveglianza del settore finanziario] infligge sempre più volentieri multe agli attori multinazionali. La tassa eccezionale applicata alle istituzioni finanziarie obbliga le banche straniere a trasferimenti netti di capitale nelle loro filiali ungheresi.

    Dal disfattismo all’autarchia
    Ma per ora rimangono numerosi ostacoli alla realizzazione di questo progetto. Prima di tutto le banche ungheresi non hanno abbastanza liquidità per proporre crediti in forint a un prezzo accessibile. E non saranno mai in grado di sostituire i loro concorrenti internazionali nel settore dei crediti alle imprese. I nuovi attori del capitalismo ungherese potranno entrare sul mercato solo attraverso il risparmio o l’aumento di capitale. Ma la popolazione non ha i mezzi per risparmiare; anche lo stato è pieno di debiti e le imprese sono indebitate fino al collo. In questa situazione si ha bisogno di investitori stranieri – o ungheresi – che possano essere convinti della validità del progetto di Orbán. Ma è poco probabile che questi argomenti siano stati all’ordine del giorno in occasione dei suoi recenti viaggi in Arabia Saudita e in Cina.

    Assisteremo invece all’erosione e al crollo delle difese che attualmente proteggono i proprietari del settore finanziario ungherese? È troppo presto per dirlo. Ma il recente abbassamento del rating del paese non lasciare presagire nulla di buono in questo senso. Se il rating continuerà a scendere, le vendite di titoli di stato saranno bloccate e l’euro sopra la soglia dei 300 forint e il franco svizzero a 250 saranno difficilmente alla portata degli ungheresi, per lo più indebitati in valute estere. Se invece il progetto riesce, si creerà una squadra economica favorevole a Orbán, che renderà di fatto il paese ingovernabile per chiunque altro. I politici non avranno altra scelta che scendere a compromessi con questo leviatano economico.

    Da 20 anni le élite post-comuniste e neoliberali – che sono ormai un unico fronte – si sono limitate a servire gli interessi dei capitali internazionali in cambio del sostegno morale e finanziario dell’occidente. Di fronte a questa strategia di sopravvivenza basata sul disfattismo, il progetto di Orbán corrisponde molto meglio allo stato d’animo attuale degli ungheresi, stanchi di subire passivamente. Il problema di questo progetto non è quello che gli rimproverano gli ambienti d’affari (che sono apolitici) o gli analisti liberali o di sinistra tendenti a dare un carattere eccessivamente politico alla questione. Il vero problema è che indipendentemente dalla riuscita o meno del progetto di Orbán, il risultato sarà tragico.

    Traduzione di Andrea De Ritis

    Budapest sotto pressione
    Il 21 dicembre Standard & Poor’s ha abbassato il rating del debito ungherese da BBB- a BB+, giustificando la decisione con “l’imprevedibilità della politica economica” del paese, spiega Népszabadság. S&P ha chiamato in causa in particolar modo la nuova Costituzione, che entrerà in vigore il primo gennaio, e il funzionamento della Banca centrale ungherese.

    Le modifiche alla struttura della Banca centrale hanno provocato anche la rottura dei negoziati con Fmi e Ue del 16 dicembre. Ora il governo ungherese, che ha chiesto aiuto internazionale alla fine di novembre dopo avere a lungo assicurato di non averne bisogno e di voler mantenere l’indipendenza del paese, spera che il dialogo possa riprendere a gennaio, soprattutto perché il fiorino continua a perdere terreno nei confronti dell’euro.


    DISOCCUPAZIONE AL 12% NEL 2012
    La disoccupazione prevista in Ungheria nel 2012 è del 12 % mentre già ora il 20 % della popolazione non riesce a pagare le bollette di gas acqua e corrente.

    Lo strappo del governo Orban sostenuto dai 2/3 del Parlamento è di aver posto la Banca Centrale sotto tutela del governo violandone l’indipendenza e di aver imposto la conversione in forint nazionali di tutti i crediti in valuta praticando un tasso fissato dal governo.
    Sfidando poi la commissione europea di Barroso è stata introdotta con LEGGE COSTITUZIONALE l’aliquota fiscale unica (FLAT TAX) del 16 % che difficilmente in futuro un Parlamento avrà la forza di modificare.

    La Flat Tax (13 % in Russia, 19 % in Slovacchia e 20 % in Romania) ha dato buona prova di sè essendo facile da calcolare, certa da incassare e poco onerosa sia pur favorente i ricchi che comunque qui in Occidente evadono alla grande.

    LA MANO DELLA NATO SULL'UNGHERIA
    L’Ungheria è un Paese occupato militarmente dalla NATO dove la popolazione vive ancora in miseria nonostante molte multinazionali vi abbiano delocalizzato la produzione.

    Alcuni anni fa la Electrolux in un’impresa logisticamente epica spostò nell’arco di una settimana con 180 autotreni dalla Danimarca a Jaszbéreny (30 km a est di Budapest) un’intera fabbrica di elettrodomestici. Ovvio che là sia finita anche molta produzione della Electrolux di Susegana Porcìa ecc.

    L’Ungheria è un Paese di dieci milioni di abitanti che fino alla 2. guerra mondiale comprendeva 700 mila ebrei khazari gran parte dei quali si trasferirono in Palestina, alcuni in URSS e Nordamerica. La rivoluzione dell’ottobre 1956 propugnata anche dal cardinale primate Mindzenty oltre che dagli USA/NATO dopo le aperture di Krushchev e il XX Congresso de-stalinizzatore del PCUS (una rivoluzione colorata ante litteram sia pur sanguinosa con 3000 militanti comunisti appesi ai lampioni) fu causata dalla massiccia presenza di ebrei ‘espropriatori’ alla guida del Paese e del partito comunista. Già nel 1919 il bolscevico Bela Kun (Cohen) tentò di imporre un regime comunista in Ungheria dopo la scomparsa della dinastia asburgica.

    Gli ebrei ungheresi di Palestina dopo il crollo dei regimi comunisti sono ritornati a riprendersi i loro averi e lo Stato. Il giovanissimo ex-post-comunista Gurczany ebreo (oggi ricchissimo oligarca che contestava Orban in piazza nei giorni scorsi) fu Primo ministro nell’ultimo governo che permise l’assoggettamento dell’Ungheria ai poteri mondialisti sionisti e una rinnovata infiltrazione di ebrei in tutti i gangli amministrativi e militari.

    L’oriundo finanziere ungherese ebreo George Soros lasciò l’Ungheria a diciotto anni nel 1948. Suo padre (longa manus dei Rothschild) durante la guerra si accaparrò in combutta con la Gestapo e SS le proprietà fondiarie dei suoi correligionari ebrei d’Ungheria ponendoli di fronte al dilemma : o essere internati per lavori forzati in Germania o cedere in fretta e furia la proprietà immobiliare e fondiaria a Soros in cambio di un salvifico trasferimento in Palestina con ciò realizzando il sogno sionista della creazione di Israele avvenuta nel 1947. Ancor oggi Soros è il braccio destro finanziario dei Rothschild ed Israele è la creatura dei Rothschild.

    Orban sembrava aver ottenuto un sostegno finanziario dalla Russia (Putin) ma è già rientrato nei ranghi. Pure Berlusconi osò dichiarare che la Russia poteva acquistare quote del debito italiano ma dovette lasciare precipitosamente palazzo Chigi nel giro di quattro o cinque giorni anticipando la sua uscita di scena.

    FONTE

    L'Ungheria approva legge su Banca centrale sfidando Fmi e Bce

    lunedì 2 gennaio 2012

    L'Ungheria sfida la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale e approva una legge che riduce l'autonomia della Banca centrale nazionale. Il braccio di ferro mette a rischio una richiesta di prestito del Paese a Bce e Fmi tra i 15 e i 20 miliardi di euro. Per l'istituto europeo l'indipendenza della Banca centrale è indispensabile, "nessuno può entrare nel processo legislativo del Pese" è stata la replica del governo.

    L'Islanda ha perso quello contro il FMI, vediamo dove arrivano loro.



    L'FMI METTE AL GUINZAGLIO ITALIA E GRECIA: PREVISTI TAGLI E PRIVATIZZAZIONI (VIDEO)

    martedì 15 novembre 2011

    L'intervento dell'FMI sull'economia Greca ed Italiana porterà alla privatizzazione di ogni settore della vita dei cittadini e della politica stessa. Costoro sono dei privati che si stanno arrogando il diritto di decidere le sorti di intere nazioni.

    IL GRANDE GOLPE DEI BANCHIERI: CHI SONO DAVVERO MARIO MONTI E LUCA PAPADEMOS?

    venerdì 11 novembre 2011


    Sta succedendo qualcosa. Qualcosa che va oltre la crisi economica: sembra più che altro una crisi di sovranità. E non è la questione di lana caprina che tanto sembra preoccupare i nostri editorialisti di punta, ovvero se sia giusto o meno farsi commissariare dalla UE e dall'FMI rinunciando così - formalmente e pro-tempore - al possesso delle nostre stesse chiavi di casa. E' qualcosa di più profondo, una trama nella trama che si può provare a spiegare in molti modi diversi, ma che non è prudente lasciare che si dipani mentre l'attenzione generale si concentra su alcuni personaggi e non su altri.

    L'interesse che i mercati finanziari e le istituzioni globali dimostrano da qualche tempo nei nostri confronti è sotto gli occhi di tutti, certo, ma non è che la parte superiore dell'iceberg, quella sberluccicante sotto ai raggi del sole. I giornali e le televisioni (chi più, chi meno) ci spiegano che siamo commissariati da una terna di ferro, composta dal Fondo Monetario Internazionale, dall'Unione Europea e dalla Banca Centrale Europea (BCE). Un accerchiamento totale al quale il gioco della speculazione internazionale ci consegna senza possibilità di fuga. Per il nostro stesso interesse - si dice - e per quello dei sottoscrittori del nostro debito dobbiamo realizzare una serie di riforme. E poiché non siamo più credibili, forti pressioni costringono il Governo in carica a rassegnare le sue dimissioni, nonché tutto un popolo a rinunciare alla propria autodeterminazione. Mutatis mutandis è più o meno quanto è accaduto in Grecia.

    Il principio più incredibile che viene sostenuto senza il benché minimo stupore sarebbe quello secondo cui la politica da sola non può realizzare misure impopolari, perché avrebbe il timore di giocarsi il consenso elettorale, per cui sarebbe imperativo affidare le riforme necessarie a un governo di larghe intese, oppure al cosiddetto governo tecnico, magari sotto la direzione di un podestà forestiero. Cosa significa? Se i rappresentanti del popolo, democraticamente eletti, non sono in grado di introdurre una o più misure ritenute necessarie, perché i cittadini non le vogliono, allora va da sé che quelle misure non rappresentano l'espressione della volontà popolare. Dunque, in una democrazia, non dovrebbero essere adottate, o dovrebbero essere posticipate magari dopo l'approvazione di un qualche emendamento condiviso. Il concetto che si sta facendo passare, invece, è che esistono riforme che devono essere realizzate a tutti i costi, al di là della volontà popolare. In altre parole, si sostiene che se la classe politica non è in grado di farsene carico, perché i cittadini non le vogliono, allora deve farlo qualcun'altro. Si materializza cioè per brevi istanti, come in un episodio di Star Trek, una volontà terza e invisibile che prende le decisioni passando sopra ad ogni definizione di democrazia comunemente intesa. Una oligarchia nascosta. O, meglio, una sinarchia.

    Quando la Grecia, non molti giorni fa, ha provato a forzare la mano sulla propria sovranità popolare, annunciando un referendum sulle misure della cosiddetta austerity, il sistema bancario internazionale ha reagito minacciando di non tagliare più il debito pubblico del 50%. George Papandreou è stato quindi convocato a una riunione preliminare del G20 ed è stato costretto a ritirare la proposta referendaria. Ma a quella stessa riunione precongressuale, un altro coinvitato eccellente era sotto torchio insieme al primo ministro greco: il presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi. Date queste premesse, è davvero singolare che il governo greco sia caduto un paio di giorni fa, subito dopo la convocazione al G20, e che quello italiano stia per rassegnare le dimissione pressocché simultaneamente. Ancor più singolare se si prendono in considerazione i punti in comune tra le alternative avanzate in entrambi i casi per rimpiazzare gli esecutivi: due governi tecnici guidati da uomini esterni al meccanismo del consenso popolare, cioè due podestà forestieri: Mario Monti e Lucas Demetrios Papademos.

    Entrambi hanno una formazione consolidata da una lunga permanenza all'estero, negli Stati Uniti. Mario Monti si laurea alla Bocconi ma si specializza all'Università di Yale, mentre Papademos si laurea in fisica e in ingegneria presso il Messachussetts Institute of Technology, dove consegue anche un master in economia. Insegna poi alla Columbia University dal 1975 al 1984 dove, in quegli stessi anni, sta concludendo il suo ciclo di insegnamento anche un signore di nome Zbigniew Brzezinski. Di origini polacche, politologo e geostratega, Brzezinski di lì a poco andrà ad occupare un posto estremamente importante per il governo di Jimmy Carter: dal 1977 al 1981 sarà nel Consiglio di Sicurezza Nazionale americano (NSA), influendo con la sua analisi strategica sul rapporto che gli USA avranno in tutti i processi di trasformazione politica più delicati della nostra storia, dall'invasione sovietica dell'Afghanistan alla guerra fredda fino alla conversione dell'Iran da alleato degli States a nemico giurato. Segnatevi dunque questo nome: Brzezinski, perché fra poco ne riparleremo.

    Le carriere di Monti e di Papademos proseguono di buona lena. Il primo diviene dapprima rettore e poi, alla morte di Spadolini, presidente della Bocconi di Milano. E' International Advisor per Goldman Sachs dal 2005, nonché presidente del think-thank Bruegel, finanziato da 16 Stati e 28 multinazionali con lo scopo di influire privatamente sulle politiche economiche comunitarie. Nel 2010 Barroso gli commissiona un libro bianco sul futuro del mercato unico. Il secondo, il greco, nel 1980 diviene un economista senior della Federal Reserve Bank di Boston e poi della Banca di Grecia, di cui assume la carica di Governatore. Poi addirittura vice Presidente della BCE. E' proprio Papademos a traghettare Atene dalla drachma all'euro. Curioso che adesso sia indicato come la personalità più adatta a rimediare ai danni che, in qualche modo, ha contribuito a produrre.

    E' qui che entra in gioco Zbigniew Brzezinski perché è lui che, nel 1973, viene incaricato da David Rockfeller di avviare un nuovo gruppo di lavoro: la Commissione Trilaterale (The Trilateral Commission). Nata con l'intento dichiarato di sviluppare i rapporti tra gli Stati Uniti, l'Europa e il Giappone, la Commissione Trilaterale è un'organizzazione non governativa e apartitica dove sostanzialmente si discutono le politiche migliori per agevolare le relazioni di interdipendenza reciproca, culturali e - perché no - d'affari. Un luogo di incontro dove i potenti, insomma, possono discutere di ciò che è bene per il mondo senza perdersi nelle lungaggini imposte dai parlamenti e dalle burocrazie diplomatiche. Un club. Un club con tre cariche fondamentali in rappresentanza del Nord America, Giappone ed Europa, quest'ultima ricoperta proprio dal nostro Mario Monti. Che soddisfazione! Ed è certamente significativo che tra i membri della Commissione Trilaterale, dal 1998 figuri anche Lucas Papademos, in virtù dei rapporti che è ragionevole supporre abbia sviluppato negli anni in cui insegnava alla Columbia University insieme a Zbigniew Brzezinski.

    A onor del vero, se l'idea che la Commissione Trilaterale ha della democrazia deriva da quella dei suoi fondatori, non c'è da stare eccessivamente rilassati. Sul St. Petersburg Times, il 2 agosto 1974, Brzezinski pubblica le conclusioni di un rapporto dal titolo molto esplicativo di "The Crisis of Democracy": la crisi della democrazia. Il rapporto evidenzia come negli Stati Uniti l'efficienza della Casa Bianca fosse inficiata da un eccesso di democrazia e come, fin dagli anni '60, i governi dell'Europa dell'est fossero letteralmente sopraffatti dall'eccessiva partecipazione e dalle richieste che le burocrazia farraginose non erano in grado di smaltire, rendendo di fatto i sistemi politici ingovernabili. Il rapporto rimanda a una decisione politica adottata dalla Francia in semisegretezza, senza nessun dibattito pubblico aperto e altamente lobbizzata e conflittuale. Sembra che molti tra i membri della Commissione Trilaterale avessero un ruolo di rilievo nell'amministrazione Carter e fossero molto influenzati dal rapporto di Brzezinski.

    Dunque abbiamo due governi che stanno cedendo simultaneamente il passo alle pressioni internazionali. E abbiamo due podestà forestieri, strettamente legati al mondo della finanza, dei mercati, delle banche ed entrambi membri della Commissione Trilaterale dei Rockfeller. Tutti e due sono in prima linea nella corsa a sostituirsi a due governi democraticamente eletti per prendere decisioni dichiaratamente impopolari. Ovvero, per definizione, contrarie alla volontà popolare.

    Come se questa emorragia di rappresentanza democratica non bastasse, un altro gruppo di lavoro sovranazionale fondato sulla segretezza delle proprie risoluzioni, il gruppo Bilderberg, nell'ultima esclusiva riunione tenutasi nel giugno di quest'anno a St. Moritz ha accolto tra i propri ospiti proprio Mario Monti e, tra gli altri, Giulio Tremonti, forse la più acuminata spina nel fianco della maggioranza, artefice della paralisi che si è infine consumata nella dèbacle parlamentare di oggi.

    Non c'è democrazia senza trasparenza, né può esservi in mancanza di un mandato popolare forte ed esplicito. Tutto può essere, tranne democrazia, la requisizione del nostro diritto di rappresentanza in nome di logiche che vengono assunte a porte chiuse, nelle sedi elettive dove si tutelano interessi privati, dove una ristretta èlite decide le sorti di interi popoli senza che a questi venga garantita una chiara percezione delle cose. Per questo dico che la sovranità popolare, in questo momento, è un concetto chimerico che sta cedendo il passo a una sinarchia di fatto, ovvero un governo ombra che in termini di real politik è sempre esistito, ma che sta diventando dominante, al punto che i suoi effetti iniziano a diventare palesi.

    Fonte: http://www.byoblu.com/post/2011/11/08/Il-Grande-Golpe.aspx

    IL FATTO: SOLO L'FMI PUO' SALVARE L'ITALIA.FALSO!L'FMI CI PORTERA' NEL BARATRO...

    mercoledì 9 novembre 2011

    IL FATTO QUOTIDIANO CELEBRA L'INTERVENTO DI QUEI SANTI DELL'FMI IN SOCCORSO DELL'ITALIA,MA PIU' DI UN LETTORE NE RESTA SCONCERTATO...COSI' SONO ANDATO A LEGGERMI I COMMENTI E HO SCOPERTO CHE...

    di Redazione Free Italy
    Che cosa ho scoperto vi starete chiedendo?Ho scoperto che c'è gente che ragiona e ha gli attributi per rispondere con orgoglio a chi dal suo punto di vista lede un diritto fondamente: quello di dire la verità.La verità vera non quella giornalistica..Nell'articolo "Solo l’Fmi può curare il disastro di B." si spiega come mai "bisogna affidare il programma di stabilizzazione a un organismo come il Fmi".Questa la risposta:
    Perché l’Italia, da decenni, senza un vincolo esterno deraglia. Perché le istituzioni europee sono un guazzabuglio burocratico-assembleare in cui i poteri sono bizantinamente frazionati e demandati alla concertazione dei governi nazionali. In 12 sotto il direttorio renano si poteva procedere. Con 27 sedie attorno al tavolo solo i saluti e i discorsi introduttivi (meno di 10 minuti a testa) prendono 4 ore. Il Parlamento europeo è un misero orpello quando si tratta di decisioni efficaci.
    Poi si spiega che i Trattati vietano alla Bce di intervenire a sostegno delle finanze pubbliche di uno stato membro...Al che leggendolo ho pensato,sorridendo: "E certo quando mai si è vista una banca privata correre in soccorso delle finanze pubbliche?"La risposta scontata è mai..Figurati se un organismo privato aiuta uno pubblico,mica siamo nelle favole.Ovviamente il Robin Hood della situazione,lo Spiederman o il Superman se non è la Bce chi sarà?Ma lui l'Fmi!Il giornalista del fatto descrive quei santi dell'Fmi "come come un medico chiamato sulla scena di un incidente grave"che" ha il pieno mandato istituzionale per far rispettare le condizioni negoziate."Poi si passa al concreto e si trattano i possibili scenari.Ovviamente l'Fmi non è Robin Hood,perchè quest'ultimo rubava ai ricchi per dare ai poveri quegli altri fanno il contrario...Vabbè ma queste sono quisquiglie,se paragonate con la gamma di aiuti dell'Fmi!Visto che i soldi non ce li regalano ce li presteranno no?Magari con degli interessi belli grossi,tanto per scoppiare di salute.Quale cura potremmo quindi richiedere?Ce lo spiega bene il giornalista:
    Tipicamente  il governo chiede un prestito “standby” per 18-36 mesi con rate sborsate a intervalli predefiniti, ma solo dopo una verifica sulla tenuta dei conti e l’implementazione delle riforme. Nel caso italiano, che per dimensioni sarebbe di gran lunga il maggior intervento della sua lunga storia, il Fmi ha ventilato l’acquisto di titoli italiani sul mercato, novità assoluta per “la banca delle banche centrali”.
    Altri debiti,altri interessi,altro aggravio..Ma se lo dicono quei santi dell'Fmi deve andare bene così no?E' come quando hai così tanti debiti che nessuno ti vuol più dare un euro...A chi ti rivolgi?Bhe all'ultimo disposto a darti credito.Capito no?
    Comunque l'articolo oltre ad aver suscitato il mio sdegno ha fatto imbestialire parecchi lettori,in particolare uno che si firma Trex.Costui ha risposto in modo piccato al giornalista.Stupendo il suo commento,leggetelo:
    Nel leggere quest’ articolo risaltano due cose: la prima una promozione dell’ estensore dalla formulazione di elementi di propaganda politica ( manifesti-volantini-giornaletti di gruppuscoli vari ) alla redazione di un quotidiano. Il passaggio non e’ di poco conto. Da una parte si puo’ dare libero sfogo ai propri sentimenti di faziosita’ che viceversa, anche in un quotidiano schierato, devono essere temperati dalla necessita’ di raggiungere e non disturbare persone dotate di un Q.I. medio. Il giornalista deve informare e comunicare nella maniera piu’ corretta possibile, utilizzando il sale della linea editoriale in maniera tale da non rendere immangiabile la pietanza. E qui cadiamo nel secondo elemento di disturbo. Appare evidente anche ad un profano la assoluta e totale divergenza del nostro amico da quanto la storia ha, ahime’, acquisito agli atti. Quando parla del FMI in toni apologetici, definendolo un medico accorso sul luogo dell’ incidente, probabilmente dimentica ( grave ) o non sa (imperdonabile ) che cotanto medico ha una percentuale di pazienti deceduti in seguito alle sue cura pari al 100%…..Esattamente, sono tutti morti. Un esempio tra tutti l’ Argentina. E non e’ poco. Ora questo brillante clinico o non sa fare il suo lavoro, oppure e’ un serial killer che esegue scrupolosamente gli ordini dei suoi mandanti. Personalmente sono per la seconda ipotesi e rabbrividisco quando sento parlare in termini tanto banali di un intervento che molto probabilmente portera’ alla fine dell’ Italia quale la conosciamo. Si avvicinano tempi molto duri, la triade Monti, Draghi, Lagarde si appresta a spolparci come un agnellino pasquale, mi auguro che i trenta denari che avete preso per fare questo sporco lavoro compensino il disprezzo dal quale sarete circondati quando gli italiani si renderanno conto di quale allegra comitiva fate parte. Per la cronaca non posso sopportare Berlusconi nemmeno in fotografia ma sono ancora un italiano che ama il suo paese. Cordiali saluti
    L'Fmi è un medico con percentuale di pazienti deceduti al 100%...frase simbolo che ricalca estremamente la pericolosità distruttiva del loro intervento...Chiedete all'ex presidente del Burkina Faso Thomas Sankara...Ops non si può perchè si è opposto all'Fmi...e l'hanno ammazzato...
    Non c'è comunque solo Trex ad arrabbiarsi per l'articolo.Un certo Alf scrive:
    Buona sera Dott. Scacciavillani, ci terrei a sapere la sua opinione riguardo alle critiche mosse da Joseph Stiglitz nel libro “La Globalizzazione e i suoi oppositori” nei confronti dell’ FMI e Banca Mondiale (dove è stato Chief Economist) per le loro politiche verso paesi come Sud Africa, Est europeo e Sud-Est asiatico che hanno portato in dissesto gli stessi paesi. La ringrazio e la saluto.
    A.Carli
    Riccardo invece,sottolinea l'inefficacia dimostrata degli interventi dell'Fmi e chiede al giornalista se davvero crede a ciò che ha scritto:
    Fantastico Scacciavillani, fantastico. Dico sul serio. Se me lo consente disinfetterei ulteriormente: “l’Italia non è commissariata, è diversamente sovrana”. Suona meglio?
    Scherzi a parte, una considerazione e due domande:
    Nel “gioco delle fonti” scatenato oggi da Reuters, risulterebbe (se affidabili) che il Nostro si stia accomiatando dall’italica cadrega con una balla. Tanto per chiudere come ha iniziato.
    1)Fonte Ue:”Dobbiamo essere sicuri che ci sia credibilità negli obiettivi dell’Italia – che l’Italia li raggiunga. ABBIAMO DECISO di coinvolgere il Fmi nel monitoraggio, avvalendoci del loro metodo e gli italiani DICONO CHE SI PUO’ FARE”, ha aggiunto.
    2)Un funzionario italiano a Cannes ha voluto precisato che Roma è disponibile a chiedere consigli al Fondo SOLO sull’applicazione delle conclusioni dell’Eurogruppo del 27 ottobre. I consigli del fondo si affiancheranno al ruolo della Commissione Ue”.
    3)Fonte tecnica italiana:”Se l’Italia aprisse una linea di credito con il Fondo, precauzionale o di altro tipo, VANIFICHEREBBE L’EFFETTO CHE CERCA DI OTTENERE con il monitoraggio rafforzato, ovvero il recupero della credibilità nella sua capacità di fare le riforme”, riferisce la fonte, aggiugendo che “LA PROPOSTA DEL MONITORAGGIO E’ STATA AVANZATA DAL FMI ALLE AUTORITA’ ITALIANE POCO MENO DI UN MESE FA”.
    Chiaro no? Altro che “abbiamo chiesto noi al Fmi di certificare il rispetto degli impegni presi in sede europea”. Sarebbe già da un mese che si stava facendo lobbying sul governo (a livello Ue e Fmi) per accettare un’offerta “che non si poteva rifiutare”! A maggior ragione sotto le cannonate degli investitori sul debito italiano…
    Detto questo:
    1)Lei pensa, sinceramente, che le ricette impartite dal Fmi ridurrebbero debito creando crescita? Abbiamo esempi recenti qui in Europa che dimostrano il contrario.
    2)Se può rispondere: lei come CEIF Oman sa se a monarchie del Golfo è stato offerto da Ue di investire nel fondo Efsf o altri tipi di investimento?
    Grazie
    Spulciando i commenti scopro dallo stesso autore che è stato membro dell'Fmi...Ossia Fabio Scacciavillani,l'autore dell'articolo del Fatto Quotidiano era membro dell'Fmi...Così scrive a chi gli parla di conflitto di interessi:
    Ho lasciato il Fmi piu’ di 13 anni fa. Di che conflitto di interesse parla? A me non viene in tasca nulla qualsiasi cosa faccia o non faccia il Fmi. Se agisce bene, se agisce male, se interviene in Italia o in Papuasia a me non cambia assolutamente nulla nella vita.
    Ahh che bello!Io amo i casi della vita.Ma guarda tu: un bell'articolo pro Fmi da un ex Fmi.Ovvio non c'è conflitto di interessi ed è normalissimo esaltare quei santi dell'Fmi che vogliono aiutare la debole Italia con un bel prestito vantaggiosissimo.Evvai!Alle critiche il giornalista ha così risposto,citando dei complotti strani:
    Il Fmi non puo’ sostituirsi a 60 milioni di Italiani (compresi gli immigrati) e qualche centinaio di migliaia di funzionari pubblici che dovrebbero implementare un programma di riforme.
    I programmi del Fmi funzionano discretamente bene quando i governi ci credono, si impegnano sul serio e mandano un messaggio chiaro fino all’ultimo usciere.
    Se invece il governo recalcitra, prende tempo, non cava un ragno dal buco e tira ad imbrogliare, le cose vanno peggio, come in Grecia.
    Insomma una decina di economisti del Fmi non possono certo risolvere di colpo i problemi quarantennali di un paese come l’Italia. Possono indicare una strada e sperare che i ministri capiscano e si diano da fare. Al massimo possono sospendere il pagamento delle rate, nel caso il paese abbia richiesto un prestito.
    In Italia si oscilla sempre tra un’attesa messianica del Salvatore della Patria o il timore oscuro del Complotto Demoplutogiudaicomassonico. E’ il sintomo di una societa’ immatura e poco istruita.
    La realta’ e’ molto piu’ banale. I governi li scelgono gli elettori. Se portano il paese alla catastrofe la colpa non e’ del Fmi o della Spectre, ma degli elettori. Il Fmi se chiamato cerca di fare il meglio che puo’ data la situazione, ma non ha bacchette magiche. Togliersi dalla m.erda e’ un compito che tocca a quegli elettori che hanno scelto i governi.
    Le autorita’ europee hanno cercato fondi per l’EFSF da tutte le parti, per quello che so. Ma nessuno vuole finanziare per il momento la madre di tutti i titoli tossici. Certo non senza avere garanzie su come funzionera’.
    Ahhh e qua vi volevo!!Il commento dell'autore partorisce un collegamento interessante.Bce-Fondo Salva Stati-Fmi.Da cosa sono legati?Dal Mes,meccanismo di stabilità europea.E si perchè dentro ci sarà anche l'Fmi.Sempre che passi ovviamente,ma nulla ad oggi può far pensare al contrario...Vorrebbero far approvare il trattato che introduce il Mes entro dicembre affinchè divenga operativo al massimo nel 2013...Nel Mes c'è dentro anche l'Fmi: il cerchio si chiude cari lettori.Urge presa di coscienza.Urge fare i giusti collegamenti...

    Redazione Free Italy

    CONTI PUBBLICI,INTERVIENE L'FMI: E' LA FINE DELL'ITALIA E DELLA NOSTRA SOVRANITA'.

    martedì 8 novembre 2011

    “Non abbiamo nessun problema che ci obblighi a rivolgerci al Fondo Monetario Internazionale… Abbiamo un problema passeggero che si corregge… Va capito che il problema è strutturale e che ha a che fare con l’Euro, con la sua creazione…”

    No, non è Berlusconi, era il premier portoghese Josè Socrates l’11 ottobre 2010, pubblicato dal quotidiano Diario de Noticias. Un paio di personaggi tolsero le loro scarpe da 1300 dollari dal mogano della scrivania e fecero una telefonata. La linea viaggiò da Singapore a Manhattan, da Ryad a Bruxelles, da Francoforte alla City di Londra. Fatelo fuori, gli abbiamo lasciato un po’ di aria nella trachea e questo l’ha usata per rantolare. Non si rantola con noi, si muore in silenzio. Chiudetegli l’aria.

    Tassi sui titoli portoghesi alle stelle, il Tesoro portoghese che vede i numeri del debito sui computer schizzare in alto esattamente come la frequenza cardiaca di chi fosse attaccato a un cardio-monitor mentre lo strangolano. Poi il silenzio. Socrates è un dead man walking, è morto. Il Fondo Monetario entra trionfale a Lisbona seminando devastazione. Le conseguenze in una frase scritta dall’International Business Times: “Il Portogallo ha accettato delle misure di austerità durissime che ora minacciano di soffocare proprio la crescita di cui necessita per salvarsi dal debito”. Cioè, è proprio la cura dettata dalle elite che uccide il paziente moribondo. Un giornalista italiano l’aveva detto, e l’aveva pure raccontato alla sua nonna, e aveva spiegato perché lo fanno e chi sono. Ora tocca a noi.

    Gli sterminatori Neoclassici, Neomercantili e Neoliberisti non potrebbero fare nulla di tutto questo se ancora avessimo una moneta sovrana. Ma Mario Draghi, che dovrebbe essere fucilato a Roma per alto tradimento e con lui Prodi, Monti, e Bini Smaghi per primi, dice no. N-o, due lettere, le sofferenze che ne derivano non stanno in un’intera epica.

    Caro Silvio, ti hanno augurato di morire di cancro, di infarto, di Viagra. Ora fanno sul serio. Sei immensamente patetico mentre tenti di resuscitare la tecnica del tuo maestro Ronald Reagan “Va tutto bene, e ve lo dico col sorriso a 50 denti”. Con la differenza che lui aveva una moneta sovrana che spese a debito come un pazzo, e per un po’ al suo “tutto bene” seguì veramente tutto bene. Al tuo segue la necrosi delle tue gengive, il tuo tempo è scaduto.

    Gli italiani non s’immaginano cosa li aspetta. Ma dovrei piangere? Guardo i dati auditel di Santoro giovedì, e guardo la lapide dei partigiani diciottenni che ho sotto casa. L’audience di Santoro è viva, ma quei partigiani sono morti per fortuna, non devono soffrire, loro non se lo meriterebbero. Ok, gli altri si meritano tutto. Non piango, mi guardo Giorgia che canta ‘E’ l’amore che conta’ su Youtube. Che capolavoro di canzone, che capolavoro di città Venezia. (a chi la venderà il prossimo governo? Speriamo non agli arabi, al limite i koreani, dai, speriamo).

    FONTE

     
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